Dopo il successo di O que arde, nel suo nuovo film Óliver Laxe, regista galiziano ma naturalizzato francese, torna a scavare nei limiti umani, conducendo il pubblico lungo un sentiero che è al contempo un percorso di dolore e di consapevolezza. del dolore e metafisica del ritorno. Il titolo, Sirāt, evoca nella tradizione islamica il ponte sottilissimo teso sopra l’abisso dell’inferno.

Una via obbligata verso la salvezza che solo chi è puro di cuore o consapevole del proprio peso può attraversare senza cadere.
Viaggio nell’assenza
Ed è proprio su questo confine invisibile che si muovono i protagonisti: un uomo (un intenso Sergi López) e suo figlio (Bruno Nuñez), in viaggio attraverso il l cuore più arido e inospitale del Marocco alla ricerca di una figlia scomparsa. Quando i due si uniscono a un gruppo di raver diretto a un’altra misteriosa festa, quello che era iniziato come un classico road movie si sfalda progressivamente trasformandosi in una sorta di odissea astratta, quasi onirica.

Significato spirituale
«Sono attratto dal significato quotidiano della parola Sirāt, che si traduce come “percorso” o “via”. Un percorso che ha due dimensioni: quella fisica e quella metafisica, o spirituale», ha spiegato il regista in conferenza stampa a Roma.

«Sirāt è il percorso interiore che ti spinge a morire prima di morire, come accade al personaggio principale di questo film».
Un’Europa che attraversa senza vedere
Sotto la superficie di questo pellegrinaggio iniziatico, pare però nascondersi una critica soffusa e tagliente al neocolonialismo europeo. Non è una denuncia gridata, bensì una tensione che si annida nel modo in cui i corpi occidentali e i loro oggetti occupano lo spazio del Sahara marocchino. È così che emerge il volto più ambiguo dell’Europa contemporanea: quella che consuma il paesaggio altrui come una scenografia per i propri riti, che cerca un’estasi o una redenzione a buon mercato nelle “radici” di un Altro che però non smette mai di considerare subalterno.

Turisti dell’anima e ferite coloniali
Il neocolonialismo di Sirāt è quello dei “turisti dell’anima”, degli occidentali che attraversano lo Stretto di Gibilterra con la presunzione di chi può comprare il silenzio e la spiritualità, senza farsi carico della memoria delle ferite inferte. Le mine terrestri che compaiono nel racconto sembrano non solo residuati bellici, ma metafore di un terreno ancora stuprato dal passato coloniale, dove ogni passo può far esplodere contraddizioni mai risolte tra Nord e Sud del mondo.
Allo stesso tempo, l’uso dei rave party permette al regista di mettere in scena da un lato la voce della gioventù globalizzata che cerca nella natura “incontaminata” uno spazio di libertà edonica e sballo; dall’altra, quella della terra, fatta di silenzi e tradizioni millenarie.
Guarda il trailer di Sirāt
La celluloide come scelta politica
In questa cornice, la scelta della pellicola 16mm non è solo una vezzo estetico, ma un atto di resistenza ecologica e narrativa. La texture sporca e vitale del film sembra voler restituire dignità alla materia, contrapponendosi alla pulizia asettica del digitale che tutto livella. È un cinema che “si sporca le mani” con la polvere di Errachidia e Erfoud, che accetta l’imprevisto e il limite, proprio come insegnava il misticismo del suono di Hazrat Inayat Khan, citato tra le ispirazioni dell’opera. Laxe immerge gli spettatori in un’atmosfera intrisa di musica techno con l’aiuto di inquadrature orientate ai dettagli, con immagini ipnotiche del deserto aperto che paiono evocare Lawrence d’Arabia di David Lean (che aveva però scelto come set privilegiato il deserto di Wadi Rum, in Giordania).

Volti e paesaggi in simbiosi
Il cast, che vede accanto a López attori e attrici non professionisti, si muove in una simbiosi quasi violenta con il paesaggio. Ogni volto è una mappa di solchi che riflette l’erosione delle rocce circostanti. La ricerca della figlia scomparsa sembra così diventare il simbolo di una perdita più vasta: quella di un centro morale, di un equilibrio che l’Europa ha smarrito pretendendo di essere l’unica misura del mondo.
Spogliarsi dei privilegi
D’altronde, il senso più profondo di questo complesso e affascinante lungometraggio potrebbe essere letto come un monito: non si può attraversare il deserto dell’Altro senza spogliarsi dei propri privilegi. Solo allora il ponte del Sirāt smetterà di essere un confine di separazione per diventare un luogo di incontro dove il rispetto per il paesaggio e per l’umano tornano a coincidere in un unico, fragilissimo respiro.
Premi e riconoscimenti
Sirāt è visibile in diverse sale italiane. Ha avuto la sua anteprima mondiale al Festival di Cannes 2025, dove è stato presentato in concorso e ha vinto il Premio della Giuria. Ha inoltre conquistato i premi tecnici degli European Film Awards (tra cui la migliore fotografia a Mauro Herce e la migliore scenografia andata a Laica Ateca).

E ha appena ottenuto due nomination agli Oscar 2026, come miglior suono e miglior film internazionale.
Sirāt
- Regia: Oliver Laxe.
- Con: Sergi López, Bruno Núñez, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Tonin Javier, Jade Oukid
Durata: 120 min
Dove vederlo: www.circuitocinema.com























