«Come Darwin, anch’io ho visto le iguane» scriveva Sebastião Salgado nel suo Dalla mia Terra alla Terra (Contrasto, 2014). Se pensiamo che il primo grande lavoro del fotografo brasiliano scomparso ieri all’età di 81 anni, fu sulla siccità in Sahel (Sahel: The End of the Road, University of California Press, 2004) e che le opere finali della sua prestigiosissima carriera riguardavano esclusivamente la vita sul pianeta, ci rendiamo conto che anche i suoi reportage sulla fatica umana (bellissimo quello sul lavoro, La mano dell’uomo, Contrasto 1996) hanno sempre avuto l’approccio del naturalista.

Sulle tracce della natura
Quando nel 2004 comincia il suo periplo del mondo per il progetto Genesi, lo fa mettendosi non solo sulle tracce del grande biologo ed esploratore inglese ma collocandosi nella sua prospettiva. «Prima di realizzare Genesi, avevo fotografato solo una specie: gli esseri umani. Invece, nel corso degli otto anni in cui ho viaggiato attraverso il mondo per questo progetto dedicato alla natura incontaminata, ho imparato a lavorare con le altre specie» racconta Salgado sempre in Dalla mia Terra alla Terra.
La vita come cambiamento permanente
Così raccontava due anni fa in un’intervista con Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Non c’è vita dopo di noi; c’è vita prima di noi. Se esiste un dio, è Darwin, che ha intuito l’evoluzione, il cambiamento permanente. Quando lavoravo a Genesi, il progetto che mi ha portato in 130 Paesi, rimasi soggiogato dalla forza delle Montagne Rocciose, e uno scienziato mi disse: queste non sono le prime, sono le nuove, un tempo esistevano altre Montagne Rocciose del tutto diverse…» E ancora: «Siamo una specie giovane, l’uomo come lo conosciamo ha appena 70 mila anni. Sono sparite specie molto più forti della nostra, come i dinosauri. Spariremo anche noi. E non così lentamente come crediamo».

Scrivere con la luce
È difficile raccontare Salgado. Difficile e semplice allo stesso tempo. Alcune delle sue foto sono, per dirla con un aggettivo ormai inflazionato, “iconiche” e lo sono letteralmente perché sono immagini diventate simbolo. Ma sono anche, come vuole la storia dell’arte, «pitture e sculture che si propongono un notevole grado di rassomiglianza o corrispondenza formale con l’oggetto rappresentato», nella definizione che emerge dalla Treccani.
Così descriveva lui stesso la propria arte: «La fotografia è una forma di scrittura, si scrive con la luce, si scrive la storia del nostro tempo» (Sebastião Salgado: la mia fotografia al servizio dell’uomo e della natura, “Cult”, 14 maggio 2015). E ancora, riprendendo un ulteriore passo da Dalla mia Terra alla Terra: «Per fotografare un luogo o una comunità, devi viverci, devi prendere il loro tempo, devi capire i loro ritmi. Non puoi arrivare e scattare. Devi diventare parte di quel tempo».
Visioni da antropologo, storico, sociologo
Cartier-Bresson, d’altro canto, parlava della fotografia come dell’«istante decisivo». Su come le fotografie siano capaci di fissare il tempo, persino la filosofia vi si è soffermata ma, noi spettatori, quanto ci soffermiamo davanti a una fotografia o a un quadro? Una volta, in un’intervista televisiva, lo storico dell’arte Philippe Daverio rifletteva: «Quello che ha fatto il quadro, spesso ci ha messo due anni a farlo o anche due mesi a farlo. Cosa dà a me il diritto di guardarlo in venticinque secondi? Uno che va in una Pinacoteca, in un museo, dovrebbe andare a vedere due quadri all’inizio o addirittura uno solo. (…) Bisogna inventare la frequentazione».
Non è insolito, quindi, che i grandi fotografi realizzino i propri progetti come mostre ma anche, forse soprattutto, come volumi da sfogliare. Forse da aprire di tanto in tanto e, mettersi come il fotografo, in attesa che quell’immagine, anche solo quella singola immagine, ci colpisca. «Sebastiao non è un fotografo, ma un antropologo, un sociologo, uno storico che si esprime attraverso la macchina fotografica», a parlare questa volta su Le Monde è Lélia Wanick Salgado, socia, sodale, moglie del fotografo.

