La minuscola isola di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna veneziana, è interamente occupata dal monastero fondato nel 1717 dal monaco armeno Sebaste Mechitar. Fu lui, infatti, a dare vita alla congregazione che porta il suo nome ricevendo in concessione dalla Serenissima questo fazzoletto di terra, proprio davanti al Lido, ampio appena settemila metri quadri.

La “Piccola Armenia” che emerge dalle acque
Chiamato la “Piccola Armenia”, il monastero è considerato uno dei più importanti centri mondiali per la cultura del piccolo Stato caucasico: «Dall’arrivo di Mechitar e dei suoi discepoli si è cominciato a costruire non solo il monastero come edificio ma anche il centro di cultura e spiritualità che il fondatore sognava» ci spiega padre Serafino Jamourlian, religioso della comunità che ci accoglie in questa visita.

«Nei secoli soprattutto attraverso le pubblicazioni, la predicazione, le scuole e l’attività missionaria verso la gioventù, siamo riusciti a raggiungere questo riconoscimento».
I rapporti con la Serenissima
La comunità armena di Venezia aveva già una lunga storia alle spalle: il primo, antichissimo quartiere armeno della città, risalente al XIII secolo, sorge intorno alla chiesa di Santa Croce. Ma il Settecento fu probabilmente il secolo più importante per i rapporti tra Venezia e l’Armenia. Padre Mechitar, che significa “Consolatore”, diede vita nel monastero a un centro di spiritualità, cultura e scienza tanto importante da assumere le caratteristiche di una vera e propria accademia. In quanto tale, venne risparmiato da Napoleone a differenza di molti altri istituti religiosi veneziani.
Uno scrigno di arte, scienza e memoria
La visita guidata è una vera e propria immersione in questo microcosmo che nel 1816-1817 fu visitato anche da Lord Byron, grande ammiratore della cultura armena, per studiarne la lingua.
Durante il percorso si attraversa la pinacoteca, il museo, la chiesa e la biblioteca monumentale dove si trovano volumi, manoscritti, opere d’arte di grande valore armene e non solo. Basti pensare a un Tiepolo raffigurante un’allegoria della Giustizia, ad un gesso del Canova, alla mummia egizia di Nemenkhet Amen del VII sec. a.C., a due splendidi troni indiani.
I tesori della biblioteca
La biblioteca, invece, custodisce 170mila volumi fra testi antichi e moderni a stampa e manoscritti, sia in lingua armena sia in lingue occidentali, tra i quali 4.500 manoscritti miniati. I monaci d’altro canto traducevano molti testi antichi, di cui sono andati perduti gli originali e che sopravvivono proprio grazie alle loro traduzioni.

Una cultura aperta al mondo
Quella armena, pur avendo una forte identità, è una cultura molto aperta verso le altre lingue e influenze, come conferma la “Settimana dell’Artsakh, Nagorno-Karabakh”, che la Fondazione Sireh organizza a Milano fino al 29 gennaio.

