A scrivere il primo inno dichiaratamente ecologista, nel 1970, è stata una cantautrice. C’erano stati senza dubbio dei considerevoli preludi precedenti, con il Bob Dylan di A Hard Rain’s A‐Gonna Fall (1962) e la Joan Baez di What Have They Done to the Rain (scritta dall’altra grande folksinger Malvina Reynolds).
Ma le parole di Big Yellow Taxi di Joni Mitchell – in uno dei suoi album capolavoro, Ladies of the Canyon, legato alla natura sin dal titolo – costituiscono con buona probabilità il vero punto di svolta per quanto concerne la coscienza ambientale in formato canzone.

Le radici della crisi ecologica
Semplifichiamo la faccenda, poiché i processi che hanno condotto al presente stato delle cose cominciano un paio di secoli fa. E diamo per acclarato che negli ultimi sessant’anni la virata intensiva di alcuni processi industriali abbia condotto in maniera quasi irreversibile alla depauperazione della flora e della fauna planetarie (allevamenti intensivi, colture intensive, edilizia intensiva e urban sprawl, deforestazione intensiva, moda intensiva e fast fashion, e tutti gli altri “intensivismi” che vi vengono in mente).
La genesi di un capolavoro musicale
Ecco, circa sessant’anni fa una giovane e talentuosa musicista canadese si svegliava, letteralmente, con in mente dei versi e un’ariosa melodia che, a partire da un dettaglio paesaggistico sotto i suoi occhi, sembrano in verità presagire l’inquietante avvenire che decennio dopo decennio sarebbe giunto sino all’oggi:
They paved paradise, put up a parking lot
With a pink hotel, a boutique, and a swingin’ hot spot
Don’t it always seem to go
That you don’t know what you’ve got ‘til it’s gone
[Hanno asfaltato il paradiso / ci hanno messo sopra un parcheggio Con un hotel rosa, una boutique e un locale alla moda / Non ti sembra andare a finire sempre nello stesso modo, / non capire ciò che hai finché non è perduto?]
Quel primo verso che dice tutto
Basta il primo verso a fare la differenza, quasi fosse una sineddoche dell’intera canzone. L’immagine della colata di cemento a sostituire l’ecosistema colpisce come un pugno nello stomaco e arriva dritta a tutti, sotto il segno di un’allitterazione incessante della “p” che avvolge l’ascoltatore sbattendogli in faccia la rovina di un paradiso perduto.
A proposito della genesi del brano, Mitchell ha dichiarato al giornalista Robert Hilburn: «Ho scritto Big Yellow Taxi durante il mio primo viaggio alle Hawaii. Ho preso un taxi per l’hotel e, quando mi sono svegliata la mattina dopo, ho spalancato le tende e ho visto quelle bellissime montagne verdi in lontananza. Poi ho guardato in basso e c’era un parcheggio a perdita d’occhio, e questo mi ha spezzato il cuore… quello sfregio al paradiso. Mi sono seduta e ho scritto la canzone».
Ascolta “Big Yellow Taxi”
Monito di responsabilità
La domanda retorica che chiude i ritornelli è una chiamata alla responsabilità individuale e collettiva, rivolta a un generico “tu” che a guardar bene somiglia a ciascuno di noi: spesso, troppo spesso, ci rendiamo conto del valore delle cose solo quando le abbiamo perse. Un monito tanto semplice quanto potente che in qualche modo espande la nostra coscienza ambientale, la nostra environmental awareness (come iniziavano a chiamarla proprio in quegli anni), invitando a non rimanere nella superficie, nell’indifferenza, nelle lacrime tardive.
Folk revival ed attivismo
Sono anche gli anni in cui alcune categorie antropologiche, guidate dalle tesi sul folklore di Ernesto de Martino e di Lévi-Strauss sulle “società fredde” e “le società calde”, si consolidano nel dibattito pubblico e Mitchell, cresciuta nel solco del folk-revival e dell’etnomusicologia nordamericana (Alan Lomax e Pete Seeger in testa, sul cui manuale la giovane musicista si dice abbia imparato a suonare la chitarra), dimostra con questo brano in particolare di aver appreso la lezione della militanza e dell’attivismo tradotto in canzone, con una punta di caustica ironia capace di trasformare temi di scottante attualità ecologica in immagini di immediato impatto. Basti considerare le strofe:
They took all the trees and put ‘em in a tree museum
And they charged the people a dollar an’ a half just to see ‘em
Hey farmer, farmer put away that DDT now
Give me spots on my apples, but leave me the birds and the bees.
[Hanno portato via tutti gli alberi e li hanno messi in un museo dell’Albero / e poi hanno fatto pagare alla gente un dollaro e mezzo solo per vederli. / Hey agricoltore, metti da parte quel Ddt adesso, / dammi le imperfezioni sulla mia mela, ma lascia liberi gli uccelli e le api].
Bob Dylan e la reinterpretazione del 1973
Della potenza del brano si accorge subito il menestrello per eccellenza, Bob Dylan, che nel 1973 decide di reinciderla e interpretarla con una splendida e ingiustamente bistrattata cover nell’omonimo album Dylan. A partire dalle grandi lezioni delle tradizioni orali, del folk e del blues, tuttavia, il cantautore di Duluth sa bene che ogni testo è in potenza un palinsesto e accorda ai versi di Mitchell lo statuto di instant classic del futuro, per così dire, scegliendo di cambiare l’ultima strofa con un considerevole inserto personale.

Dall’intimismo alla denuncia ecologica
Dall’inaspettato ripiegamento intimista di Mitchell sulla fine della relazione col proprio compagno (“Late last night I heard the screen door slam / And a big yellow taxi took away my old man”, che potremmo tradurre con “La notte scorsa ho sentito la mia porta sbattere e un grande taxi giallo si è portato via il mio ex”), si passa nella versione dylaniana a un’ulteriore e originale denuncia di matrice ecologica che vale la pena riascoltare:
Late last nite i heard my screen door slam
A big yellow bulldozer took away the house an’ land.
[La notte scorsa ho sentito la mia porta sbattere. / Un grande bulldozer giallo si è portato via la casa ed il terreno]
Un’eredità musicale al femminile
In una visione forse ancor più timorosa rispetto all’avvenire, che prefigurava ahinoi tanto dell’America odierna (e non solo), il taxi diventa secondo Dylan una ruspa che abbatte le case e la terra. Il brano sarebbe poi stato ripreso da numerosissimi artisti e in svariati ambiti musicali, dai Neighborhood ai Counting Crows con Vanessa Carlton, da Amy Grant a Janet Jackson, sino alla serie tv di culto Friends, ciascuno consapevole che la battaglia dell’ambiente è di tutti, ma la sua voce – anche grazie a Joni Mitchell – è indiscutibilmente donna.

Ed è bellissimo che sia così.


















