«Ho 91 anni, è vero, ma col pensiero sento ancora il miracolo dell’infanzia in me. E la fotografia non è, non è mai stata, una professione, ma l’espressione di me, della mia interpretazione del mondo». Parola di Franco Fontana, uno dei grandi, grandissimi fotografi del Novecento, protagonista a Roma, della prima grande mostra monografica a lui dedicata: Retrospective, allestita al Museo dell’Ara Pacis fino al 31 agosto prossimo, uno dei tanti appuntamenti che la città offre a corollario delle manifestazioni giubilari.

Universo creativo
Sono oltre duecento gli scatti esposti, raccolti per tematiche dall’amico Jean-Luc Monterosso (lo vediamo in molte polaroid nel corridoio finale del percorso, con decine di scatti che mostrano Fontana accanto ai più importanti protagonisti della cultura del Novecento e di questo primo scampolo di XXI secolo), curatore di fama mondiale e storico fondatore e direttore della Maison Européenne de la Photographie di Parigi che al visitatore propone un vero viaggio alla scoperta dell’universo creativo del fotografo modenese.

Scatti metafisici
Chi ama Fontana ritroverà in mostra molti dei capolavori che l’hanno reso celebre e celebrato (70 libri pubblicati, 400 mostre personali e di gruppo, le sue opere in 50 musei in tutto il mondo, decine di riconoscimenti e di premi): la serie degli Skyline, dal Mare del Nord a Comacchio, là dove l’immagine si perde all’orizzonte nella perfetta specularità di acqua e cielo, la famosa veduta grandangolare dei tetti di Praga usata come copertina della rivista Time Life e del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine. O ancora i paesaggi naturali catturati nelle varie sfumature delle quattro stagioni: mare, neve e pianure verdeggianti che culminano nella celebre immagine Puglia 1978, precisamente divisa in due blocchi di colori vividi, azzurro intenso del cielo e giallo brillante del grano, poi gli scatti metafisici del Palazzo della Civiltà Italiana, popolato di ombre per la serie Contact, destinata nel 1979 al progetto di Ralph Gibson.
Infine, i volumi geometrici completamente bidimensionalizzati dei reportage statunitensi e le superfici sgranate degli Asfalti, i ritratti pulsanti di vita catturati con Frammenti, Havana 2017 e quelli congelati e iperrealisti della serie People realizzati negli anni Ottanta, la ricostruzione del viaggio lungo l’iconica Route 66 e l’omaggio nostrano alla Regina Viarum.

Rivelazione interiore
Chi ancora non lo conosce, avrà modo di apprezzare, grazie anche all’installazione immersiva di Piscina, alle rare polaroid private di nudi, all’intervista proiettata nello studio stranamente caotico di questo vitalissimo e umile creatore di immaginari, la figura e l’opera di un artista sempre pronto a reinventare se stesso e la sua tecnica, curioso – come i bambini, d’altronde – di assaggiare ogni possibilità espressiva, dalla pubblicità alla manipolazione digitale. Geometrie assolute, paesaggi condensati in composizioni di linee e volumi, presenze umane suggerite da ombre e riflessi, architetture e strade, corpi femminili e ritratti sono gli elementi di una cifra stilistica unica e irripetibile (oggetto, come la famosa rivista enigmistica, di innumerevoli tentativi di imitazione) di un uomo che ha sempre considerato il suo mestiere non un’arte, ma la rivelazione di sé e del suo mondo interiore a partire dall’elemento stilistico fondativo del colore.
Oltre il dogma
Erano i primi anni Sessanta e la fotografia si esprimeva attraverso due dogmi: il bianco e nero e la cattura dell’istante decisivo in un fluire di tempo-spazio che la camera congela e ri-crea. Fontana, nato nel 1933 e cresciuto a Modena, comincia da giovane a scattare scorci della sua città, ma, in controtendenza rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi, da subito sceglie il colore per imporre al mondo dell’immagine la sua grammatica. Quel colore che la fotografia d’autore disdegnava, relegandolo alla pubblicità o ai ricordi di famiglia, diventa con i suoi scatti non mezzo, ma messaggio, il grande protagonista di un linguaggio che nonostante l’attitudine sperimentale e innovativa, rimane coerente e fortemente identitario nei molti decenni successivi.

Precursore dell’astrattismo
Nasce, con Fontana, un minimalismo che traspone e precorrre nella fotografia gli esiti dell’astrattismo e del modernismo in composizioni in cui gli skyline, i paesaggi e l’architettura urbana ricorrono costantemente e costantemente si rinnovano, mentre l’artista si misura con le molte possibilità tecniche della fotografia, dalla diapositiva alla polaroid, dal digitale all’assemblaggio.
Prospettive ingannevoli
Così Caterina Mestrovich riassume i codici del linguaggio espressivo di Fontana: «Estrapolazione di oggetti che grazie a tagli imprevedibili perdono il loro riferimento reale, attenzione assoluta per l’equilibrio della composizione, rigida partizione del campo visivo, ricerca di geometrie e giochi di linee, uso ingannevole della prospettiva e appiattimento della profondità di campo». E Retrospective sarà per ogni visitatore un viaggio nel territorio della bellezza e dell’armonia.
Un’occasione imperdibile per scoprire l’evoluzione artistica di un maestro che ha saputo trasformare la realtà in pura poesia visiva.
Per saperne di più
FRANCO FONTANA
Retrospective a cura di Jean-Luc Monterosso
Museo dell’Ara Pacis, Roma
Prorogata fino al 14 settembre
www.arapacis.it


