E insieme a padre Serafino, durante la visita al monastero di San Lazzaro, abbiamo potuto conoscerla più da vicino.
Padre Serafino, quale funzione svolge oggi il monastero?
Continua la sua missione di fare da ponte tra la cultura occidentale e quella armena e viceversa attraverso lo studio dei testi, i manoscritti, le traduzioni, i convegni e le pubblicazioni. Il monastero di San Lazzaro è stato paragonato a un’arca di Noè, che ha portato i tesori con sé, non però ‘per sé’ ma da condividere con l’umanità intera. Il monastero è un centro di cultura universale.
La vocazione pedagogica della Congregazione mechitarista è ancora viva?
Certamente, abbiamo scuole attive in Armenia, in Libano, ad Aleppo, a Costantinopoli e a Buenos Aires, dove c’è una comunità importante. Le nostre scuole, la nostra presenza sono ovunque gli armeni siano arrivati (gli armeni sono 11 milioni di cui 3 milioni quelli che abitano in Armenia). A Venezia c’era il Collegio Armeno, che purtroppo non è più in funzione.
Vuole spiegarci qualche aspetto particolarmente rilevante della cultura armena?
Per poter parlare della cultura armena dobbiamo innanzitutto renderci conto della sua esistenza millenaria, plurimillenaria. L’Armenia è una nazione antica e gli armeni esistevano già quando c’erano gli Assiri, gli Ittiti e altre popolazioni che non esistono nemmeno più. Nel corso dei secoli la produzione della cultura armena spazia in ambiti che vanno dalla letteratura all’arte, l’architettura, la musica, la miniatura, l’argenteria, l’oreficeria, i vetri, la scultura in pietra.
In che modo Mechitar è stato uno degli artefici della rinascita culturale armena?
Il suo intento era di portare la sua nazione a un livello di alta cultura per poterla introdurre nella vita religiosa. Per il fondatore il mechitarista deve essere come un’aquila con due ali, la religione e la cultura per potersi elevare ed elevare il suo popolo. Dalla fondazione di questa comunità Mechitar ha iniziato a stampare libri, che erano lo strumento divulgativo più moderno. Aveva le idee chiare, una visione attenta della realtà e un sogno da realizzare.
Quando è stata fondata la tipografia del monastero e che importanza ha avuto?
È stato lo stesso Mechitar ad iniziare l’attività editoriale. Nel 1700 aveva già quattro libri in stampa a Costantinopoli. Poi dovette trasferirsi a Modone, quindi a Venezia dove continuò l’attività di stampa ma c’era il monopolio. Antonio Bortoli aveva il permesso di stampare anche libri armeni quindi Mechitar collaborò con lui, pur sognando di avere la propria stamperia. Non ebbe il tempo di vederla. Nel 1789 i suoi discepoli ebbero il permesso di aprire nel monastero la stamperia grazie alla quale poterono diffondere la lingua e la cultura armena in modo autonomo. La tipografia di San Lazzaro divenne una delle più importanti d’Europa, in attività fino al 1995. Nell’Ottocento stampava in 36 lingue libri da mandare a tutte le comunità armene nel mondo perché gli Armeni, partendo da Russia, Polonia, Bulgaria, Ungheria, avevano raggiunto fino alle Americhe.
E la biblioteca a quando risale?
La costruzione della Biblioteca è del 1740, è la parte più recente dell’era del fondatore. Nasce con Mechitar che, fuggendo da Modone, portò con sé solo manoscritti e libri. Non si può pensare al fondatore senza i suoi libri. Ha sempre cercato le migliori edizioni non solo dei libri teologici ma anche di quelli di geografia, chimica, fisica, astronomia, algebra, matematica, politica perché ai suoi monaci faceva studiare di tutto, non solo grammatica, oratoria e filosofia. Voleva che fossero dotti, li allenava, li faceva esercitare.
Come mai Lord Byron venne al monastero per studiare l’armeno?
Lord Byron scrisse a un amico che in quel periodo così travagliato della sua vita aveva pensato di intraprendere qualcosa di molto difficile: aveva deciso di imparare l’armeno. L’alfabeto armeno ha 36 lettere, appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea, ma è un ceppo a sé. Byron conosceva uno dei padri del monastero incontrato a Londra, quindi nel 1816 gli chiese di insegnargli l’armeno. Si tramanda che per sei mesi sia venuto con la sua barca tutti i giorni al monastero. Qui è conservato il diario dell’insegnante di Byron con annotazioni e un paio di firme originali del poeta.
Quanti monaci sono presenti oggi a San Lazzaro degli Armeni?
Siamo appena una decina circa ma il numero non è mai un ostacolo insuperabile.
Si fa fronte alle cose, ci si organizza e oggi si hanno a disposizione strumenti moderni, dal computer ai mezzi di comunicazione, per gestire e far conoscere questo luogo d’inestimabile valore.
Per saperne di più
Telefono: 0415260104
E-mail: visite@mechitar.org
Per visitare l’isola e il monastero è obbligatorio prenotare.






















