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In bilico sul pianeta. Le ragioni dell’ecoansia fra crisi ambientale e fragilità dell’io

È uscito lo scorso 20 ottobre, per i tipi della casa editrice Diarkos, "Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto" di Roberto Gramiccia. Riportiamo un estratto dal capitolo intitolato "Ambiente, eco-ansia e fragilità", a firma di Ginevra Amadio  
23 Gennaio, 2026
5 minuti di lettura

La questione ambientale occupa uno spazio centrale nell’esperienza del nostro tempo. L’ecologia – o meglio, l’odierna sensibilità ecologica – appare come una struttura di senso rispetto alla quale individui e società orientano i loro comportamenti e ridefiniscono le proprie narrazioni. Entrata da tempo nel dibattito culturale, sociale e politico, tale prospettiva costituisce una porta d’accesso all’immaginario inteso come miniera di sintomi, simboli, temi, rappresentando uno dei più importanti campi di esperienza individuale e collettiva.

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I problemi legati alla caducità del patrimonio ambientale, al suo degrado, al passaggio e all’azione dell’uomo sulla terra influenzano molteplici aspetti della vita quotidiana: dallo studio alla gestione delle risorse, dagli investimenti cultural-ambientali alla governance delle politiche connesse al turismo e alle migrazioni.

Fragilità e immaginario contemporaneo

In quest’ottica, come evidenzia il critico letterario Niccolò Scaffai, «l’importanza e la pervasività delle questioni ambientali contribuiscono a fare dell’ecologia il contesto di una grande narrazione collettiva, attraverso cui individui e società si collocano gli uni rispetto all’altra e si percepiscono in relazione ai campi del sapere […] e ai valori etici e politici». In tale contesto, il concetto di fragilità assume un ruolo centrale investendo il sistema di relazioni che l’uomo intrattiene con l’ambiente, laddove la natura è spesso modificata dalla sua azione e confusa negli spazi artificiali del paesaggio urbano, o ancora soggetta a un “massacro” magistralmente riassunto da Andrea Zanzotto nell’idea di “progresso scorsoio“, un’ideologia miope, indifferente all’etica e autodistruttiva.

L’asimmetria uomo-ambiente

L’essere umano è, infatti, in grado di incidere sull’ambiente più facilmente di altre specie. Modifica il territorio, può adattarsi a condizioni più o meno impervie, sceglie e abita nuovi luoghi perché, come afferma l’ingegnere agronomo, botanico e paesaggista Gilles Clément, «noi, gli umani, abbiamo bisogno di una casa. Un’enorme protesi senza la quale saremmo disabili, malati […]». Questa esigenza, diramata in rivoli di motivi che comprendono la cementificazione, il disboscamento, il consumo di suolo, la desertificazione, l’abuso dei combustibili fossili all’origine dei cambiamenti climatici, svela da un lato il carattere fallace dell’asimmetria tra umano e naturale, dall’altro l’equilibrio instabile su cui è andata assestandosi tale relazione.

Rischio ecologico e tempo in fuga

Nell’epoca in cui viviamo, poco esiste di più urgente della riflessione sul rischio ecologico e sul confronto/scontro con l’ambiente. Quello della contemporaneità appare un tempo in fuga, assediato dagli effetti del riscaldamento globale e dalle ricadute tangibili della protervia umana, improntata a uno sviluppo senza progresso che, alterando gli ecosistemi, arriva a ridurre la dismisura delle cose la bellezza della natura ormai precipitata in un contesto di stravolgimenti ambientali tanto profondi da apparire irreversibili.

Disuguaglianze climatiche e sofferenza sociale

Ma non è solo l’ambiente a pagare il prezzo di questa crisi. In un regime di mutua influenza tra le parti in gioco, le modificazioni climatiche, la tropicalizzazione, le temperature via via più elevate incrementano la fragilità fisica e mietono vittime nella popolazione più povera e anziana, mostrando ancora una volta il carattere di classe della sofferenza e le disuguaglianze nella distribuzione dei danni provocati dagli impatti climatici su scala globale.

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Un nuovo studio condotto da ricercatori del Cmcc (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici) rivela che, secondo previsioni attendibili, gli individui più poveri subiscono, e subiranno ancora di più in futuro, gli impatti economici più gravi dovuti al climate change. La ricerca evidenzia anche come per ogni aumento dell’1% del reddito, i danni climatici diminuiscono di circa lo 0,4%, a dimostrazione del maggior numero di alternative a disposizione delle classi agiate in termini di assicurazione e adattamento.

