Da almeno trent’anni, a ogni legislatura ci sono stati cambiamenti e rimaneggiamenti del mondo dell’istruzione. Il più delle volte per iniziativa governativa, il che evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, che la scuola e l’educazione sono questioni di indirizzo politico piuttosto rilevanti. E se, da una parte, vi è stato un costante definanziamento e indebolimento del mondo scolastico, è innegabile che in questi decenni la scuola si è aperta ai territori, a nuove tematiche, a un modo di essere diverso e più aderente alla realtà in cui gli alunni vivono.
Non sempre questo è avvenuto per merito delle varie riforme, che spesso si sono limitate ad adeguare la norma alla realtà sociale e storica. Ora però avviene che si tenti di ritornare a un tipo di scuola forse rimpianto da alcuni, ma non più attuale.

Le riforme di Valditara
Le riforme proposte dal governo, a colpi di decreti e di polemiche, introducono una serie di cambiamenti che vanno dal divieto di usare lo smartphone anche a fini didattici, alle poesie da imparare a memoria, alle nuove linee guida per l’Educazione civica che, sconfessando completamente le precedenti basate sui tre pilastri (Costituzione e cittadinanza, Sostenibilità, Cittadinanza digitale) vanificano di fatto il senso di una disciplina complessa che mirava a formare giovani cittadini attivi, in grado di interagire con le problematiche della vita e della società senza restarne schiacciati. Scelta gravissima, come del resto la beffa dei fondi inizialmente destinati all’educazione all’affettività, che di colpo diventano fondi per il contrasto alla denatalità.
La lingua degli antenati
Tuttavia l’aspetto che ha destato maggiori polemiche è stata la reintroduzione dello studio del latino nella scuola secondaria di primo grado, quella che una volta si chiamava scuola media. I latinisti contro i fautori delle materie scientifiche, i nostalgici della scuola d’antan contro i fautori della modernità a tutti i costi. Allora proviamo a fare chiarezza. Iniziamo con il dire che chi scrive ha fatto il liceo classico, ha amato studiare il latino e ancor più il greco antico. Ma farlo studiare a ragazzi di undici-dodici anni, sia pure facoltativamente, non è un’idea brillante. È vero che, fino agli anni Settanta, i primi rudimenti di latino si studiavano a scuola media, ma anche allora l’effetto prevalente era di far odiare la lingua dei nostri antenati. Però il vero problema non è questo.

Quadro di chiusura
Se la possibilità di studiare il latino a scuola media si inserisse in un’offerta formativa aperta e variegata, perché no? Potrebbe affiancarsi ad altre discipline, tutte facoltative, come la psicologia, il diritto, l’ecologia e magari anche l’economia, che i ragazzi potrebbero iniziare a scoprire per poi decidere con consapevolezza quale indirizzo dare ai loro studi nella secondaria di secondo grado. Ma così non è. Le riforme di Valditara, dalle poesie imparate a memoria al pasticcio dell’Educazione civica, al “contrasto alla denatalità” e così via, disegnano un quadro di chiusura, un tentativo di riportare la scuola a un modello ormai superato dai fatti, impossibile da ripristinare perfino con un’azione di forza.
Fuori dall’Europa
Una scelta del genere ci porterebbe oltretutto fuori dall’Europa che, come ha sottolineato Michela Mayer in un suo recente intervento alla Scuola di Ecologia, si muove invece nel senso dell’apertura, della ricerca sulle “competenze in azione”, della valorizzazione delle diversità e di una cultura poliedrica. Invece in Italia si va verso la chiusura, e il risultato non è una scuola più solida, qualificante e qualificata, ma solo una grandissima confusione. Si naviga a vista, in mezzo a mille ostacoli che di colpo rendono difficile o impossibile realizzare attività che stavano funzionando, ostacoli che complicano le relazioni delle scuole con i territori e con le nuove tecnologie, che riportano il concetto di merito scolastico verso il possesso quantitativo di nozioni e non verso la capacità di pensiero sviluppata dagli alunni. Il vero problema è proprio questo: non tanto “che cosa” si insegna, ma come lo si insegna.
Guarda l’intervento di Michela Mayer alla Scuola di ecologia
Teste piene o teste ben fatte?
Anche il latino può essere insegnato declinando all’infinito nomi e traducendo “rosa pulchra est”. Oppure imparando a mettere in relazione la lingua antica con quella di oggi, a prendere contatto con gli scrittori dei tempi lontani per ritrovare la narrazione di un’umanità diversa, ma in qualche modo sempre uguale a se stessa. Nella scuola “modello Valditara” quale sarebbe la strada scelta? In che direzione ci si sta muovendo? Si tornerà, per dirla con Edgar Morin, a costruire “teste ben piene” e magari a sentirsi orgogliosi del numero di bocciati?
Al di là delle cosiddette riforme, che potrebbero lasciare il tempo che trovano alla prossima tornata elettorale, quello che va combattuto è proprio questa tendenza alla chiusura, questa concezione dell’educazione come “mettere dentro” invece di “tirare fuori” (a proposito di latino, “educare” significa appunto tirar fuori), l’idea che i ragazzi siano contenitori da infarcire di nozioni e non esseri pensanti da aiutare a maturare e a diventare cittadini attivi e felici.
La vera posta in gioco
È soprattutto sul piano della didattica che bisogna resistere. Sarà dura muoversi in mezzo a tutta questa confusione per continuare a lavorare alla costruzione di “teste ben fatte” e di coscienze civili autonome. Ma lo dobbiamo a tutti quegli insegnanti che, a partire dagli anni Settanta, hanno capito che la scuola così com’era non serviva a niente. E hanno iniziato un percorso di trasformazione che è ben lungi dall’essersi completato. Pagando, talvolta, un prezzo carissimo a livello personale con l’ostilità di colleghi e presidi, con trasferimenti forzati, con alunni validi che gli venivano sottratti perché non si contagiassero con le idee rivoluzionarie del/della prof. La scuola che ne è venuta fuori non è perfetta? Certo.

Ma la direzione in cui ci si può muovere per migliorarla non è certamente quella della chiusura.



















