«Se ti faccio sentire a tuo agio, perché mai dovresti fare qualcosa?», si chiede Asif Kapadia, il regista di 2073 – Ultima chiamata, opera ibrida tra documentario e film di fantascienza presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024 e finalmente in arrivo nelle sale italiane. Racconta il nostro recente passato e il nostro presente visto dal futuro prossimo, in una San Francisco desertificata e ispezionata in ogni angolo da droni, videocamere e polizia.
Negli anfratti di un mondo in cui ogni forma di libertà e dissenso è stata cancellata, dominato da ultraliberisti, dittatori e tecnocrati, si nascondono i sopravvissuti ancora in grado di conservare memoria del passato, consapevoli di non avere i giorni contati.
L’arte di sopravvivere
Tra loro, Ghost (interpretata da Samantha Morton, candidata all’Oscar per Accordi e disaccordi e per In America – Il sogno che non c’era), una donna, che non parla, se non in voce fuori campo quando descrive le sue difficoltà e i suoi timori, ma si intrufola tra i rifiuti abbandonati del centro commerciale che è ormai la sua casa. La lingua e l’arte sono praticamente proibite. La cultura e la natura sono state distrutte.

Filo diretto con la Nouvelle Vague
Il docufilm di Kapadia è, per sua stessa ammissione, ispirato a La Jetée di Chris Marker, cortometraggio di fantascienza considerato una delle opere più influenti della Nouvelle Vague e alla base di un caposaldo sci-fi come L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam (in cui un detenuto del futuro viene mandato nel passato con la speranza di trovare un antidoto al virus che ha decimato la popolazione terrestre). Il corto di Marker venne realizzato attraverso il montaggio di una serie di fotografie (tranne una breve sequenza filmata di pochi secondi) accompagnate da una voce narrante fuori campo che racconta l’intera storia.
Grido d’aiuto
Con il suo nuovo lavoro, il regista inglese di origine indiana prosegue su quella strada documentaristica, intrapresa dal 2010, che l’ha portato a realizzare biopic di successo come quello dedicato ad Amy Winehouse, premiato con l’Oscar nel 2016 e parte della trilogia che comprende Ayrton Senna e Diego Maradona. «Ho realizzato questo film come un grido d’aiuto. Viene da una persona di pelle scura, e io sto osservando cosa succede alle persone di pelle scura, cosa succede alla mia famiglia, alla mia gente» ha spiegato Kapadia.

«Perché dovrei offrirti speranza, se io stesso non ne provo? È da lì che nasce gran parte di questo progetto».
Punto di non ritorno
Tra filmati d’archivio, interviste a giornalisti di tutto il mondo (come Maria Ressa, giornalista filippina naturalizzata statunitense, insignita del premio Nobel per la pace 2021, la cronista del Guardian, Carole Cadwalladr, a cui si deve il caso Cambridge Analytica, Rana Ayyub, colonnista del Washington Post tra le più autorevoli voci dell’Asia Meridionale, George Monbiot, giornalista e ambientalista) e finzione narrativa, 2073 – Ultima chiamata ricostruisce come siamo arrivati al punto di non ritorno, che il racconto fissa a 37 anni prima, quando l’Evento ha segnato l’inizio di un lungo declino irreversibile.
Tecnologia che ci addomestica
Ghost, che in più di un tratto ricorda lo Stalker di Tarkovskij, conduce suo malgrado lo spettatore in un viaggio a ritroso che tocca mano a mano il disfacimento della democrazia e l’ascesa dei regimi di estrema destra, l’affermazione delle Big Tech, l’invenzione dell’Intelligenza artificiale e il controllo dei dati personali, il disastro climatico che ha trasformato il mondo in un luogo ostile e senza più quasi traccia di vita.
Come si sente dire a uno dei giornalisti intervistati: «La tecnologia ci addomestica e ci trasforma in una nuova specie umana».
Collettivizzarsi per sopravvivere
È davvero troppo tardi per fare marcia indietro? Quali strade sono ancora percorribili perché la volontà individuale sopravviva? «La risposta è collettivizzarsi – spiega ancora Kapadia – Perché lo scopo della tecnologia è isolarci. La tecnologia serve a farci restare ognuno davanti al proprio schermo, a litigare con sconosciuti. Il cinema, invece, è un’esperienza collettiva. Vai in sala, guardi qualcosa, ridi, piangi, ti spaventi. E poi si riaccendono le luci e hai vissuto qualcosa insieme agli altri. Ognuno l’ha vissuta a modo suo, e vuole parlarne».

Futuro senza appigli
Tuttavia, nel film c’è ben poco ottimismo. È difficile mantenere la speranza per l’umanità in mezzo a un’ondata di notizie rese ancora più spettacolari dal grande schermo: l’insistenza di Ghost – e di Kapadia – in nome di un’azione collettiva per evitare quel futuro che per lei presente sembra davvero avere pochi appigli. Non c’è nessuna direzione che ci aiuti a cambiare i nostri comportamenti, nessun suggerimento su come combattere un sistema che 2073 – Ultima chiamata ci dice essere onnicomprensivo.
Finalmente in sala
Il docufilm di Kapadia è passato la scorsa settimana a Cinemambiente, durante la serata di chiusura, alla presenza del regista che ha tenuto anche una master class ed è stato protagonista di una personale al Museo Nazionale del Cinema.
È in uscita nelle sale italiane, con il patrocinio di Amnesty International, ancora oggi e domani a cura di Filmclub Distribuzione.
Per saperne di più
La lista delle sale su Minerva Pictures




