Orizzonte apocalittico

Alle contraddizioni classiche del capitalismo, prima fra tutte quella tra capitale e lavoro, si aggiunge così l’effetto destabilizzante della dicotomia uomo/natura proiettata, oggi, in un orizzonte apocalittico che svela, di riflesso all’arroganza manifesta, la fragilità di un presente in crisi, «il senso di colpa della modernità verso sé stessa» per dirla con Scaffai. Tale sensazione origina dall’aver modificato, in maniera traumatica, «non solo l’ambiente in cui l’uomo si è evoluto, ma anche il complesso di relazioni costruito attorno alla natura», sì che l’apocalisse senza riscatto individuata dall’antropologo Ernesto de Martino o fotografata dal regista Marco Ferreri nel film capolavoro Il seme dell’uomo (1969) suona ancora incombente, condizione etica, storica e psichica dell’uomo già costretto a vivere sotto la minaccia della guerra e della bomba atomica.

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Non solo. Il termine “ecoansia”, cui si ricorre da qualche tempo per indicare forme di disagio, paura e depressione dinnanzi al timore di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti, fotografa bene lo stato d’animo di chi ha capito che siamo a un punto di non ritorno. Ne deriva, inevitabilmente, una ricaduta sulla tenuta del sistema nervoso, specialmente dei più giovani che, come mostrano i movimenti Fridays For Future, Extiction Rebellion, Ultima Generazione, rivelano una sensibilità spiccata verso tali questioni. Le preoccupazioni relative alla perdita di biodiversità e agli eventi meteorologici estremi stanno generando, infatti, un carico emotivo con impatti significativi sulla salute mentale, tanto da indurre gli esperti a catalogare i sintomi di questa “patologia”: ansia, sensazione di impotenza e pessimismo, catastrofismo, insonnia, ritiro sociale. […]

Miccia innescata

Appare dunque chiaro che l’esplodere di nuove contraddizioni risulta oggi più pericoloso per la sopravvivenza del capitalismo stesso, rispetto al permanere di quelle classiche. La grande rivoluzione passiva, prodotta dalla digitalizzazione a tappe forzate, dimostra di aver neutralizzato le dinamiche del conflitto di classe, ma gli eventi legati ai danni prodotti dal sistema capitalistico sull’ecosistema e sulla salute pubblica reclamano, necessariamente, una riflessione più ampia. Ad essa non può essere estranea la valutazione ponderata dei feroci attacchi che questo modello di sviluppo ha scatenato, in Occidente e nel nostro Paese in particolare, al sistema delle protezioni pubbliche, incrementando clamorosamente i livelli di sofferenza sociale.

Su una condizione di ingravescente fragilità sociale diffusa, dunque, può innestarsi, in un tempo di crisi globale che minaccia la sopravvivenza della specie e del pianeta, la miccia di una “rivolta inattesa“. […]


Il volume

Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto, Roberto Gramiccia,
Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto,
Diarkos, 2025, euro 19

 

 

Sinossi

«Viviamo in una cultura che esalta la forza, l’efficienza, la prestazione. Ma cosa succede se guardiamo al mondo, e a noi stessi, da una prospettiva rovesciata?». In questo saggio coraggioso e necessario, l’autore ci invita a ripensare radicalmente il significato della parola “fragilità”: non più sinonimo di debolezza, ma fondamento dell’umano e potenziale forza trasformativa, individuale e sociale. Attraverso una narrazione che intreccia filosofia, politica, medicina, antropologia, arte e storia, Teoria della fragilità esplora e analizza le mille forme dell’umana vulnerabilità: individuale, sociale, culturale, ambientale, rispettivamente rassegnata e ribelle. Ma non si ferma alla diagnosi: mostra come nelle fratture della nostra civiltà, a determinate condizioni, possano germogliare nuovi modi di cambiare e abitare il mondo. Un libro che mette in discussione le categorie di forza, potere e successo. E che, dopo un’ampia disamina teorica, attraverso le storie di grandi donne e uomini che hanno trasformato la propria fragilità in opportunità, apre uno spazio per pensare (e vivere) altrimenti.

Per saperne di più

www.diarkos.it

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Saperenetwork è...

Ginevra Amadio
Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).
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