Uno scheletro di Halloween appeso in un bosco scozzese.
Uno scheletro di Halloween appeso in un bosco scozzese. Foto: Sally Anderso

Far pace con Halloween, il mito che non muore. Dall’angoscia alla rinascita collettiva

Dietro maschere, zucche e un evidente sfruttamento commerciale, questa festività popolare custodisce un ancestrale bisogno umano, quello di confrontarsi con il nulla che rimuoviamo dalla nostra esistenza. Proviamo a riscoprirne il significato più autentico
31 Ottobre, 2025
2 minuti di lettura

A lungo additata come “rito d’importazione”, la festa di Halloween è forse la più tangibile manifestazione di quella che il filosofo romeno Mircea Eliade identifica come sopravvivenza del mito nella società moderna. È curioso, soprattutto se si considera l’era attuale come quella che più incarna i principi del postmoderno (oltre la riflessione eliadiana, dunque, per mere ragioni cronologiche), con la caduta delle grandi storie, delle ideologie, delle costruzioni identitarie.

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Rintracciare nel mondo odierno un’occasione capace di convogliare certe usanze, certi temi, verso un archetipo mitico significa riconoscere che per uno o più gruppi umani esiste ancora un fondamento della vita sociale e culturale, una “storia esemplare” capace di fungere da modello comportamentale, da schema logico e interpretativo.

Il mito che resiste

È curioso, si diceva, perché il mascheramento dei miti nella società di oggi avviene su un piano totale, venendo da anni di esaltazione del consumo, in cui l’unico impianto mitologico sembrava essere quello del benessere con conseguente degradazione dell’angoscia e del dolore. Ma, come scrive Eliade, «sembra improbabile che una società possa liberarsi completamente dal mito, perché fra le note essenziali al comportamento mitico – modello esemplare, ripetizione, rottura della durata profana e integrazione del tempo primordiale – almeno le prime due sono consustanziali a ogni condizione umana» (Le Mythes du monde moderne, 1953).

L’orrore come riflesso dell’anima

Così, un’epoca segnata dall’horror vacui della morte, dal mito della bellezza e di una gioventù rincorsa a caro prezzo, i rituali di Halloween rivelano la permanenza di un senso d’angoscia, l’antico timore della fine che attanaglia l’uomo e si ripropone in forme iperboliche ed esorcizzanti, come una sorta di Carnevale delle anime. Non è un caso che il maestro del genere horror, Howard Philip Lovecraft, spieghi l’interesse per la narrativa del terrore come curiosità del lettore nei confronti dell’ignoto: «L’emozione più vecchia e più forte del genere umano è la paura, e la paura più vecchia e più forte è la paura dell’ignoto» (L’orrore soprannaturale in letteratura, 1927).

La paura dell’ignoto

L’angoscia di fronte al nulla della morte sembra essere un fenomeno specifico dell’uomo moderno, sostiene Eliade. E così “la notte delle streghe” acquista il suo senso di collettore di storie, occasione di riflessione su un’esperienza d’angoscia senza tempo, indispensabile all’elaborazione dei momenti di passaggio. Il fatto che dagli anni Novanta abbia attraversato l’Oceano per approdare anche in Italia dimostra, al netto della pervasività dei modelli culturali e massmediali statunitensi, come la sopravvivenza di certi modelli risulti intrinseca all’urgenza dei gruppi umani di interpretarsi e raccontarsi. È inoltre ormai innegabile come le tradizioni locali stiano scomparendo, lasciando un vuoto destinato ad essere colmato da altri tipi di narrazioni, spesso spinte dall’onda del consumismo e dalle lusinghe del mercato.

Mito o consumo?

In questo senso, la riduzione di Halloween a mera festa commerciale rischia di ridurne il valore simbolico, o meglio di depotenziarne la capacità di intercettare zone dell’immaginario che hanno bisogno di miti, di racconti esemplari per esorcizzare e comprendere la Morte, il Nulla, il rimosso dell’esistenza. Potremmo tuttavia domandarci se è possibile scindere questa sfera dall’inevitabile scivolamento del pre-Ognissanti nel consumo giovanile addobbato di zucche, dolcetti o scherzetti, maschere macabre e party in locali che fatturano alte cifre. La risposta è complessa, e forse abbraccia su entrambi piani il timore della fine del mondo; quello antico, che conosce il valore dei riti e dei miti, e quello “rassicurante”, della tradizione preservata da ingerenze esterne.

Distruzione e rinascita

Ma, come dichiara Eliade, il mito della distruzione periodica del mondo si collega, sempre, alla ricostruzione di un nuovo equilibrio: «L’attesa della catastrofe cosmica è certamente angosciante, ma […] la fine del mondo non è mai assoluta; è sempre seguita dalla creazione di un mondo nuovo, rigenerato» (Symbolisme religieux et valorisation de l’angoisse in L’Angoisse du temps présent et les devoirs de l’esprit, 1954).

Far pace con Halloween: una bambina davanti a un negozio di zucche
Foto: Goddard New Era

Solo così, in fondo, potremo far pace con lo spettro di Halloween.

Mielizia

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Ginevra Amadio
Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).
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