«È ora di entrare nelle Striscia con tutta la forza. Non ci sono più scuse». Per Itamar Ben-Gvir, leader di estrema destra e Ministro della sicurezza israeliano, la guerra in Medio Oriente deve continuare.
La dichiarazione è arrivata in un momento cruciale del conflitto, mentre Hamas sta ancora valutando la proposta americana di un accordo, che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni in cambio di 10 ostaggi in vita e 18 corpi.
Obiettivo sterminio
Il governo di ultradestra israeliano punta all’eliminazione definitiva del popolo palestinese. Attraverso il tentativo di confondere Hamas con i bambini, le donne, gli anziani, le persone fragili che ogni giorno vengono bombardate lungo la Striscia di Gaza. «Accettate i termini dell’accordo Witkoff sugli ostaggi, oppure sarete annientati. In Cisgiordania costruiremo lo Stato ebraico», ha aggiunto Israel Katz, Ministro della difesa israeliano.

Una minaccia rivolta all’organizzazione militare palestinese, che, nei fatti, si traduce in nuovi bombardamenti.
Trump mediatore
L’accordo promosso dagli Usa potrebbe essere un elemento a favore del presidente Donald Trump, per esaltare il suo ruolo di mediatore. Dall’altra parte il rifiuto definitivo da parte di Hamas non farebbe altro che giustificare l’ingiustificabile: la condanna definitiva dei palestinesi, la deportazione di massa, il proseguimento del genocidio. Le immagini di bambini bruciati e smembrati della famiglia al-Najjar estratti dalle loro case a Khan Younis – di 10 fratelli sotto i 12 anni soltanto uno risulta sopravvissuto con ferite gravi – e gli attacchi alle scuole, dovrebbero spingere la comunità internazionale, oltre ai governi europei, a intervenire.
Il martirio dei bambini
Eppure non bastano. Secondo Edouard Beigbeder, Direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, «dalla fine del cessate il fuoco, il 18 marzo, secondo le notizie, 1.309 bambini sono stati uccisi e 3.738 feriti. In totale, secondo le notizie, più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti dall’ottobre 2023». E ha poi aggiunto: «Questi bambini, vite che non dovrebbero mai essere ridotte a numeri, fanno ora parte di un lungo e straziante elenco di orrori inimmaginabili: le gravi violazioni contro i bambini, il blocco degli aiuti, la fame, il costante sfollamento forzato e la distruzione di ospedali, sistemi idrici, scuole e case. In sostanza, la distruzione della vita stessa nella Striscia di Gaza».
Europa divisa
Da Singapore intanto il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che «riconoscere uno Stato palestinese non è semplicemente un dovere morale, ma un’esigenza politica. Gli europei devono rafforzare la loro posizione collettiva contro Israele se non ci sarà una risposta commisurata alla situazione umanitaria che verrà fornita nelle prossime ore e nei prossimi giorni nella Striscia di Gaza». Mentre il 25 maggio, in occasione della riunione del Gruppo di Madrid, il Ministro degli esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha chiesto la sospensione immediata dell’accordo di cooperazione con l’Europa e soprattutto la sospensione del rifornimento di armi al governo israeliano. Queste le sue parole prima della conferenza:

«Dobbiamo tutti concordare un embargo congiunto sulle armi. L’ultima cosa di cui il Medio Oriente ha bisogno in questo momento sono le armi».
Mercanti di armi
Un aspetto del conflitto, questo, che coinvolge in particolare gli Stati Uniti d’America, la Germania e l’Italia, vale a dire i maggiori venditori di armi ad Israele. «Israele riceve armi dalla Germania. È sempre stato così. Israele è esposto a gravi minacce alla sicurezza ed esistenza: anche dagli Houthi, Hezbollah, Iran. E deve essere in grado di difendersi, anche con sistemi d’arma tedeschi. Un’altra questione è se quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza sia compatibile con il diritto internazionale. Stiamo esaminando la questione e sulla base di questa valutazione, autorizzeremo nel caso ulteriori consegne di armi», ha spiegato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul.
Le due piazze d’Italia
La posizione dell’Italia ci pone, invece, delle domande sull’articolo 1 della legge 185/1990 che stabilisce infatti che l’Italia non può esportare armamenti o loro componenti verso paesi coinvolti in conflitti armati o caratterizzati da instabilità politica interna. Intanto si preparano le mobilitazioni per la pace: il 6 giugno a Milano e il 7 giugno a Roma.
Piazze diverse, che riflettono la difficoltà di esprimere una condanna univoca a una guerra nella quale le controversie su ruoli, responsabilità e vittime contribuiscono a perpetuare lo sterminio di un popolo.



















