Vilhelm Hammershøi, il pittore del silenzio. A Rovigo la retrospettiva

Interni rarefatti, luci nordiche e atmosfere senza tempo. Tornano in Italia, dopo oltre un secolo, le opere del grande maestro danese. Un viaggio in cento dipinti, che chiama in causa altri artisti coevi ispirati dalle atmosfere dell'anima
24 Giugno, 2025
4 minuti di lettura

Interni disadorni, ritratti di donne di spalle, una palette di colori nei toni del grigio, del tortora, dei beige. Sospensioni di tempo e di spazio. Nel frastuono della contemporaneità, incontrare la pittura di Vilhelm Hammershøi è come approdare in un giardino silenzioso nel cuore nella metropoli, in un rifugio per acquietare i pensieri, i tumulti, ogni inutile fretta.

Vilhelm Hammershøi, a Rovigo la retrospettiva: fotografia dell'artista
Vilhelm Hammershøi. Foto: The National Library of Denmark and Copenhagen University

Cent’anni dopo

All’artista danese, nato a Copenhagen nel 1864 e morto per un tumore alla gola nel 1916, Palazzo Roverella a Rovigo dedica una mostra molto celebrata a cura di Paolo Bolpagni che riporta in Italia i suoi quadri ad oltre cento anni dall’Esposizione alla Quadriennale di Roma del 1911 in un affascinante itinerario dal titolo Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia.

Confronti artistici

Oltre alla produzione più importante del maestro danese, raccolta dai musei di Copenaghen, Stoccolma, Parigi e da molte collezioni private, la mostra offre un confronto in cento opere con artisti coevi o del passato che, come lui, hanno messo al centro della propria arte il silenzio, la sospensione rarefatta di ambienti in cui ogni dettaglio della composizione, del colore, dei soggetti rimanda ad atmosfere dell’anima.

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Vermeer, naturalmente, e la grande scuola fiamminga del Seicento, con Maes e soprattutto Saenredam, ma anche molti contemporanei europei del simbolismo di fine secolo (Khnopff, Le Brun, Ménard e Duhem) fino agli italiani Prencipe, Ar, Amato e Oscar Ghiglia che dopo aver visto un dipinto di Hammershøi alla Biennale nel 1903 deciderà di fare della sua casa, proprio come il pittore danese, l’ambientazione prediletta della sua arte.

La retrospettiva su Vilhelm Hammershøi a Palazzo Roverella. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella
La retrospettiva su Vilhelm Hammershøi a Palazzo Roverella. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella

Parabola da riscoprire

Una strana parabola, quella di Hammershøi, considerato il più grande pittore danese del suo tempo, le cui atmosfere neutre furono presto travolte dal rumore e dalle provocazioni delle avanguardie artistiche del primo Novecento e poi lentamente dimenticate. Fu il Musée d’Orsay a dedicargli la prima grande mostra, nel 1997, e ammirarne oggi le opere rivela quanto la sua cifra stilistica sia stata carsicamente seminale per molteplici forme artistiche di tutto il Novecento: il cinema d’autore di Carl Dreyer e Ingmar Bergman in primis, fino al primo Antonioni e al Woody Allen di Interiors, gli interni silenziosi e inquietanti di Hopper e le copertine del “New Yorker” di Artur Getz, l’immobilità dei metafisici, il minimalismo del design e dell’architettura danese e scandinava.

Tavolozza neutra

Schivo e taciturno, figlio di una famiglia borghese e benestante, Hammershøi dà precocissimi segnali del suo talento e saranno i disegni e le opere diligentemente conservate dalla madre Frederikke a testimoniare le tappe dei primi anni di studio, dall’infanzia all’Accademia reale danese di Belle Arti cui si iscrisse anche il fratello Svend, ceramista e pittore, con cui Vilhelm condivise la scelta dei toni bruni e grigi dei suoi quadri ma non i soggetti. «Perché adopero pochi colori sommessi? Veramente non lo so. È stato così fin dalla prima volta. Sono colori neutri. E sono assolutamente convinto che un dipinto ha il miglior risultato, in termini cromatici, se ci sono meno colori», affermò.

La retrospettiva su Vilhelm Hammershøi a Palazzo Roverell
Vedute sulla retrospettiva. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella

Il colore dell’aria

Le mille sfumature di grigio dei suoi quadri, lontani anni luce da ogni pulsione carnale, suggeriscono anzi allo sguardo equilibrio, introspezione, l’irreale movenza di quei sogni dove ogni suono scompare, risucchiato nell’aria. La sua tavolozza, però, nonostante l’apparente monotonia cromatica, è invece incredibilmente sofisticata, come hanno rivelato le analisi scientifiche dello Statens Museum for Kunst di Copenaghen: nei grigi palpitano riflessi blu e verdi, nel nero si nascondono le sfumature del blu cobalto, i bianchi sono ora opachi e ora trasparenti, a seconda dell’effetto desiderato. Nel suo sottile vibrare cromatico, ha sottolineato un critico, Hammershøi riesce dipingere non solo oggetti o persone, ma l’aria che li circonda.

