A casa del signor Remo ci vediamo in otto, tutti seduti attorno al tavolo rotondo. Husam Abed è già arrivato da un po’. Ha messo il riso a cuocere, le lenticchie a bollire, le cipolle a stufare. Mangeremo insieme tra un’ora, dopo che ci avrà raccontato la sua storia. La sua storia è tutta nella grande scatola in attesa sul tavolo, quattro cassetti di cartone e scotch e una mappa del regno di Giordania, con confini d’altri tempi.

Perché la sua storia, come tutti quelli nati in un campo profughi, non può cominciare né oggi né nel 1980, anno della sua nascita.
Un artista in esilio
Husam Abed è un artista di teatro di figura, musicista e regista palestinese residente a Praga dal 2015 che al festival Opera Prima di Rovigo, la manifestazione organizzata fino al 15 giugno dal Lemming Teatro e ormai arrivata alla ventunesima edizione, ha presentato in prima nazionale il suo spettacolo forse più noto, The Smooth Life, portato e premiato in molti altri festival europei, del Sud Est asiatico e del mondo arabo. Racconta la diaspora della sua famiglia, dalle foto degli anni Venti e Trenta in cui la vita palestinese scorreva tra un matrimonio, il teatro e un gruppo scout al primo campo profughi di Karama, in quel 1948 in cui tutto ebbe inizio, quando i suoi nonni furono deportati per la prima volta.

La tragedia raccontata dai pupazzi
Come si può rappresentare la tragedia palestinese? Come è possibile condensare in un’ora quasi un secolo di storia e la questione più spinosa, vergognosa e irrisolta del nostro presente, nei giorni in cui l’assedio di Gaza seguito al 7 ottobre è esasperato in queste settimane dai raid contro Teheran? Abed lo fa con i gesti piccoli e quotidiani di pupazzi sgraziati che hanno il volto dei suoi genitori e dei suoi fratelli, con il tamburo e le canzoni tristi che accompagnano la narrazione, con il riso che prende vita, volto e nomi («mio nonno diceva che i chicchi di riso sono come i palestinesi che si spargono nel mondo») ed oggetti volutamente poveri e di recupero: lattine, spago, metallo, cartone, una sorta di lanterna magica con il vetro rotto, perché questo è quel che si troverebbe a Baqa’a, il più grande campo palestinese in Giordania dove Husam è nato e che è stato fino agli anni dell’università la sua vita.
Sogni, ferite, rivolte
Il filo dei ricordi, dalle file per il cibo distribuito dall’Unwra che «un grasso arabo ci sequestrava per rivenderlo al doppio» ai giochi pericolosi con i fratelli, si mescola ai sogni inconfessati dell’infanzia («speravo venissero gli alieni a portarmi via o che la terra si aprisse per sempre, per dire addio a quelle tende»), alle ferite durante gli scontri nella seconda Intifada del 2011 e alla disillusione nei confronti dei politici fino alla scelta di portare la sua rivolta nel campo, non con le pietre ma con i primi spettacoli di marionette. «Facevo il chimico in una raffineria e un giorno avrei dovuto autorizzare venti automezzi pieni di kerosene destinate all’esercito americano. Avevo fogli e fogli da firmare. Ho tolto il camice e me ne sono andato. Da lì è cominciata la ricerca con il teatro».
Il suo Dafa Theatre – vuol dire calore e intimità – si diffonde tra noi spettatori-commensali, testimoni del sogno di un giovane uomo che, come suo padre, nasconde con il sorriso la mestizia di un destino e affida al microcosmo del suo teatrino il messaggio politico di un intero popolo.

«Un palestinese è per tutti o una vittima o un terrorista: come si fa a creare una nuova narrazione?».
Un’altra voce, un’altra Gaza
Come in un dialogo a distanza quasi risponde, in questo festival pieno di voci e linguaggi, espressamente dedicato alle compagnie giovani vincitrici di un bando a cui hanno partecipato ben 824 realtà, la proposta di Teatri di Vita, unico gruppo “storico” della manifestazione insieme al Lemming, del cui nuovo lavoro, Attorno a Troia, torneremo a parlare. Andrea Adriatico e i suoi attori Nicolò Collivignarelli, Sofia Longhini, Olga Durano e Anas Arqawi, hanno presentato un’anteprima di Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza di Caryl Churchill, famosa drammaturga inglese, classe 1938, nota per il suo teatro impegnato e antinaturalistico. Questo breve testo di sette quadri lo scrisse nel 2009, dopo la devastante operazione militare israeliana “Piombo fuso” su Gaza.

Schegge di storia
Sette frammenti, sette dialoghi tra adulti che discutono su cosa dire o non dire alle loro bambine in schegge di storia che coprono settant’anni, dalla persecuzione nazista a quel 2009 che prepotentemente parla dell’oggi. «Dille che l’amiamo». «Dille che avrà nuove amiche». «Non dirle che nella casa dove abitiamo vivevano gli arabi». «Non dirle che avevano detto che era una terra senza popolo». «Non dirle che se l’avessimo saputo forse non saremmo venuti». «Dille che abbiamo vinto». «Non dirglielo». «Dille che suo fratello è un combattente, un eroe». «Non dirle dei bulldozer». «Non dirle del muro». «Dille di non guardare la tv». «Non dirle che abbiamo ucciso un bambino per sbaglio». «Non la spaventare».

Requiem per Gaza
Scorrono come una litania, un oratorio, i devi/non devi di genitori e nonna (la matrilinearità della religione ebraica?) che attraversano il tempo e lo spazio, mentre il Chiostro degli Olivetani viene pian piano colonizzato da piccole ruspe motorizzate, dai droni, dalla piscina di chi si è ormai insediato e guarda quella terra un tempo promessa come la realizzazione di un possesso dovuto.

Testo senza diritti
Sulle scarne indicazioni dell’autrice per la messinscena, che ha sempre presentato come un “evento politico” (nessuna bambina in scena, totale libertà rispetto al numero degli attori, niente diritti d’autore ma la richiesta di inviare una colletta al Medical Aid for Palestinians che dal 2002 opera a Gaza e Cisgiordania), Andrea Adriatico ha costruito uno spettacolo che troverà nelle prossime repliche (al festival Kilowatt di Sansepolcro dal 16 luglio) il giusto ritmo per l’incalzare ossessivo e ipnotico del testo. Proprio all’attore palestinese del suo quartetto, che durante lo spettacolo ha incessantemente raccolto foglie e rastrellato la terra, ha affidato la riproduzione verbale disarmante dei divieti e delle concessioni di questo requiem per Gaza:

«Dille che è un gioco». «Dille che è serio». «Ma non la spaventare». «Non dirle che la uccideranno».






















