Guardiamo alcuni numeri, non quelli che parlano di Pil o di esportazioni, ma i numeri silenziosi che attraversano una parte di rilievo della nostra quotidianità: quelli che riguardano i rifiuti urbani. Proprio mentre si avvicina la Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, meglio nota come Serr, che ci invita tutti a adottare misure virtuose per abbattere a monte la dispersione della materia.

E le cifre che emergono dal Catasto dei rifiuti di Ispra raccontano che questa sfida anche in Italia si può vincere.
Un paese che produce meno
Nel 2010, infatti, l’Italia riversava nei cassonetti oltre 32 milioni di tonnellate di rifiuti. Oggi, dopo tredici anni, quella montagna si è ridotta di circa tre milioni: sono 29 milioni e poco più le tonnellate prodotte nel 2023. Una discesa lenta, ma significativa, che racconta forse di consumi più attenti, di abitudini più sobrie o semplicemente di un paese che sta imparando a sprecare meno.
Se si guarda al singolo cittadino, il cambiamento è ancora più evidente: ciascuno di noi, nel 2010, generava più di mezza tonnellata di scarti l’anno. Oggi siamo scesi sotto i cinquecento chili. Non poco, se pensiamo a quanto queste cifre si accumulano giorno dopo giorno.
Tre Italie a confronto
Guardando più da vicino, però, l’Italia si mostra divisa. Nel Settentrione, dove vive meno della metà della popolazione, si concentra quasi la metà dei rifiuti prodotti. Al Centro la quota cresce leggermente rispetto agli abitanti, mentre al Sud, al contrario, si produce meno di quanto ci si aspetterebbe. In pratica, chi vive al Centro Italia butta via più di mezzo quintale in più all’anno rispetto a chi abita al Meridione. Il dato colpisce: 531 chili per persona al Centro, contro i 449 al Sud. Differenze che non parlano solo di consumi ma anche di servizi, di stili di vita e persino di turismo, che in certe zone fa impennare i numeri.
Traguardo storico
Se la quantità complessiva cala, ancora più interessante è ciò che accade alla qualità del rifiuto, ovvero a come lo separiamo. Nel 2010 la raccolta differenziata si fermava appena sopra il 35 %. Oggi l’Italia ha tagliato un traguardo che sembrava irraggiungibile: due terzi dei rifiuti urbani, il 66%, viene differenziato. Non solo: al Nord la media supera ormai il 73%, con punte che sfiorano l’80% in regioni come Veneto ed Emilia-Romagna. Anche la Sardegna, un tempo in coda, ha fatto un balzo da manuale, arrivando al 76%.
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Ombre ancora presenti
Certo, restano regioni come la Liguria, ferma poco sopra il 58%, o realtà meridionali che arrancano ancora. Ma se si pensa che nel 2010 il Sud differenziava appena un rifiuto su cinque, il passo avanti è straordinario: oggi siamo vicini al 60%. Non più fanalino d’Europa, insomma, ma un paese che prova a stare al passo.
Quando i dati scendono di scala, dal livello nazionale a quello delle province e dei comuni, la narrazione si fa ancora più viva. Ci sono territori, soprattutto nell’Emilia-Romagna, dove ogni abitante produce oltre sette quintali di rifiuti all’anno. E altri, come la provincia di Enna, dove ci si ferma a poco più di tre. A volte non sono i consumi a spiegare queste differenze, ma il peso del turismo o la tipologia dei servizi: località come Jesolo o Cervia, in estate, raccolgono rifiuti ben oltre la propria popolazione residente.

Eccellenze che trainano
Eppure, anche qui, emergono storie virtuose. Treviso, ad esempio, ha trasformato la raccolta differenziata in un modello: quasi nove rifiuti su dieci trovano la strada giusta per il riciclo. Non è un caso isolato: altre sei province superano l’80%, e più della metà d’Italia è già oltre la soglia europea del 65%. Non mancano però le ombre: Palermo resta bloccata sotto il 35%, e ci sono aree, da Crotone a Catania, in cui più della metà dei rifiuti finisce ancora nell’indifferenziato.
Piccoli comuni, grandi sorprese
Scendendo ancora, fino ai quasi ottomila comuni italiani, si scopre un’Italia sorprendente. La gran parte dei municipi produce meno di 500 chili a testa, mentre solo un migliaio supera i 600. La Sardegna è un caso da manuale: quasi tutti i suoi 377 comuni hanno raggiunto l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, e persino i peggiori non scendono sotto il 56%. Poi ci sono le sorprese: Correggio, in provincia di Reggio Emilia, produce moltissimi rifiuti, è vero. Ma riesce a differenziarne addirittura il 90%. Segno che, anche dove i numeri sembrano sfuggire di mano, la volontà politica e la collaborazione dei cittadini possono ribaltare la situazione.
Un paese che cambia davvero
Questa lunga geografia dei rifiuti racconta un paese che cambia pelle. Da un lato la riduzione complessiva della produzione, che dice di una società forse più attenta agli sprechi. Dall’altro la crescita impressionante della raccolta differenziata, che testimonia la forza di un patto tra istituzioni e cittadini. Restano i divari territoriali, soprattutto tra Nord e Sud, ma la mappa è ormai costellata di eccellenze anche in aree un tempo arretrate. Come a dire che la trasformazione è possibile ovunque, se si crea la giusta alleanza.
Un segnale che, tra mille contraddizioni, il futuro circolare dell’Italia è già cominciato.
