Teatro domestico

L’edificio secentesco al numero 30 di Strandgade, a Copenaghen, dove si trasferisce nel 1898 con la moglie Ida Ilsted, sorella dell’amico pittore Peter, non solo musa di moltissime tele ma vera e propria coautrice silenziosa della sua arte, diviene presto il soggetto preferito dei quadri di Hammershøi. Come uno scenografo, arreda le stanze semivuote della sua casa con pochi mobili: una sedia, un tavolo, una stufa, un busto di ceramica, e li coglie da angolazioni diverse, in diverse ore del giorno, cambiando qualche dettaglio, eliminando ogni oggetto superfluo, persino le maniglie dalle porte. «Quello che mi fa scegliere un soggetto sono spesso le sue linee, quel che io chiamo il carattere architettonico del quadro. E poi, naturalmente, la luce, che importa molto».

La retrospettiva su Vilhelm Hammershøi a Palazzo Roverella. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella
Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella

Luce protagonista

Inevitabile che protagonista assoluta della sua produzione sia la luce, la luce nordica, bianca e soffusa che penetra dalle finestre, scorre sulle pareti e sugli arredi, crea ombre, geometrie e volumi, irradia dalle porte aperte, chiuse e socchiuse che paiono rimandare ad altri spazi, più interiori, spesso inconoscibili.

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Ad abitare questi spazi essenziali, proprio come nei quadri fiamminghi, è spesso Ida, colta di spalle, mentre cuce o legge, intenta nei gesti banali del quotidiano che Hammershøi dilata e poetizza, sempre attento ad eliminare ogni espressione emotiva, ogni traccia di esuberanza, presenza fantasmatica di una realtà altra.

L’Italia minore

Con Ida, modella, segretaria e organizzatrice della carriera del pittore anche nei momenti di fragilità psichiatrica della donna, Vilhelm viaggia molto: nei luoghi classici della pittura fiamminga; a Londra, dove troverà molti ammiratori e compratori delle sue opere; più volte in Italia, dove, per trovare ispirazione alla sua arte, ignora Michelangelo, Raffaello e l’arte barocca e si concentra invece, a Roma, sulle basiliche paleocristiane e le rovine antiche. L’unico quadro dedicato al nostro paese è una insolita veduta di Santo Stefano Rotondo, una chiesa “minore” al Celio, in cui, per la prima volta, la luce è calda e soffusa e l’atmosfera chiara, vaporosa.

Respirare il silenzio

Rilke, che molto lo apprezzava e che viaggiò fino a Copenaghen per incontrarlo, disse di lui che riuscì a rappresentare “ciò che è importante ed essenziale nell’arte”. Buon viaggio a Rovigo, dunque, se riuscirete entro il 29 giugno a visitare la mostra, oppure se dedicherete l’estate alla scoperta dei suoi dipinti, conservati in molti musei danesi, a Stoccolma, Parigi, Londra, New York o Los Angeles.

La retrospettiva su Vilhelm Hammershøi a Palazzo Roverella. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella
Paolo Bolpagni, curatore della mostra. Foto: Antonio Jordán / Palazzo Roverella

Sostate a lungo davanti ai suoi quadri, lasciatevi contagiare dalla sua profondità. Respirate il suo silenzio.

Per saperne di più

www.palazzoroverella.com


Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia
Palazzo Roverella
via G. Laurenti, 8
Rovigo

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Stefania Chinzari
Stefania Chinzari è pedagogista clinica a indirizzo antroposofico. Si occupa di pedagogia dal 2000, dopo che la nascita dei suoi due figli ha messo in crisi molte certezze professionali e educative. Lavora a Roma con l’associazione Semi di Futuro per creare luoghi in cui ogni individuo, bambino, adolescente o adulto, possa trovare l’ambiente adatto a far “fiorire” i propri talenti. Svolge attività di formazione sui temi delle difficoltà evolutive e di apprendimento, della genitorialità consapevole, dell’eco-pedagogia e dell’autoeducazione.
Giornalista professionista e scrittrice dal 1992, il suo ultimo libro è "Le mani in movimento" (2019) sulla necessità di risvegliarci alle nostre mani, elemento cardine della nostra evoluzione e strumento educativo incredibilmente efficace.
E’ vice-presidente di Direttamente ets che sostiene la scuola Hands of Love di Kariobangi a Nairobi per bambini provenienti da gravi situazioni di disagio sociale ed economico.
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