Il conto salato di Pfas: un biologo raccoglie una provetta d'acqua
Foto: Aleksandar Littlewolf/Freepik

Il conto salato dei Pfas. Cosa sono, perché fanno male. E come contrastrarli

Queste sostanze chimiche persistenti si accumulano nel suolo e nelle acque, minacciando gli ecosistemi e la salute umana. Gli studi sulla stabilizzazione tramite il trattamento termico e la prospettiva più importante: quella della prevenzione
4 Giugno, 2025
2 minuti di lettura

Nei prossimi mesi sentiremo sempre più parlare dei Pfas sostanze chimiche persistenti che, dopo aver fornito un notevole contributo allo sviluppo delle nostre società, stanno ora presentando un conto ambientale e sanitario che potrebbe essere dirompente. Stiamo parlando di composti a catena lunga e caratterizzati da un forte legame tra gli atomi di carbonio e di fluoro.

Un esempio di Pfas. Illustrazione: Wikipedia

E il fatto che siano resistenti alla biodegradazione comporta la concreta possibilità che si accumulino nel suolo, nelle acque e nei viventi, soprattutto i vegetali.

Dove si utilizzano

Grazie ad alcune loro peculiarità, come l’inerzia chimica, l’insolubilità in acqua e l’elevata resistenza termica, i Pfas trovano e hanno trovato largo impiego in un gran numero di settori come l’industria aerospaziale e automobilistica, quella dei semiconduttori e dell’elettronica, della medicina e della farmaceutica, dei processi chimici, dell’architettura moderna, delle energie rinnovabili, dell’elettrificazione dei veicoli e della trasmissione dei dati.

Tossici a fine vita

Ora diventa sempre più chiaro che alcuni di questi possono risultare tossici per la salute umana, ma non nelle condizioni ordinarie di uso, grazie proprio alle loro caratteristiche e come certificato da alcune istituzioni come l’Epa danese, ma quando i prodotti che li contengono giungono al fine vita e devono essere trattati come rifiuti.

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In questo caso si può attivare la degradazione in altre tipologie di Pfas potenzialmente pericolosi. Perché un’altra caratteristica di questi composti è la possibilità di generare sostanze secondarie dalla degradazione di quelle primarie.

Obiettivo inertizzare

Secondo un recente studio tedesco risulta che oltre l’80% dei rifiuti contenenti Pfas vengono trattati in impianti di incenerimento e pertanto i lavori della ricerca scientifica, sia con monitoraggi in impianti operativi, sia in impianti pilota, sono concentrati sul determinare l’efficacia del trattamento termico ai fini della loro completa mineralizzazione e inertizzazione; e conseguentemente al fine di ridurre in maniera sensibile i pericoli per l’ambiente e per la salute umana. In altre parole, gli studi stanno cercando di comprendere se il trattamento termico dei rifiuti contenenti Pfas è in grado di offrire un sufficiente coefficiente di sicurezza.

Vai alla mappa interattiva dei Pfas realizzata del Forever Pollution Project 

Il conto salato dei Pfas: mappa europea dei Forever pollution project
Fonte: Cnrs

Test in impianto pilota

Un’interessante ricerca è stata recentemente condotta per il Karlsruhe Institute of Technology tramite un impianto pilota gestito dallo stesso istituto: si tratta di un’installazione che riproduce, in scala, quella degli impianti di trattamento maggiormente diffusi in Europa. Più nel dettaglio, i rifiuti contenenti Pfas sono stati sottoposti a incenerimento in due condizioni di temperatura (860°C e 1095°C, vale a dire quelle diffusamente utilizzate per trattare i rifiuti urbani e i rifiuti pericolosi).

Risultati incoraggianti

I risultati sono apparsi piuttosto confortanti visto che è stata registrata la quasi totale mineralizzazione dei Pfas e, almeno a livello di impianto pilota, parrebbe dimostrato che l’incenerimento di fluoropolimeri a temperature tipiche degli inceneritori industriali e urbani europei porta alla loro quasi completa inertizzazione tramite scomposizione nei loro composti primitivi e senza la formazione di ulteriori Pfas dannosi.

Il conto salato di Pfas: un'etichetta avverte sulla presenza di Pfas
Foto: Justin Long / Alamy

Monitoraggio costante

Ma l’attenzione va comunque mantenuta alta, vista la potenziale pericolosità dei Pfas e sono necessari fondamentali sviluppi sia sul fronte delle metodologie analitiche, affinché sia possibile aumentare lo spetto dei composti Pfas rintracciabili, sia perfezionando e ampliando gli studi sul trattamento termico dei rifiuti, anche in impianti di dimensioni industriale, per eventualmente confermare gli incoraggianti risultati che sono stati forniti dalle ricerche laboratoriali e accademiche.

Verso una nuova normativa

Ovviamente, il corretto trattamento dei materiali e dei rifiuti contenenti Pfas dovrà essere affiancato da una profonda revisione normativa per perseguire la prevenzione dell’utilizzo di questi composti nel futuro prossimo.

Ed è in questa ottica che a livello comunitario e nazionale ormai da tempo si sta valutando d’introdurre divieti all’utilizzo di Pfas nell’industria.

Mielizia

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Riccardo Viselli
Riccardo Viselli
Riccardo Viselli è geologo e divulgatore scientifico. Sul blog "Scienze Forum" pubblica articoli inerenti al monitoraggio e allo studio dei terremoti dell'Appennino Centrale, al cambiamento climatico e all’economia circolare. Ha scritto diversi saggi su bonifiche ambientali, cambiamento climatico, terremoti, rischio sismico, economia circolare e astronomia amatoriale. Lavora come geologo ambientale nel campo della gestione dei rifiuti da oltre vent'anni ed è autore di cinque romanzi gialli ambientati in un piccolo borgo della Ciociaria. Con uno di questi si è aggiudicato il Premio letterario nazionale “Il borgo italiano” nel 2020.
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