
Chi ama le escursioni in montagna osserva la natura attraverso una lente di nozioni, ma anche convinzioni e piccoli stereotipi che influenzano il modo di percepire il cammino. Si tratta di un patrimonio composito, formato dall’esperienza diretta, da apprensioni trasmesse in famiglia e da quelle leggende metropolitane che continuano a circolare attorno alla vita all’aria aperta.
Sentieri di rovi e vipere in agguato
Un sentiero invaso dall’erba alta e dai rovi, per esempio, induce quasi automaticamente a procedere con cautela, avanzando a piccoli passi e magari picchiettando il terreno con un bastone, nell’attesa – spesso ingiustificata – di un possibile incontro con vipere pronte a mordere alle caviglie. Paure diffuse che, nella maggior parte dei casi, non trovano riscontro nella realtà, ma che continuano a suggestionare il modo di vivere gli ambienti naturali.
Riconciliarsi con l’ambiente
Anche i bisogni più elementari, come fermarsi per fare pipì durante un’escursione, vengono spesso rivestiti di un’aura simbolica: un gesto semplice che può trasformarsi in un momento di “riconciliazione” con l’ambiente, quasi un atto di restituzione al suolo e alla vegetazione. Con ironia, persino gli episodi più imbarazzanti diventano occasione per riflettere sul ciclo naturale delle cose e sul rapporto, talvolta ingenuo, che l’essere umano instaura con l’ecosistema.
Leggerezza e sagacia
Sfogliando le pagine di Cose che capitano in montagna (Cai Edizioni, 2025) di Irene Borgna – filosofa dell’ambiente e antropologa alpina, da anni impegnata nella divulgazione scientifica e nell’educazione ambientale – riaffiorare proprio questo fitto intreccio di timori, ricordi e aspettative. Il libro intercetta le esperienze più comuni a molti camminatori e camminatrici e le restituisce con leggerezza e sagacia, strappando sorrisi e favorendo una riflessione più consapevole sul nostro modo non solo di abitare, ma anche di raccontare la montagna.
Ansie in cammino
Non mancano poi le ansie legate agli incontri con gli animali domestici che presidiano la montagna, come i cani da pastore intenti a sorvegliare la mandria. Trovarsi a pochi metri da uno di loro può generare una tensione immediata, alimentata più dalla fama che da reali episodi di pericolo, ma sufficiente a far accelerare il passo.
Gesti da correggere
Nel capitolo “Non rischiamo la buccia”, ad esempio, Borgna smonta uno dei luoghi comuni più diffusi della frequentazione “leggera” della natura: «L’idea che bucce e torsoli possano essere gettati senza conseguenze perché “tanto sono biodegradabili” è un falso mito. In ambienti molto freddi o molto secchi gli scarti organici possono impiegare mesi, talvolta anni, a degradarsi. E se vengono mangiati da animali selvatici, possono risultare tossici o alterarne il comportamento, rendendoli dipendenti dal cibo di origine umana».
Palestra mentale
Il libro raccoglie e “mette in scena” quaranta situazioni ispirate a episodi reali e all’esperienza sul campo di guide, guardiaparco e frequentatori abituali della montagna. Cosa fare se scoppia un temporale improvviso, se una zecca si attacca in un punto delicato oppure se la suola dello scarponcino cede a metà escursione?
Le illustrazioni di Agnese Blasetti aiutano a visualizzare i contesti, mentre i testi accompagnano i lettori nell’esplorazione delle possibili scelte, con l’obiettivo di favorire decisioni più sicure e sostenibili. Il libro diventa così una sorta di palestra mentale, che consente di mettersi alla prova anche lontano dai sentieri.
Confermando come Irene Borgna sappia coniugare rigore, esperienza sul campo e uno sguardo narrativo ironico, che rende la montagna più comprensibile, concreta e meno mitizzata.


















