Yurii Sheliazhenko, lo storico esponente del pacifismo ucraino, è tornato in libertà. Ma la sua posizione rimane precaria. L’obiettore di coscienza al servizio militare, difensore dei diritti umani, accademico esperto di diritto della gestione del conflitto e segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, era stato arrestato il 19 marzo. Il fermo, operato dagli agenti della Polizia del distretto Pechersk di Kyiv, è avvenuto senza un’adeguata base giuridica.
E senza il rispetto delle garanzie procedurali previste dalla legge ucraina.
Violazioni procedurali e diritti negati
Durante la detenzione, a Yurii è stato impedito di contattare un avvocato e di segnalare le irregolarità all’Ufficio Statale di Investigazione. E da subito il caso ha sollevato, in tutto il movimento nonviolento, forti preoccupazioni: trasferirlo a un “Centro territoriale di reclutamento e supporto sociale” (Tcc) senza il dovuto procedimento legale implica infatti non solo la responsabilità delle forze dell’ordine, ma anche la violazione della Costituzione ucraina e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
In particolare dell’articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), nonché dell’articolo 9 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Iccpr).
Obiezione di coscienza e procedimento penale
Nonostante la condanna esplicita dell’aggressione russa, Yurii Sheliazhenko continua a subire le conseguenze della sua obiezione di coscienza, dichiarata ben prima dello scoppio della guerra. Accusato ai sensi dell’articolo 436-2(2) del Codice Penale, per aver indirizzato la Peace Agenda for Ukraine and the World a Volodymyr Zelens’kyj, l’attivista rischia una condanna a 5 anni e la confisca del patrimonio.
Dal sequestro dei beni tecnologici nel 2023 agli arresti domiciliari durati fino a febbraio 2024, il suo iter giudiziario resta di fatto un caso aperto, caratterizzato da un dibattimento processuale che prosegue senza sosta tra numerosi rinvii.
Libertà di coscienza sotto pressione
Le autorità ucraine non ammettono infatti posizioni alternative alla guerra: l’obiezione al servizio militare viene condannata, violando in questo modo il Patto internazionale sui diritti civili e politici, i cui primi due commi dell’articolo 18 recitano: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta, nonché la libertà di manifestare, individualmente o in comune con altri, sia in pubblico sia in privato, la propria religione o il proprio credo nel culto e nell’osservanza dei riti, nelle pratiche e nell’insegnamento». E ancora:
«Nessuno può essere assoggettato a costrizioni che possano menomare la sua libertà di avere o adottare una religione o un credo di sua scelta».
Richiami internazionali e obblighi degli Stati
La vicenda di Yurii Sheliazhenko è stata già segnalata dai Relatori Speciali Onu sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, sulle questioni delle minoranze e sulla libertà di religione o di credo, così come dall’Ohchr. Nel marzo 2025, la Commissione di Venezia si è espressa chiaramente: «Gli Stati hanno l’obbligo concreto di istituire un sistema di servizio alternativo che deve essere separato dal sistema militare, non deve essere di natura punitiva e deve rimanere entro limiti di tempo ragionevoli».
Alla base c’è la libertà di rinunciare alle armi: «In nessun caso un obiettore di coscienza al servizio militare può essere obbligato a portare o usare le armi, anche per la difesa del proprio paese».
Il nodo democratico e il futuro europeo
Ora il caso solleva interrogativi cruciali sulla democrazia ucraina, in un’epoca che sembra aver rassegnatamente accettato la guerra come unico sbocco possibile. I numeri sono eloquenti: secondo il Csis, le vittime in quattro anni sono circa 2 milioni. Allo stesso tempo, il percorso di integrazione europea di Kiev prosegue attraverso ingenti prestiti e aiuti militari, con quasi 200 miliardi di euro stanziati dall’Ue dall’inizio del conflitto. Resta da capire se l’Unione possa ancora rivendicare la sua missione originaria.
Ovvero costruire la pace e la sicurezza delle comunità, combattendo le disuguaglianze globali e le cause profonde delle migrazioni forzate, verso uno sviluppo equo.



















