Israele, lo scorso 13 giugno, ha deciso di aprire un nuovo fronte di guerra, attaccando l’Iran. Dopo giorni di bombardamenti reciproci tra Israele e Iran, gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire direttamente nel conflitto – anticipando le due settimane inizialmente annunciate – al fianco del governo di Benjamin Netanyahu con un’offensiva, nella notte fra sabato e domenica, sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
Caos crescente
«Gli attacchi sono stati uno straordinario successo militare», ha dichiarato Donald Trump. Secondo Abbas Araghchi, ministro degli esteri dell’Iran, il silenzio da parte delle organizzazioni internazionali potrebbe avere come conseguenza l’innalzamento del livello di caos in tutto il mondo. «Sono stati gli Stati Uniti a tradire i colloqui diplomatici, schierarsi con Israele e sostenere una guerra illegale contro la Repubblica islamica, quindi l’amministrazione americana ha piena responsabilità per le conseguenze che arriveranno», ha affermato.

Linguaggio di parte
In queste ore sono tanti gli interrogativi che possiamo porci sul futuro del Medio Oriente e più in generale degli equilibri mondiali. E dovrebbe farci riflettere il linguaggio e l’uso delle parole nel giustificare o legittimare le guerre. Si fatica, infatti, a parlare apertamente di aggredito e aggressore, come invece è accaduto in altri conflitti armati. Si tende, inoltre, a invocare l’azione preventiva, sostenendola senza riserve attraverso il principio: “Si vis pacem, para bellum”.
Verità negata
Per Pasquale Pugliese, filosofo e già segretario del Movimento Nonviolento, «la verità è sempre la prima vittima della guerra, come affermava Eschilo, o come gli viene comunemente attribuito. E le modalità con la quale si violenta la verità sono molteplici, a cominciare dalla sua trasformazione in propaganda di guerra, fondata sulla manipolazione delle parole».
Possiamo dire che le parole hanno un ruolo fondamentale nell’influenzare l’opinione pubblica anche nelle guerre recenti?
«Sì, si tratta di un dispositivo antico quanto la guerra stessa studiato da Arthur Ponsonby, politico pacifista inglese, dopo la prima guerra mondiale, analizzando gli inganni messi in atto dalla propaganda di tutte le parti in conflitto. La storica belga Anne Morelli ne ha fatto una verifica alla luce delle guerre successive, fino all’aggressione militare Usa dell’Iraq del 2003, nelle quali i Principi elementari della propaganda di guerra (2005) risultano confermati, adattati ai diversi contesti, per convincere le opinioni pubbliche di fronte agli enormi costi umani ed economici di ogni guerra. Eccone l’elenco, per titoli: 1. Non siamo noi a volere la guerra, ma siamo costretti a prepararla e a farla; 2. I nemici sono i soli responsabili della guerra; 3. Il nemico ha l’aspetto del male assoluto (salvo averci fatto affari fino a poco prima); 4. Noi difendiamo una causa nobile, non i nostri interessi; 5. Il nemico provoca volutamente delle atrocità, i nostri sono involontari effetti collaterali; 6. Il nemico usa armi illegali, noi rispettiamo le regole; 7. Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte; 8. Gli intellettuali e la stampa sostengono la nostra causa; 9. La nostra causa ha un carattere sacro (letterale o metaforico); 10. Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono traditori.
Tutti elementi propagandistici reiterati da gran parte dei media italiani, dalla guerra in Ucraina al genocidio in Palestina, in questi giorni fino all’aggressione israeliana all’Iran, cui si è aggiunto l’attacco statunitense: l’ab/uso delle parole è fondamentale, non per informare sui fatti ma per posizionare l’opinione pubblica nella logica binaria di amico/nemico, gettandola mentalmente in guerra».
Pensiamo, ad esempio, alla parola “genocidio”: molti politici, giornalisti e intellettuali non vogliono utilizzarla per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza…
Dopo quasi venti mesi, la mattanza e l’orrore senza fine di Gaza definiscono i contorni di quel genocidio che la Corte internazionale di giustizia aveva paventato già nel gennaio del 2024 e che un anno fa è tornato ad evocare, intimando al governo israeliano di fermare “immediatamente” le azioni militari contro i civili. Ma Netanyahu ha provveduto, piuttosto, a intensificare i bombardamenti e ad affamare, assetare, deportare i civili, con un numero di vittime a Gaza fino ad ora paragonabili a quelle della bomba atomica su Nagasaki. Per questo i rapporti delle Nazioni Unite, Amnesty International e Human Right Watch hanno descritto precisamente i contorni di quel genocidio, che governo e media italiani evitano di pronunciare.

