«Quello a cui stiamo assistendo è una carneficina. È fame armata. È sfollamento forzato. È una condanna a morte per persone che cercano solo di sopravvivere. Sembra la cancellazione della vita palestinese». Lo ha dichiarato Jonathan Whittall, capo dell’ufficio regionale dell’agenzia di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (Ocha), che dovrà presto lasciare Israele, come ha dichiarato tre giorni fa il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.

Morire in fila per la farina
Le parole di Whittall non sono piaciute al governo di Benjamin Netanyahu e a chi vuole proseguire la mattanza di innocenti nella Striscia: oltre 800 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano aiuti e cibo, in attesa dell’arrivo di camion con farina. Ad ucciderli sono stati i colpi dell’esercito israeliano, sotto il “suono” delle pentole vuote nelle strade di Nuseirat.
È l’ennesimo episodio di follia che conferma come sia in atto un genocidio, sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale.
Dall’Ue solo appelli formali
Nessuna sanzione per Israele da parte dell’Unione europea, nessuna condanna unanime da parte dei media mainstream, nessun piano di pace. Soltanto dichiarazioni formali, come l’“Appello internazionale per la Pace e l’aiuto a Gaza” promosso il 21 luglio da 28 Paesi, tra cui l’Italia, insieme a Hadja Lahbib, Commissaria europea per la parità e la preparazione e la gestione delle crisi.
Nel documento i firmatari condannano duramente il modello di consegna degli aiuti del governo israeliano, descrivendolo come «pericoloso, che alimenta l’instabilità e priva i Gazawi della dignità umana».
Collaborazioni militari
Nell’appello non manca poi il riferimento agli ostaggi: «I prigionieri tenuti da Hamas dal 7 ottobre 2023 continuano a soffrire terribilmente». Per quanto riguarda la posizione del governo italiano, notiamo una evidente contraddizione: mentre esprime indignazione per l’attacco alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, prosegue senza esitazioni la collaborazione militare con Israele. Il 17 luglio la maggioranza ha bocciato infatti la mozione che chiedeva di sospendere il memorandum in materia di cooperazione militare tra Italia e Israele.
Attacchi contro chi denuncia il genocidio
E così, mentre Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, viene attaccata dagli Usa per aver denunciato chi trae profitto dall’occupazione illegale da parte di Israele, dall’apartheid e dal genocidio della Striscia di Gaza, rimane incondizionato il sostegno politico e diplomatico a Israele da parte dell’Unione Europea, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani.
Lo confermano le parole pronunciate lo scorso 15 luglio da Kaja Kallas, rappresentante della politica estera Ue, durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue: «non ci sono le condizioni per imporre sanzioni a Israele». Respingendo l’ipotesi di sospendere l’accordo di associazione. Niente di nuovo.
Record di investimenti in Israele
D’altronde, come ha rivelato un rapporto del Centro di ricerca indipendente sulle multinazionali Somo, l’Unione Europea è il maggiore investitore in Israele a livello mondiale: nel 2023 ha investito 72,1 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto agli Stati Uniti, che si sono fermati a 39,2 miliardi. Inoltre, l’Europa ha ricevuto da Israele 65,9 miliardi di euro di investimenti, una cifra sette volte superiore a quella destinata agli Usa.
Il tradimento dei valori europei
«Il rifiuto dell’Unione europea di sospendere il suo accordo con Israele è un tradimento crudele e illegale della visione e del progetto europei, fondati sul rispetto del diritto internazionale e sulla lotta contro le pratiche autoritarie, delle stesse regole dell’Unione europea e dei diritti umani dei palestinesi. Ciò verrà ricordato come uno dei momenti più vergognosi nella storia dell’Unione europea», ha affermato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Ha poi aggiunto: «Qui siamo oltre la codardia politica. Ogni volta che l’Unione europea non agisce, il rischio di complicità nelle azioni di Israele cresce. Si invia così un messaggio estremamente pericoloso agli autori di crimini atroci: non solo resteranno impuniti, ma verranno premiati».

Crepe nel fronte interno
Nel frattempo, anche parte della popolazione israeliana sembra essere stanca di questa barbarie. E di un governo che può essere pericoloso non solo per i palestinesi. Nel centro di Tel Aviv crescono infatti le voci della protesta di chi chiede al governo di Netanyahu, e a Donald Trump, di non ostacolare il rilascio degli ostaggi e favorire un accordo globale. Il media israeliano Ynet News ha annunciato intanto che Hamas e Israele stanno per raggiunger un accordo, con il contributo dell’inviato speciale statunitense Adam Boheler. «Le due parti hanno concordato una formula per lo scambio di prigionieri: 50 prigionieri palestinesi per ogni ostaggio israeliano. L’accordo è pronto, in attesa di un annuncio», si legge sul sito. Si tratta di un segnale importante che potrebbe portare ad un cessate il fuoco.
Ruspe contro i civili
Rimangono però molti dubbi, soprattutto dopo l’ordine di evacuazione lanciato domenica per interrompere l’accesso tra la città di Deir al-Balah e le città meridionali di Rafah e Khan Younis, dove i carri armati israeliani continuano a sparare sulle tende degli sfollati, nel tentativo di fare tabula rasa nella Striscia. Perché a Gaza oltre alle bombe arrivano anche le ruspe: migliaia di edifici sono stati demoliti in aree sotto il controllo operativo. Si tratta, in molti casi, di scuole, condomini, infrastrutture civili.
Città umanitaria o campo di prigionia?
Secondo Israel Katz, ministro della difesa israeliano, sulle rovine di Gaza deve sorgere una “città umanitaria”, con un iniziale confinamento di 600.000 palestinesi. Ma le parole possono ingannare. Per Amos Goldber, professore e storico dell’olocausto all’Università ebraica di Gerusalemme, siamo di fronte a una pulizia etnica e a un tentativo di costruire campi di concentramento. Un incubo per le democrazie occidentali: «Non è né umanitaria né una città. Una città è un luogo in cui hai la possibilità di lavorare, guadagnare, stabilire relazioni e muoverti liberamente. Dove ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo ciò che hanno in mente» ha dichiarato Goldberg.

«Non sarà un luogo vivibile, proprio come non lo sono ora le cosiddette “aree sicure”».



















