Ancora guerra, ancora bombe, ancora morte di civili. Lo scorso 13 giugno, con un massiccio attacco a sorpresa contro infrastrutture nucleari, basi militari e aree urbane nel territorio iraniano, Israele ha aperto un nuovo fronte di guerra. Per Benjamin Netanyahu si tratta di un’operazione preventiva — Rising Lion è il suo nome — che ritiene necessaria per bloccare il programma nucleare di Teheran, liberare il popolo iraniano, compiere un cambio di regime. E scongiurare un nuovo olocausto.
Queste alcune parole pronunciate dal primo ministro israeliano su YouTube nella notte dell’attacco: «Negli ultimi mesi, la Repubblica Islamica ha adottato misure senza precedenti per militarizzare l’uranio arricchito e, se non si interviene, potrebbe produrre un’arma nucleare in pochissimo tempo: un anno, pochi mesi — forse meno di un anno».
Il nuovo fronte di Israele
Una nuova guerra voluta da Israele, dunque, per difendersi da possibili attacchi atomici. Quasi a voler nascondere un fatto evidente: a Gaza si continua a morire sotto le bombe e la popolazione palestinese viene colpita anche quando cerca disperatamente cibo e invoca la pace. Cinquantanove palestinesi sono morti in una sparatoria presso i centri di distribuzione alimentare. Questa volta, mentre droni e missili balistici attraversano i cieli di Tel Aviv e Teheran, non si parla più di aggredito e di aggressore, ma piuttosto di scenari apocalittici.
Incubo nucleare
Perché Israele — come sostiene Oxfam, seguendo una certa ambiguità strategica — si stima possieda almeno 80 testate nucleari. E perché l’ayatollah Ali Khamenei e gli uomini del regime iraniano non sono disposti ad arrendersi. Anzi. Secondo Seyyed Abdolrahim Mousavi, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, «le operazioni militari condotte finora sono state un avvertimento a scopo di deterrenza. L’operazione punitiva sarà eseguita presto».
Diplomazia in silenzio
In questo caos globale, la diplomazia tace. Si accettano passivamente le dichiarazioni di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Manca una condanna netta da parte del mondo occidentale. La voce dell’Europa è sempre più debole, fortemente condizionata dalle scelte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che sta valutando di entrare in guerra, sostenuto — o almeno non ostacolato — dai leader del G7: «Ribadiamo il nostro sostegno a Israele. Affermiamo anche l’importanza di proteggere i civili — si legge in una nota —. L’Iran è la principale fonte di instabilità e di terrore nella regione. Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’Iran non potrà mai disporre di un’arma nucleare. Chiediamo che la risoluzione della crisi in Iran porti a una più ampia de-escalation delle ostilità in Medio Oriente, incluso un cessate il fuoco a Gaza».
Occidente in crisi
Una dichiarazione che sembra essere soltanto un auspicio, di circostanza e privo di peso reale. Ed è in questo scenario che emerge con forza la crisi delle democrazie occidentali, sempre più lontane dalla cultura della pace e dalla fiducia nella sua efficacia. Una cultura che può salvarci – e nella quale Sapereambiente si riconosce pienamente – ma che rischia ogni giorno di essere soppiantata dalla paura di un possibile attacco nucleare proveniente dall’Est o dal Medio Oriente.
In altre parole, siamo di fronte a una crisi politica e morale dell’Occidente, che si manifesta nella mancanza di forze diplomatiche, tanto che si arriva persino a voler riabilitare Vladimir Putin.
Sovranismo, armi e diritti oscurati
Dopotutto, i governi democratici — in Europa e altrove — si nutrono oggi di sovranismo. Hanno sostituito il dialogo e la costruzione di ponti con la costruzione del nemico. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: nelle nostre democrazie, i grandi temi globali come il cambiamento climatico, la lotta alle disuguaglianze e la tutela dei diritti umani sono ormai in secondo piano.
Oscurati da una sciagurata e incessante corsa agli armamenti.



















