Foto: Eleonora Mattozzi

“Atomica”, un monito per il presente. In scena con Muta Imago le ferite di Hiroshima

Un viaggio teatrale intorno alla figura di Claude Eatherly, l'aviatore che visse nel rimorso di aver sganciato la bomba, e il filosofo Günther Anders con cui dialogò attraverso un intenso carteggio. Per interrogarsi sulla vergogna prometeica della tecnocrazia miliardaria di oggi
20 Novembre, 2025
3 minuti di lettura

C’era il sole, la mattina di quel 6 agosto. Rare nubi alte nel cielo azzurro e limpido. Alle 7.30 Claude Eatherly, il ventiseienne pilota texano dello Straight Flush B29 incaricato della ricognizione metereologica, dà il via libera al B29 alle sue spalle per lo sgancio della bomba atomica. Dodicimila metri più in basso, Hiroshima si sveglia, come ogni mattina.

Atomica, un monito per il presente: foto di scena
Muta Imago, “Atomica”. Foto: Eleonora Mattozzi

Senza sapere che quella era invece la mattina che avrebbe cambiato di segno alla storia, alla guerra e ai principi etici dell’umanità.

L’alba che cambiò la storia

«Con questa bomba abbiamo aggiunto un nuovo e rivoluzionario avanzamento in termini di forza distruttrice, integrando così il crescente potere delle nostre forze armate. Abbiamo speso più di due miliardi di dollari sulla più grande scommessa scientifica della storia. E abbiamo vinto», commentò asciutto ma compiaciuto Harry Truman nel suo discorso alla nazione poche ore dopo.

La voce del presidente

Ed è la sua voce sgranata ad aprire Atomica, il nuovo, intenso, quanto mai attuale spettacolo di Muta Imago, premiatissimo duo romano formato dalla regista Claudia Sorace e dal dramaturg e sound designer Riccardo Fazi, che nell’ottantesimo anniversario di Hiroshima, ha debuttato al Roma Europa Festival e sarà in cartellone al Teatro India fino al 23 novembre per poi andare in scena a Brescia, Torino e Bologna.

Atomica, un monito per il presente: foto di scena
Muta Imago, “Atomica”. Foto: Eleonora Mattozzi

Il peso dei morti

Protagonisti le parole, le lettere, l’amicizia e la solidarietà tra Claude Eatherly, il ragazzo – l’unico – che tornando alla base sentì il peso dei duecentomila morti e della terrificante distruzione provocati dalla bomba che lui stesso aveva autorizzato («Ah se solo avesse piovuto!») e non riuscì più ad assolversi; e il filosofo ebreo tedesco Günther Anders, allievo di Husserl, marito di Hanna Arendt e autore di L’uomo è antiquato, che in quegli anni, sfuggito allo sterminio nazista, rifletteva sulla “filosofia della discrepanza” e sull’inadeguatezza della mente umana ad accogliere ed elaborare ciò che era diventato tecnicamente possibile – la distruzione atomica del mondo, per esempio.

Destini incrociati

Anders scrisse a Eatherly nel 1959; ne conosceva la storia e la sua tragedia interiore e la corrispondenza andò avanti sino alla morte dell’ex maggiore dell’aviazione, nel 1978, suturando con le lettere un divario fisico che la comprensione e la vicinanza morale non poterono mai colmare.

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Dopo anni di allucinazioni, piccoli furti, due tentati suicidi e le scuse al popolo giapponese, Eatherly venne infatti internato in un ospedale psichiatrico dal fratello e mai più liberato: «Il mondo era pronto ad onorarlo per la sua partecipazione al massacro, ma quando si pentì, gli si rivolse contro vedendo in quel pentimento la propria condanna», scrisse Bertrand Russel nella prefazione al loro carteggio, L’ultima vittima di Hiroshima.

