“Le Alpi Apuane sono montagne severe ma fragili, scolpite dal tempo e dall’acqua. Nei loro fianchi si aprono ferite profonde, che incidono non solo la roccia ma anche l’anima di un paesaggio unico”. Così “Alpi Apuane. Una storia straordinaria” il nuovo documentario di Valter Torri, prodotto da DocumentAria Film, racconta questo territorio, muovendosi lungo quell’equilibrio sottile tra bellezza e fragilità.
Un lavoro che nasce anche da un legame profondo del regista con questo territorio.
Viaggio nella bellezza (che modifichiamo)
Per Torri, che vive a La Spezia, le Alpi Apuane sono un orizzonte familiare: un paesaggio che da tempo lo accompagna nel racconto del contrasto tra bellezza naturale e trasformazione umana. Un legame che affonda le sue radici nel 2011, quando il regista realizzò “Apuane, le Montagne d’Acqua”, primo capitolo di uno sguardo che oggi si arricchisce di nuove consapevolezze.

Un equilibrio sempre più fragile
Quel contrasto tra natura e presenza umana oggi ha numeri impressionanti. Negli ultimi trent’anni, spiega il regista, è stato estratto più materiale che nei duemila anni precedenti. «Oggi con i mezzi meccanici si taglia il marmo come fosse burro. E il problema non è più solo il blocco statuario: il vero business è il carbonato di calcio per l’industria cosmetica. Questo cambia completamente il modo di estrarre e lo rende più impattante».
Mostrare senza giudizio
Eppure, nel film non c’è mai una denuncia esplicita. Piuttosto, una tensione che attraversa le immagini. Torri sceglie di mostrare, anziché accusare. «Se si calca troppo la mano si rischia l’effetto opposto. Io ho preferito dire: questo è ciò che abbiamo e che rischiamo di perdere».
A rafforzare la dimensione immersiva del racconto è anche la colonna sonora firmata da Matteo Cremolini, che dialoga con le immagini in modo delicato, restituendo il respiro profondo del paesaggio. In questo racconto, la montagna non è solo uno sfondo, ma diventa presenza. Una scelta consapevole, che nasce da una precisa idea di cinema: «Quando il pubblico entra in empatia con un ambiente, allora desidera che venga protetto. Se lo conosci, lo ami», sottolinea Torri.
Acqua e roccia, un’unica origine
È anche per questo che il film insiste su elementi primari: acqua e roccia. Non come opposti, ma come parti che si compenetrano. «Sono in armonia totale», spiega Torri. «Le Apuane nascono dal mare: sedimenti di vita marina, trasformate nel tempo in marmo. Il marmo stesso è carbonato di calcio dei coralli, trasformato nel tempo».
«L’acqua attraversa le rocce, le scava, le nutre, come un ricordo che continua a scorrere. Sono la stessa cosa», sorride. «Io non potrei vivere senza un bacino vicino. In tutti i miei documentari, in un modo o nell’altro, l’acqua deve esserci».
Il ritmo lento della natura
Il tempo, qui, non è solo quello umano. È quello dei processi naturali, che nel film segue il percorso dell’acqua: dalla cima delle montagne fino al fondo valle. Una scelta narrativa che spacca la linearità delle stagioni per restituire una dimensione più profonda. «Volevo evitare una struttura troppo didascalica. Per questo l’acqua diventa la guida».
Fragilità e responsabilità
Eppure, accanto a questa dimensione, emerge con forza la fragilità. Non solo ecologica, ma anche culturale. Il rischio, suggerisce il film, non è che la natura scompaia – «il pianeta sopravviverà comunque» – ma che sia l’essere umano a perdere le condizioni per viverci.
Immagini, per saper scegliere
Da qui nasce una domanda inevitabile: il cinema può incidere davvero nelle scelte e nei cambiamenti culturali? «Io penso di sì», risponde Torri. «Ma dipende dalla sensibilità di chi guarda. Non serve un cinema che insegna in modo pedante. Serve un cinema che metta lo spettatore davanti alle scelte. Poi sta a ciascuno capire». È una responsabilità che non riguarda solo le istituzioni. «Deve essere condivisa, a 360 gradi. Anche noi, come cittadini, dobbiamo far capire che vogliamo un cambiamento. Altrimenti nulla si muoverà».
Nella natura in punta di piedi
E il cambiamento, qui, appare urgente. In alcuni punti delle Apuane, racconta il regista, le cime si sono abbassate di oltre cento metri in pochi anni. «La cosa più importante è che resti qualcosa. Che tra vent’anni ci sia ancora qualcosa da vedere». Eppure il suo sguardo resta attraversato da una forma di fiducia. Forse perché nasce da un atteggiamento preciso: l’umiltà. «Quando entro in un ambiente naturale, lo faccio in punta di piedi. Non cerco l’immagine spettacolare a tutti i costi. Se arriva bene, altrimenti pazienza».
Osservare davvero
È in questa postura che si trova anche una possibile risposta. Non nel dominio, ma nell’attenzione. Non nella velocità, ma nella capacità di aspettare. Perché, come suggerisce il film, è proprio lì che si gioca tutto: nella possibilità di recuperare uno sguardo capace di osservare davvero. In un tempo che corre, la lentezza diventa un atto quasi radicale.
Un compito: custodire
Siamo ancora in tempo per custodire questi luoghi, o abbiamo già superato una soglia critica? Ora le Alpi Apuane sono lì, immobili solo in apparenza, a ricordarci che possono essere ammirate, ma soprattutto custodite. Se sapremo ascoltarle, potranno continuare a raccontare la loro storia:
una storia di acqua e di pietra, con vette che si innalzano verso il cielo e custodiscono un equilibrio tanto prezioso quanto vulnerabile.



















