Hanno deciso di non sostenere la prova orale degli esami di maturità, come forma di protesta verso il sistema scolastico. Sei studenti (l’ultimo si è manifestato a posteriori tre giorni fa), di città e regioni diverse, hanno scelto di manifestare in questo modo il loro dissenso, riuscendo comunque a diplomarsi grazie ai crediti accumulati nel percorso didattico, ma con voti che superano di poco il minimo.
Fra empatia e condanna
Le reazioni, da parte dei docenti, della stampa e del variegato mondo dei social, sono state ispirate per un verso da un atteggiamento di comprensione, come racconta Maddalena Bianchi, studentessa diciannovenne di Belluno: «Mi hanno detto che essendo dentro al sistema sanno che ci sono delle cose che non vanno bene ma che cambiarle è difficile. Per la prima volta credo di aver sentito il loro aspetto umano più profondo».
Dall’altra invece da una reazione di segno opposto, come dimostra una lettera indignata e alquanto ingenerosa, scritta dalla commissione d’esame a uno studente delle Scuole Pie Fiorentine: «Crescere significa affrontare la realtà con coraggio, consapevolezza e coerenza. Non si va avanti con le furbate, e la furbata non è degna dei valori che hai mostrato di ritenere importanti, come il valore della persona», si legge. Derubricare a “furbata” un gesto che comunque non è privo di conseguenze, in una società come quella italiana dove voti e titoli contano più delle competenze reali, è un modo sbrigativo di dire che il disagio segnalato dallo studente non conta, che neanche lo si vede.
Essere riconosciuti e non valutati
Ed è invece proprio questo che chiedono tutti gli studenti che hanno messo in atto questa forma di protesta forse discutibile, ma che certamente sta facendo discutere. Essere visti, essere conosciuti e valutati come persone, come esseri umani e non solo come velocisti in gara per il posto da primo della classe. «Non c’è mai stata la voglia di scoprire la vera me», ha dichiarato Maddalena Bianchi.

Ministro dell’istruzione e del merito. Foto: Wikipedia
Speranze perdute
Al di là della reazione del tutto prevedibile del ministro Valditara – che minaccia bocciature per chi dal prossimo anno si rifiuterà di sostenere l’esame orale – è notevole la quantità di commenti, che il più delle volte descrivono questi cinque ragazzi come dei bambini viziati incapaci di affrontare le difficoltà e le frustrazioni di una prova d’esame.
Ma più di tutti colpisce l’intervento di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: «Abituati, Maddalena, perché all’Università sarà uguale e sul lavoro anche peggio». Cioè, cari ragazzi, non sperate di cambiare il mondo.
Rivolte di tutte le epoche
Eppure la storia ci insegna che è nella natura dei giovani cercare proprio di cambiare il mondo. Qui in Italia, le rivolte studentesche del Sessantotto e del Settantasette hanno portato alla ribalta non solo le criticità del sistema scolastico e universitario, ma anche problemi sociali che meritavano attenzione, dalla questione ambientale alla condizione femminile.
Scuola ferma al palo
La scuola da allora è cambiata, non sempre in meglio, ma soprattutto non abbastanza. È rimasta infatti una scuola basata su un criterio quantitativo più che qualitativo, dove viene premiata la quantità di nozioni apprese invece della capacità di analisi e del pensiero critico. In parallelo, la società è diventata ancor più competitiva, dove l’ascensore sociale è mosso da titoli e potere, quasi mai dalla reale competenza. E sì certo, i giovani di oggi hanno a disposizione strumenti che i ragazzi sessantottini neanche potevano sognare: hanno una rete mondiale dove reperire un’infinità di informazioni, grazie ai vari progetti Erasmus possono fare esperienze all’estero che le generazioni di allora potevano osare solo viaggiando con l’autostop.
Però non sanno come muoversi per cambiare le cose o almeno per provare a farlo. In quegli anni tutto era più semplice, c’era un nemico da battere, una rivoluzione da fare e la convinzione di vincere. La loro protesta si esprimeva attraverso modalità consolidate, come le occupazioni delle scuole o i cortei che attraversavano le città: forme di lotta che oggi sono inflazionate o poco praticabili.
Proteste estreme
Così accade che i giovani di Ultima Generazione, per attirare l’attenzione sul cambiamento climatico, imbrattino le opere d’arte o che quelli di Extinction Rebellion vadano in chiesa e interrompano la messa recitando passi della “Laudato si’…” di Papa Francesco. E accade anche che, all’esame di maturità, cinque ragazzi si accontentino di un voto minimo, che certo influirà sui loro curricula, per poter dire al mondo che la scuola così com’è non va bene, che è disumanizzante e per niente formativa.
Giovani e cambiamento
Ci sarà un’evoluzione? Si troveranno nuove forme di comunicazione e di lotta, un nuovo linguaggio per consentire a queste generazioni di fare quello che tutti i giovani devono fare, cioè provare a cambiare il mondo? Vedremo.

Intanto proviamo ad ascoltarli.



