Minaccia sui nostri giorni

Già nel 1992 Goffredo Fofi, con la consueta attenzione e lungimiranza, aveva pubblicato per “Linea d’ombra” quelle lettere, in un libro che «dovrebbe essere conosciuto nelle scuole affinché i giovani possano rispondere attivamente agli adoratori della tecnica e della forza che ossessionano il nostro presente e mettono in forse il nostro futuro». Così si espresse, negli anni dopo la caduta del Muro, in un contesto storico e politico che sembrava tutelarci dall’inaccettabile volontà di guerra che serpeggia adesso nel mondo, dal riarmo generalizzato e dalla minaccia atomica che rimbalza tra le potenze, con muscolare e incosciente leggerezza.

Muta Imago, "Atomica". Foto di scena
Muta Imago, “Atomica”. Foto: Eleonora Mattozzi

Squarcio nel buio

Lo straniato e tormentato Claude di Gabriele Portoghese e il lucido, comprensivo Günther di Alessandro Berti coabitano uno spazio sospeso e minimale: un letto d’ospedale, una sedia e un tavolino davanti a un velario che è cielo stellato, nebbia e gabbia mentale. Sul fondo è uno schermo nero di luci e lucine, un po’ retrò e un po’ futurista, che a tratti squarcia il buio e acceca, come accecò e bruciò la bomba.

Tessitura multimediale

Ce lo raccontano le voci dei sopravvissuti, i ricordi laceranti di chi vide la propria moglie letteralmente liquefarsi davanti ai propri occhi, il sangue che scorreva ovunque dopo il lampo e il fragore del pikadon, nella vibrante e misurata regia di Claudia Sorace, che ha costruito lo spettacolo in un sovrapporsi di tessiture sonore, visive, musicali e sceniche con l’apporto di Lorenzo Tomio e delle luci di Maria Elena Fusacchia.

Sofferenza e segni di pace

Liberamente ispirata alle lettere, la partitura drammaturgica ricostruita da Fazi è un dialogo tra due uomini fratelli che hanno conosciuto e varcato il limite: Eatherly si sente dal filosofo per la prima volta profondamente compreso, Anders lo aiuta a ricomporre il puzzle della propria vita, a trasformare la sua sofferenza in un gesto di pace, a tradurre la colpa in termini di consapevolezza collettiva.

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Che ne sarà dell’uomo, adesso che è in grado di distruggere sé stesso e tutto il pianeta?

Domande aperte

Insieme ai due protagonisti che si incrociano e si sfiorano, Atomica solleva in ciascuno l’urgenza di domande epocali. Quel lontano scambio epistolare, fino a pochi anni fa quasi anacronistico, sollecita risposte e prese di posizione sul ruolo della tecnica, della tecnologia, sulla responsabilità individuale, sul dovere di salvaguardare ogni angolo del pianeta.

Muta Imago, "Atomica". Foto di scenza
Muta Imago, “Atomica”. Foto: Eleonora Mattozzi

Senza cedere alla “vergogna prometeica” evocata a gran voce dalla tecnocrazia imperante e miliardaria.


Atomica
di Muta Imago
Liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
Regia di Claudia Sorace
Drammaturgia e suono: Riccardo Fazi
Con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
In scena a Roma e poi a Brescia, Torino e Bologna
www.mutaimago.com

Mielizia

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Stefania Chinzari
Stefania Chinzari è pedagogista clinica a indirizzo antroposofico. Si occupa di pedagogia dal 2000, dopo che la nascita dei suoi due figli ha messo in crisi molte certezze professionali e educative. Lavora a Roma con l’associazione Semi di Futuro per creare luoghi in cui ogni individuo, bambino, adolescente o adulto, possa trovare l’ambiente adatto a far “fiorire” i propri talenti. Svolge attività di formazione sui temi delle difficoltà evolutive e di apprendimento, della genitorialità consapevole, dell’eco-pedagogia e dell’autoeducazione.
Giornalista professionista e scrittrice dal 1992, il suo ultimo libro è "Le mani in movimento" (2019) sulla necessità di risvegliarci alle nostre mani, elemento cardine della nostra evoluzione e strumento educativo incredibilmente efficace.
E’ vice-presidente di Direttamente ets che sostiene la scuola Hands of Love di Kariobangi a Nairobi per bambini provenienti da gravi situazioni di disagio sociale ed economico.
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