Ricostruire la foresta
«Durante il genocidio in Ruanda – ha raccontato una volta Salgado al Guardian – stavo preparando un libro sulle migrazioni. Quello che ho visto lì era così violento che mi sono ammalato. Ero depresso, la mia salute non era buona. Sono andato a trovare un amico medico, che mi ha detto “stai morendo, devi smettere di fare quello che stai facendo”. Così ho smesso, sono andato in Brasile e ho deciso di abbandonare la fotografia e di diventare contadino e lavorare la terra».
Ed è così che nasce l’altra grande avventura di Salgado, dopo la fotografia. Nasce proprio insieme e grazie a Lélia Wanick: «Avevamo la possibilità di ricostruire una foresta e l’abbiamo fatto. All’inizio degli anni Novanta si risvegliava la coscienza ambientalista, ma noi non eravamo attivisti, volevamo solo riavere la nostra foresta. Per farlo però avevamo bisogno di un vivaio, di specialisti, scienziati, tecnici… Da loro cominciammo a capire che era qualcosa di essenziale, cominciammo a sistematizzare» erano le sue parole nel 2023 a Repubblica.
La sfida dell’Instituto Terra
Nasceva appunto, come Salgado raccontava nella stessa intervista: l’Instituto Terra: «Oggi sì, posso dire che siamo ambientalisti. Non attivisti: un attivista combatte contro qualcosa, io non combatto, costruisco. Avevo paura di essere troppo radicale. Invece di creare collaborazioni temevo di creare una singola resistenza. Per questo abbiamo allargato il progetto, abbiamo associato tremila contadini. Ora l’Instituto Terra è la più grande istituzione rurale del Brasile. La nostra prossima sfida è l’acqua, ricostruire i sistemi idrici naturali della valle, le sorgenti e i corsi d’acqua. Per capirci: la nostra valle è grande come il Portogallo».

L’omaggio di Win Wenders
Ed è su questa storia monumentale, quella di voler salvare l’ecosistema di una vallata, che Wim Wenders costruisce nel 2014 il film Il sale della Terra, che più che essere la biografia di Salgado è a sua volta un monumento a questa coppia, dove il ragionamento sull’arte e sull’immagine si fonde con quello dell’impegno politico e ambientale. Al punto che quando ci troviamo di fronte al volume delle foto di Amazzonia (Taschen, 2021) non sappiamo più se siamo di fronte ad un’opera artistica o ad una denuncia politica: «Sì, Amazzonia è un lavoro del tutto politico. […] Ci sono grandi porzioni delle foreste tropicali – la più grande concentrazione di biodiversità del pianeta, le aree dalle quali dipende la distribuzione dell’umidità dell’intero pianeta – che stiamo per annientare costruendo una vera e propria bomba di CO2, che restituiremo all’atmosfera creando danni irrecuperabili» (l’intervista è su Maremosso).

Messaggio nel tempo
Di questo artista, naturalista, antropologo e filosofo, ci rimangono i suoi pensieri, la sua arte, le sue preoccupazione per il futuro. Ma ci piace pensare che fra due secoli, quando avremo superato tutto questo, anche grazie al suo esempio, qualcun altro sulle sue tracce, come Salgado su quelle di Darwin, sbarcando alle Galapagos, potrà riconoscere la grande resilienza della natura e ripetere le sue parole (sempre da Dalla mia Terra alla Terra) facendole nuove:

«Sono sicuro che alcune tra le tartarughe che ho incontrato, delle vere “autorità”, le aveva viste anche lui: sono animali che vivono più o meno duecento anni».























