Una frana imponente, lunga oltre quattro chilometri e con un’area di distacco alta quasi 25 metri, minaccia senza sosta interi quartieri della città, provocando l’evacuazione forzata di oltre mille persone. È la cronaca di queste ore a Niscemi. L’aspetto purtroppo più rilevante è che un simile evento non era affatto “inaspettato”: già nel 1997 una grande frana colpì alcuni quartieri del comune in provincia di Caltanissetta.

Documenti storici testimoniano di analoghi accadimenti fin dal lontano 1790.
Vulnerabilità note
La vulnerabilità di queste zone è ben nota ai geologi e comune a diverse altre aree del nostro paese. Siamo in presenza di terreni sedimentari sciolti, con argille impermeabili poste alla base, su cui giacciono sabbie poco consolidate pronte a movimentarsi lungo il pendio in presenza di sollecitazioni esterne, quali ad esempio le ingenti precipitazioni verificatesi in queste settimane proprio nel Sud Italia.
Sud Italia che non è nuovo a questi eventi catastrofici: ricordiamo, a solo titolo di esempio, l’alluvione del 1998 a Quindici e Sarno, in Campania, l’esondazione del torrente Soverato in Calabria nel 2000 o ancora le alluvioni di Messina del 2009.
Un mare più caldo minaccia isole e Sud
La particolare criticità geologica del meridione italiano è, inoltre, aggravata dalla particolare posizione geografica all’interno del Mar Mediterraneo e dagli effetti del cambiamento climatico. E la parte insulare e più meridionale dell’Italia, in particolare, è quella maggiormente esposta agli impatti del riscaldamento globale, anche a causa del notevole incremento di temperature del nostro mare. Questo nonostante una sempre più diffusa narrazione, anche ai più alti livelli dei decisori politici, vorrebbe, in un certo qual modo, o ridimensionare gli effetti dell’aumento delle temperature o metterli addirittura in dubbio, nonostante l’oggettività e la scientificità delle rilevazioni.
Anomalie termiche e perturbazioni
Come rilevato e riportato nell’ambito del progetto Copernicus, il principale programma europeo di osservazione della Terra gestito dalla Commissione Europea in collaborazione con l’Esa, la temperatura superficiale del Mar Mediterraneo presenta ormai da più di 10 anni un’anomalia termica di circa 1°C rispetto ai valori considerati normali, con diffuse punte di oltre 1,5°C al di sopra della norma.
La crescita delle temperature delle acque di mari e oceani aumenta considerevolmente le evaporazioni andando così ad apportare sia un maggior contenuto di vapore acqueo che di energia delle perturbazioni che, usualmente, nelle stagioni autunnale e invernale investono la parte peninsulare italiana. Un contenuto energetico e idrico maggiore si traduce in precipitazioni più abbondanti, più intense (cadono maggiori quantitativi in minor tempo) accompagnate da venti più impetuosi e spesso distruttivi.

La crisi climatica che ha potenziato Harry
L’influenza del cambiamento climatico sulle caratteristiche del ciclone Harry che ha recentemente investito Sicilia e Calabria sembra ora essere suffragata anche dai dati scientifici. Secondo uno studio del Centro di ricerca ClimaMeter , rilasciato proprio in questi giorni, i ricercatori evidenziano che la crisi climatica ha amplificato la violenza della perturbazione del 15%.
In altri termini, se non fossimo stati in presenza di temperature dell’aria e delle acque superiori alla media, la perturbazione non sarebbe stata così violenta. Questi studi, usualmente condotti a seguito di eventi estremi, sono classificati come “Analisi di attribuzione”: servono cioè verificare quanti e quali caratteristiche degli eventi meteorologici siano da attribuire al “climate change” e quali possono essere considerati nella norma.
L’impennata degli eventi estremi
Alla fine dell’estate diversi centri di ricerca avevano lanciato l’allarme riferendosi alle elevatissime temperature del Mar Mediterraneo, sollecitando una massima attenzione soprattutto per le aree più meridionali come il sud dell’Italia, ma non solo. Come infatti evidenzia Legambiente nel report CittàClima uscito a novembre, negli ultimi 15 anni oltre 1.200 comuni italiani sono stati colpiti da oltre 2.600 eventi estremi attribuibili al cambiamento climatico. Nell’ultimo anno, inoltre, gli allagamenti a seguito di piogge intense sono aumentati del 12%, le esondazioni del 25% e i danni provocati dalla siccità del 55%. Se nel 2015 si contavano in Italia 35 eventi estremi, nel 2025 questo numero è salito a 97, seguendo gli altri impressionanti record del 2022, 2023 e 2024 (rispettivamente con 94, 112 e 101 eventi).
Manutenzione e prevenzione costano meno
I danni causati da questo ennesimo, e non inatteso, disastro potranno essere assorbiti dalle comunità in decenni con costi decisamente superiori a quelli che si potrebbero impegnare per attività di profonda e seria manutenzione del territorio. L’evento di Niscemi, ancora una volta, ci pone di fronte alle nostre responsabilità: se vogliamo assicurarci un futuro gli impegni non sono più rinviabili, anzi vanno assunti con maggior decisione.
Sia nel perseguire e sostenere la riduzione delle emissioni climalteranti, sia nella messa in sicurezza dei territori.



