È solo cecità o vede una responsabilità politica dietro questa narrazione?
Questo agire criminale ha goduto nel nostro paese, di una vera e propria “scorta mediatica”, come è stata definita dal giornalista Raffaele Oriani, da parte della stampa più diffusa, che solo nelle ultime settimane pare allentarsi, usando quei meccanismi propagandistici per alleggerire e diluire nei confronti dell’opinione pubblica le responsabilità del governo israeliano, con sconcertante subalternità politica e slittamento etico. È emersa una complice omertà – che non vede, non sente, non parla, come le tre scimmiette – soprattutto se paragonata alla “scorta mediatica” che invece era stata fatta, ed è tuttora in corso, a sostegno delle vittime civili ucraine dell’occupazione russa.
Stiamo assistendo a una normalizzazione della guerra?
Sì, lo dicevo il 15 giugno dal palco di Monte Sole, a conclusione della Marcia che ha portato ottomila persone a camminare in un’azione nonviolenta di massa nei luoghi dell’eccidio nazista. Abbiamo marciato contro la normalizzazione della violenza e della guerra, che – dall’Europa al Mediorente, e spesso con gli stessi attori coinvolti, come il governo israeliano – ha nuovamente, tragicamente e pericolosamente, sostituito il diritto internazionale nella regolamentazione dei conflitti. Che non regolamenta ma dilata, approfondisce, perpetua.
Ma anche contro il folle ritorno della logica della deterrenza che produce conflitti armati quanto più prepara la guerra: ogni anno più del precedente si trasferiscono risorse dagli investimenti civili, sociali, sanitari alle spese militari – cioè ai profitti dell’industria bellica nazionale e internazionale – e ogni anno più del precedente aumentano i conflitti armati, le vittime civili, i profughi delle tante guerre.
La Germania è tornata a riarmarsi, su alcuni quotidiani si legge che la “generazione Erasmus” potrebbe addirittura trovarsi a marciare su Mosca. Il rischio di un’escalation nucleare sembra sempre più reale…
È l’esplosione della logica della guerra, che lacera e dilania, oltre i corpi di chi è colpito direttamente, la capacità di pensiero critico di chi giustifica e incita al bellicismo. Al punto che il ministro della difesa tedesco, il socialdemocratico Boris Pistorius, ha dichiarato recentemente che la Germania e l’Europa devono essere pronti alla guerra contro la Russia entro il 2029. Ebbene, io credo che le generazioni di giovani che si sono formate negli scambi internazionali, nel nome del cosmopolitismo pacifista di Erasmo da Rotterdam – le generazioni Erasmus – rifiuteranno di diventare carne da cannone per il complesso militare industriale che ha preso il potere anche in Europa. In ogni caso, in questo scenario, il mio compito di educatore è formare all’obiezione di coscienza ed alla disobbedienza civile, perché da sempre ogni guerra, contro qualsiasi nemico, è prima di tutto guerra contro i giovani.

L’Europa, un tempo promotrice della pace, si sta trasformando in una potenza che investe nuovamente nel riarmo. A cosa possiamo attribuire questo cambiamento culturale?
Ciò che più stupisce dello tsunami bellicista e riarmista che sta travolgendo l’Europa, passata dall’islamofobia alla russofobia, alla costante ricerca di un nemico che ne giustifichi il gigantesco trasferimento di risorse nelle casse dell’industria bellica è l’assenza nelle classi dirigenti, ostaggio delle lobby delle armi, e nei media che li supportano, spesso emanazione diretta del complesso militare-industriale, di una visione generale fondata su punti di riferimento che ne indichino l’orizzonte di senso. Eppure in Europa non sono mancate figure luminose che hanno contribuito a costruire, proprio nei momenti più oscuri, quei “valori” europei oggi tanto evocati nella vulgata quotidiana quanto contraddetti nelle scelte politiche nazionali e sovranazionali. Dal già citato Erasmo da Rotterdam a Immanuel Kant, da Simone Weil ad Altiero Spinelli che già, dall’esilio di Ventotene, metteva in guardia contro il risorgere dei nazionalismi e dei militarismi.
Oggi siamo al ribaltamento del progetto di pace di Altiero Spinelli, fondato sulla ragione illuminista, e al ritorno all’obsoleta formula magica, ossessivamente ripetuta, “se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra”, fondata su spinte irrazionali, che governa le Istituzioni europee abusando della credulità popolare: i governi nel loro insieme non hanno mai speso così tanto per “preparare la guerra” e infatti, inevitabilmente, la guerra dilaga ovunque, perfino di nuovo in Europa. Oltre che in Medio Oriente.
Cosa può fare il movimento nonviolento in uno scenario in cui la cultura della potenza sembra aver preso il sopravvento sul diritto internazionale?
I movimenti che si ispirano alla nonviolenza possono fare molto, a tutti i livelli. Lo ha rilevato anche papa Leone XIV, incontrandoli lo scorso 30 maggio ad un anno dall’Arena di pace di Verona, voluta da papa Francesco. “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni – educative, economiche, sociali – ad essere chiamato in causa”: è uno dei passaggi più significativi del suo discorso, che non solo ribalta l’obsoleto, falso e illusorio mantra del si vis pacem para bellum, del quale sono fanatici fondamentalisti i decisori nazionali e internazionali, e i loro chierici mediatici, ma riconduce alla responsabilità di tutti la costruzione di prassi di pace per il superamento dei sistema di guerra.

Da dove dovremmo cominciare?
Il punto di partenza è considerare la pace non come mera assenza di guerra, la pace negativa, ma come costruzione delle condizioni per la sua preparazione e manutenzione, la pace positiva. La degenerazione bellica dei conflitti è solo la punta dell’iceberg di un sistema di guerra che prepara e legittima questo esito: è il punto di esplosione di una lunga e articolata filiera di guerra. Rispetto alla quale se i cittadini – ma anche le istituzioni locali – non possono fermare direttamente la violenza una volta avviata, possono invece contribuire attivamente a decostruirne la filiera economica, organizzativa e culturale, non sull’onda dell’emozione temporanea ma continuativamente, ed a costruirne le alternative, con molte azioni da basso. A cominciare dal sottoscrivere la Campagna di Obiezione alla guerra del Movimento Nonviolento, sottraendosi personalmente ad ogni collaborazione bellica e finanziando, contemporaneamente, il supporto agli obiettori di coscienza e ai disertori di ogni fronte.

Che sono i “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”, come li chiamerebbe Alex Langer, dei nostri tempi.
“Marciare da Marzabotto a #MonteSole, luogo che vide l’eccidio nazista di popolazioni inermi, è un’azione nonviolenta contro la normalizzazione della violenza che oggi NON vede il #genocidio israeliano contro le popolazioni inermi di #Gaza”
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