Come ogni opera complessa, anche l’ultimo film di Mario Martone, Fuori, può essere letto da svariati punti di vista: come una storia di amicizia, come un film carcerario, come atto d’amore nei confronti della femminile, come un road movie, come un biopic su quella gigantesca intellettuale che è stata Goliarda Sapienza.

La genesi del film
Martone, in conferenza stampa a Cannes, dove il film è stato presentato in concorso per la Palma d’oro, ha voluto sottolineare che la scrittrice «era una donna libera, ribelle, scomoda da tanti punti di vista e – oggi lo possiamo dire – aveva tutte le ragioni, che allora non venivano capite».
E ancora: «Con Ippolita di Majo (a cui si deve il soggetto e la sceneggiatura del film insieme al regista, ndr.) abbiamo pensato non di fare un film biografico ma di fare un ritratto; e quale migliore occasione di quell’episodio incredibile della sua vita quando per rabbia, in un momento di grande difficoltà, compie il gesto folle di rubare dei gioielli a un’amica e finisce in carcere. Questa esperienza, però, per lei diventa una ragione di rinascita».
Compagne di cella
Due i libri che sono serviti da canovaccio per il quattordicesimo lungometraggio del regista napoletano: L’università di Rebibbia, del 1983, e Le certezze del dubbio, del 1987, entrambi contenuti nella raccolta Autobiografia delle contraddizioni (uscita per Einaudi nel 2024). Nell’estate del 1980, dopo la breve esperienza nel penitenziario di Rebibbia, la scrittrice, che ancora non è riuscita a pubblicare il romanzo a cui ha lavorato tra il 1967 e il 1976, L’arte della gioia (adattato da poco per una miniserie Sky, scritta e diretta da Valeria Golino con Tecla Insolia nei panni di Modesta), Goliarda, interpretata da una Golino in stato di grazia, ritrova le sua compagna di cella, Roberta (un’altrettanto brava Matilda De Angelis), con la quale stringe un legame di difficile comprensione per il mondo “fuori” dalla prigione, ma che le restituisce la voglia di scrivere.

Roma al centro del racconto
Insieme, attraversano dai Parioli a Rebibbia e ritorno, una Roma calda e sorniona, fatta di tanti luoghi molto diversi tra di loro. «Ognuno di questi luoghi aveva, secondo me, una ragione visiva che non era bella in sé ma era interessante in rapporto al racconto e allo stato d’animo di Goliarda. Tutto il film è come se fosse guardato da Goliarda», ha spiegato ancora il regista.
Luci anni Settanta
Bagnata dalle luci di Paolo Carnera, che ha voluto richiamare cromaticamente il cinema italiano in pellicola degli anni Settanta, questa città “espansa” e “vasta”, come l’ha definita lo stesso Martone, è in qualche modo al centro del racconto un po’ come lo era stata Napoli nel suo recente Nostalgia, attraversata fin nelle sue viscere dal suo protagonista, quel Felice Lasco nato dalla penna di Ermanno Rea che torna nella sua città natale dopo 40 anni tra il Libano, il Sudafrica e l’Egitto.

Prigione di cemento
Stavolta, invece, Goliarda la osserva partendo dalle «grandi finestre che danno su un mare di pini sempre agitati – anche quando non c’è vento – dalla nostalgia del loro mare perduto» (e continua la stupenda citazione da Le certezze del dubbio: «Il pino è del mare, il mare è del pino, dice un proverbio della mia isola – Sapienza era nata a Catania il 10 maggio 1924 e aveva lasciato la Sicilia per studiare recitazione nella Capitale nel 1940, ndr. –: separati soffrono. Non li consola, penso, neanche neanche il volo di qualche gabbiano che risalendo il Tevere a volte viene a trovarli nella loro prigione di cemento… Presto anche quei pini saranno spazzati via dall’esercito di cemento che li assedia da tutte le parti. E io che ho pure rubato per non per perdere quel pezzo di verde che mi sta davanti!»).
Una vita dopo la detenzione
Si immerge poi nelle ricche strade intorno a via Denza fino a piazza Euclide, dove sorge Regina Pacis, «orribile e sontuosa chiesa dei Parioli», per spuntare fuori dalla metropolitana in una assolata piazza del Popolo.
Con Roberta al fianco, nocchiere e passeggera insieme, naviga verso la periferia e le mostruose stecche di cemento che iniziano a crescere sempre più affollate e disordinate nella “fu” campagna romana, che ancora allora cingeva le mura dell’istituto carcerario; fino alla profumeria a tratti surreale in via di Acqua Bullicante dove Barbara (Elodie) tenta di rifarsi una vita dopo la detenzione.
Dialogo oltre le sbarre
Fuori è un film su strada magnifico in cui il “di qua” e il “di là” dalle sbarre continuano a dialogare, grazie alla dettagliata messinscena di Martone che, forte del suo autore della fotografia e del suo scenografo (Carmine Guarino), riesce a rendere alla perfezione alcuni dei brani più belli nati dalla penna della sua (e della nostra) eroina.

La città come set
Non a caso il regista, che ha scelto di girare in un formato ormai desueto come 1:66, «ma tipico nella cinematografia italiana degli anni Settanta e che ho usato nei miei primi film, L’amore molesto del 1995 e Morte di un matematico napoletano, del 1992», come lui stesso ha affermato, ha continuato a prediligere anche in questo suo lavoro i set in location piuttosto che in teatro di posa: «Rifuggo in tutti i modi dalla ricostruzione – ha detto ancora alla stampa festivaliera – Le città sono stratificate. In ogni città c’è il suo passato: devi sapere guardare, ritagliare e montare. Abbiamo girato nella vera casa di Goliarda ai Parioli, a Rebibbia, alla stazione Termini di oggi che credo siamo riusciti a far sembrare del 1980».
Con gli occhi di Goliarda
Ed è sublime guardare Roma con gli occhi di Goliarda Sapienza, «ladra di gioielli, di storie e di vite», a cui Valeria Golino regala il suo magnetismo e la sua intelligenza, e ascoltare la sua voce, ancora molto forte – come ha fatto notare Mario Martone – e capace di parlare anche alle nuove generazioni.

Fuori è in sala, con 01 Distribution.



















