A soli sette mesi dalla mostra-evento dedicata a Michelangelo Merisi (Caravaggio 2025, che con più di 450.000 visitatori in 137 giorni di apertura è stata la più visitata nella storia delle Gallerie nazionali di arte antica), il romano Palazzo Barberini propone un’esposizione che si candida a incontrare di nuovo il favore del grande pubblico.
Bernini e i Barberini, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, allestita fino al prossimo 14 giugno, in coincidenza con il quattrocentesimo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro, raccoglie una settantina di opere.

Tra sculture, dipinti e disegni provenienti da tutto il mondo.
Il sodalizio con Urbano VIII
«È la grande mostra su Bernini che mancava, perché celebra il sodalizio, mai indagato così a fondo, tra Gian Lorenzo e Urbano VIII, che svolse il suo lungo pontificato al tempo della Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Un’amicizia, la loro, iniziata da giovani e proseguita con l’elezione al soglio pontificio di Maffeo Barberini, al quale si devono le tante meraviglie che noi tutti conosciamo, a partire da Palazzo Barberini, dove Bernini è stato architetto con Pietro da Cortona, Borromini e Maderno, fino ad arrivare a San Pietro», ha spiegato in conferenza stampa Thomas Clement Salomon, Direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica.
Il palazzo come manifesto del potere
E non poteva che essere lo splendido Palazzo affacciato su via delle Quattro Fontane a ospitare l’iniziativa: commissionato da Urbano VIII per i suoi nipoti Taddeo e Francesco, l’edificio fu concepito come manifesto politico e culturale del nuovo potere papale. «Bernini si occupò principalmente dell’impostazione generale dell’edificio e della sua rappresentatività monumentale, mentre Borromini intervenne con soluzioni più sperimentali e innovative – argomenta nelle note il direttore – Il risultato finale è una sintesi complessa, nella quale la monumentalità berniniana e la tensione dinamica borrominiana convivono in equilibrio».

Sei sezioni per raccontare il Barocco
Articolata in sei sezioni, la mostra segue la parabola creativa dell’artista, dagli esordi da giovanissimo prodigio nella bottega paterna fino alla piena maturità, mettendo in luce il ruolo decisivo svolto dal pontefice Barberini nel definire un linguaggio artistico innovativo, destinato a imporsi come paradigma del Barocco europeo. Sostenitore convinto della suprema autorità della Chiesa, Urbano VIII fu amante del fasto e gran mecenate, colto e umanista, per questo soprannominato “ape attica” (dall’insetto presente nello stemma di famiglia).
Gli esordi e i primi capolavori
Nella prima sala della mostra Bernini e i Barberini, dedicata ai primi anni e alla collaborazione con il padre, Pietro Bernini, varranno indubbiamente una sosta tre opere giovanili in cui si scorgono anticipazioni dello stile della maturità: i due San Sebastiano (uno, particolarmente suggestivo, tanto da meritare la locandina della mostra, di attribuzione certa; l’altro, ancora di dubbia autenticità, proveniente dalla Chiesa di San Martino, in Francia) e il San Lorenzo della Collezione Contini Bonacossi.
Spazio poi al cantiere di San Pietro con il Baldacchino, opera mirabile capace di fondere architettura, scultura e decorazione in un’unica macchina scenica, la cui realizzazione è documentata attraverso disegni, modelli e incisioni.

Ritratti e capolavori nella Roma seicentesca
L’attività di Bernini come ritrattista è raccontata nella terza sala, che raccoglie la serie di marmi e bronzi raffiguranti Urbano VIII e provenienti da musei e collezioni internazionali, e nella quinta sezione, che presenta un’antologia di busti della Roma seicentesca. Nella stanza Palazzo Barberini: un capolavoro corale, sarà difficile non farsi rapire – malgrado campeggino di solito nella collezione permanente – da due opere di Guido Reni, pittore amato dalla famiglia Barberini e profondamente stimato da Bernini: la Maddalena Penitente, limpido esempio di “sacra bellezza”, e il dipinto su calce Putto dormiente.

Libertà creativa e propaganda
Nell’ultima sala, intitolata La libertà di Bernini, il potere di Urbano VIII, che vuole indagare il tema scottante della libertà creativa dell’artista, i due ritratti più interessanti dell’esposizione, entrambi scenograficamente stagliati su sfondo carminio: quello di Thomas Baker, prestito del V&A Museum di Londra, e quello dell’amata Costanza Piccolomini Bonarelli, dal Bargello di Firenze.
Il celeberrimo marmo, non documentato poiché non commissionato, ma realizzato dal Bernini come scultura privata, è databile al 1637-1638 circa. Ne ha scritto il critico d’arte Tomaso Montanari: «La camicia aperta sul seno, i capelli senza acconciatura, le labbra che si schiudono in un sospiro sotto i nostri occhi. Se non in qualche perduto capolavoro dell’antichità, mai l’arte della scultura era arrivata a far trasparire da un freddo marmo la fremente sensualità di una donna con tanta potenza ed efficacia».
Arte e potere nella Roma papalina
Se la disamina del legame tra arte e politica nella Roma papalina del Seicento dovesse appassionare particolarmente i visitatori, il ricco e variegato insieme di saggi proposto dal catalogo (edito da Allemandi) sarà di sicuro interesse. Per il resto, non un guizzo nell’allestimento, non un attimo di pathos e meraviglia nel procedere attraverso le sale; uno stupore che – a dire il vero – ci si sarebbe atteso come minimo sindacale in una esposizione dedicata alla “mano” della propaganda ecclesiastica di Urbano VIII che lui stesso definì così:

“Huomo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo”.
Per saperne di più
Bernini e i Barberini
Palazzo Barberini, Roma
Dal 12 febbraio al 14 giugno 2026
Martedì – Domenica: ore 10.00 – 19.00
Lunedì riservato scuole: ore 9.00 – 14.00
Intero: € 16,00
Ridotto (18 – 25 anni e convenzioni) €10,00
Info: www.barberinicorsini.org























