Come si guarda uno spettacolo? Con quali occhi, conoscenze, competenze? Come si coltiva lo sguardo dei ragazzi intrappolati negli schermi e nel virtuale al teatro che è carne viva?

Come si diventa spettatori attivi e liberi in un mondo in cui si è sempre più agiti e controllati?
Una scuola per spettatori liberi
Una ventina di ragazzi delle scuole medie superiori di Rovigo se lo è chiesto ogni mattina, all’ombra del parco delle Due Torri, sotto la guida attenta e discreta del critico Michele Pascarella, conduttore del laboratorio quotidiano del Festival Opera Prima organizzato dalla compagnia del Lemming a Rovigo, conclusosi pochi giorni fa.
Mentre il mondo chiude le frontiere, alza i muri e scoppia di guerre, volutamente Massimo Munaro, storico regista del gruppo, e i suoi collaboratori hanno voluto quest’anno più che mai offrirsi come spazio aperto di incontro, confronto, dialogo e linguaggi, tanto estetici quanto culturali, nella convinzione che il teatro sia e resti un’occasione imperdibile di resistenza e di fratellanza. Ragazzi e pubblico hanno incontrato ogni mattina anche gli artisti delle compagnie ospiti, provenienti da Iraq, Russia, Svezia, Palestina, Stati Uniti, Italia e Francia, in un’ulteriore iniziativa di preziosa riflessione.
Fili di guerra
La libertà e lo sguardo, l’identità femminile e la sorellanza, la malattia e la rivolta, la memoria familiare e la guerra sono stati alcuni dei molti fili intessuti da Opera Prima ventunesima edizione. Il conflitto arabo israeliano ha risuonato nel puppet theatre del palestinese Husam Abed e nell’ultima produzione di Teatri di Vita, Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill; la guerra come istanza distruttiva è al centro del nuovo lavoro del Lemming, Attorno a Troia, momento conclusivo del lungo processo di ricerca in tre tappe attorno all’Iliade, alle Troiane di Euripide e all’Eneide.

Sensorialità a teatro
Come nella tradizione del Lemming, anche questo è uno spettacolo di teatro sensoriale, che spiazza e travolge lo spettatore, trascinandolo in un’arena che ha dissolto per sempre la quarta parete e lo sguardo frontale. Nell’atrio del Teatro Studio lasciamo scarpe, orologi e cellulari per entrare nel buio pesto della sala. Le sirene dell’allarme antiaereo lacerano le orecchie. Ci fanno sedere, noi otto “spett-attori”, lungo la linea bianca. A destra e a sinistra due squadre di guerrieri scagliano lance e pietre invisibili. Cadono e si rialzano, combattono e muoiono, risorgono e uccidono, nel balletto letale di ogni guerra.
Trincea globale
Siamo a Ilio, sono Achei e Troiani, o siamo a Kiev tra russi e ucraini, o a Gaza, in Sudan o in una delle 56 guerre attualmente attive? Le parole che mescolano Omero ai comunicati militari di Biden tracciano legami di una lunga scia di sangue. E noi, accovacciati lungo la linea bianca della neutralità, cosa siamo? Osservatori oggettivi, portatori di pace oppure responsabili di una faziosa istigazione all’odio?
Oggetti che uniscono
Ognuno degli attori viene a prenderci, ci veste di una tunica bianca e ci trascina nello spazio interrotto da poche e fioche luci, nella confusione della fuga e dell’incendio, nel disorientamento e nella disperazione di chi, come Ecuba e Andromaca, ha perduto tutto, financo il figlio gettato dalle mura. Pochi, fugaci incontri con oggetti di scena che, spiegava Munaro, sono come il symbolon degli antichi greci, oggetti spezzati a metà e donati allo spettatore-ospite: una spazzola, una rosa, un cavallino di paglia, il fagotto di un bambino che ci strappano di mano. Verremo di nuovo schierati. E poi salvati, allungando una mano sul telo rosso che al centro della scena ci aiuterà a salpare per Roma, come Enea e i suoi.

Domande sull’umanità
Forte di un gruppo di attori collaudati e coraggiosi, chiamati ad una performance estremamente impegnativa, Attorno a Troia è uno spettacolo summa, un condensato della lunga sperimentazione del Lemming attorno al senso e ai sensi del teatro, che qui si arricchisce di un connotato sociale e politico, di domande sul ruolo che l’umanità sta giocando contro la Terra e se stessa. Speriamo che molti spettatori e moltissimi giovani spettatori possano nei mesi a venire riunirsi attorno a Troia. Non solo catarsi, ma impulso all’agire.
Le memorie di Wedekind
E di sguardi ci ha parlato Mine-HaHa ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle, che la giovane compagnia di Matilde Bernardi e Marco Corsucci, vincitrice del Premio alla regia dell’Accademia Silvio d’Amico, ha tratto dall’omonimo romanzo di memorie fittizie di Wedekind. Nella scena spoglia, con un muro di luci calde che illuminano il pubblico, il corpo dell’anziana insegnante Hidalla e dell’unica attrice in scena Matilde si sovrappongono e si confondono. Come tante polaroid, i gesti della bambina-ragazza-donna mostrano le contorsioni del corpo femminile sotto lo sguardo di chi ne determina l’identità e la debolezza.

Il corpo e lo sguardo
Vestito di bianco, nudo o negli abiti contemporanei, il corpo si sottrae e si mostra, mentre il volto pian piano si cela, coperto da una calza, azzerato di individualità. Scrisse Karl Kraus, amico di Wedekind: «C’è una donna nella stanza prima che entri uno che la vede? Esiste la donna in sé?».
Completamente velate di nero sono invece le tre donne di Freedom, at last proposto dalla compagnia iracheno-svedese Ibodies. Una di loro siederà sempre di fronte a noi pubblico, osservando spettatori e scena senza poter essere guardata; due si muovono sulla pedana con gesti meccanici e convulsi. Una, infine, esce nuda dalla scatola di cartone, si siede e poi si accascia sul tavolo, esanime. La lavano, la coprono in un sudario, la portano via in una sequenza ieratica di gesti antichi, in una proposta tra performance e installazione, con suggestioni visive che rimandano alla Abramovic, a Shirin Neshat, a Kapoor.
Osservazioni del mattino
«La libertà del titolo, forse, è quella che arriva con la morte» si interrogava nel cerchio del mattino una ragazza. E altre domande sono seguite, vivaci, pertinenti, acute. Martina, su Attorno a Troia: «Mi sono sentita colpevole. Dall’antichità ad oggi, non abbiamo compreso nulla su tutte le guerre che ci hanno preceduto».

Che bello, il teatro. Che bella speranza, i ragazzi.


















