Cinque giornate di lavoro, insieme a 55 capi di Stato e di Governo. Con un’assenza grave e significativa: quella degli Usa. Venerdì scorso si è conclusa a Nizza la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani che ha portato sulla Costa Azzurra circa 15.000 persone fra esponenti del mondo della ricerca, dell’industria e delle organizzazioni internazionali.
Fra i risultati dell’assemblea, organizzati da Francia e Costa Rica, c’è la dichiarazione Il nostro oceano, il nostro futuro: uniti per un’azione urgente. «Chiudiamo questa settimana con un impegno concreto», ha detto al termine del summit Li Junhua, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali e segretario generale della Conferenza.

Adesso però gli impegni dovranno essere monitorati e attuati perché non siano pura teoria.
Il piano d’azione
«L’oceano è fondamentale per la vita sul nostro pianeta e per il futuro e siamo fortemente allarmati per l’emergenza globale che sta affrontando», si legge nella dichiarazione adottata. Come si sottolinea nel testo, gli oceani fanno i conti con cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. Il documento politico intergovernativo adottato, non vincolante, impegna oltre 170 paesi a intraprendere azioni per ampliare le aree marine protette, combattere l’inquinamento marino, decarbonizzare il trasporto marittimo e mobilitare fondi per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico nelle aree costiere e insulari. All’interno del testo mancano però impegni verso una rapida entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare e non compaiono diretti riferimenti alla riduzione dei combustibili fossili per contrastare il cambiamento climatico.
Verso il Trattato sull’Alto Mare
Uno dei punti al centro della Conferenza era l’avanzamento dei trattati internazionali multilaterali, con l’Accordo sulla diversità biologica marina delle aree oltre la giurisdizione nazionale (Bbjn Agreement) al centro delle discussioni. Sebbene non compaia in modo esplicito nella dichiarazione di Nizza, alcuni passi avanti importanti sono stati compiuti, con altri 19 Stati che hanno ratificato l’Accordo durante la Conferenza, portando il numero delle ratifiche a 50. Affinché l’Accordo entri in vigore servono altre 10 ratifiche per raggiungere la soglia delle 60 necessarie.

Quadro giuridico chiaro
Con 76 articoli, l’Accordo ha l’obiettivo di creare un quadro giuridico chiaro per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina delle aree al di fuori della giurisdizione nazionale. Cioè, quei tratti di mare, che coprono circa due terzi della superficie degli oceani e il 95% del loro volume, oltre le zone economiche esclusive dei singoli stati, intorno ai 37 chilometri di navigazione dalla costa. Una volta in vigore, il Trattato servirà per istituire aree marine protette, regolare l’uso delle risorse biologiche, intervenire contro l’inquinamento degli oceani con responsabilità dirette per chi causa danni ambientali e vigilare sull’impatto della attività di sfruttamento delle risorse provenienti dal mare, incluse quelle minerarie. L’auspicio è che il Trattato entri in vigore agli inizi del 2026. L’Italia è fra i paesi che non hanno ancora ratificato l’accordo.
Far west negli abissi
Nelle discussioni di Nizza è entrato anche il tema del deep sea mining. «Le nazioni stanno esplorando nuove acque anche per quanto riguarda l’estrazione mineraria dai fondali marini. Il mare profondo non può diventare il far west» ha detto durante il discorso di apertura il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres.
Il messaggio era rivolto direttamente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha recentemente firmato l’ordine esecutivo per avviare le attività di estrazione mineraria in acque statunitensi e internazionali.
Estrazioni da regolamentare
L’iniziativa unilaterale statunitense arriva mentre gli organi internazionali sono impegnati a stabilire un regolamento di riferimento per le estrazioni minerarie marine. Gli effetti di queste attività sugli ecosistemi abissali devono essere ancora compresi a pieno, così come il loro impatto distruttivo sulla biodiversità oceanica. Da diversi anni ormai l’Autorità internazionale dei fondali marini (Isa) – organo internazionale istituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (Unclos) – è impegnata a cercare un accordo sullo sfruttamento minerario in acque profonde, senza successo. Il prossimo incontro cruciale si terrà a luglio, a Kingston, in Giamaica, in una nuova assemblea convocata dall’Isa.

Moratoria internazionale
Il presidente francese Emmanuel Macron, intanto, ha invocato una moratoria internazionale sulle attività estrattive, che al momento conta 37 paesi. «Proteggiamo i nostri ecosistemi. L’oceano profondo non è in vendita. La Groenlandia non è in vendita. L’Antartide non è in vendita», ha dichiarato il presidente francese durante il discorso di apertura della Conferenza.
Obiettivo 30×30
Fra gli impegni volontari assunti a Nizza, alcuni sono orientati al raggiungimento dell’obiettivo 30×30. Cioè, proteggere il 30% del Pianeta, fra terre emerse e mari, entro il 2030. La Polinesia francese, per esempio, si è impegnata a creare la più grande area marina protetta al mondo per salvaguardare le sue acque. Una volta istituita, la nuova area marina protetta abbraccerà uno specchio di mare di oltre un milione di chilometri quadrati di superficie. Un’area grande due volte la superficie della Francia. Circa 900.000 chilometri quadrati di mare saranno completamente protetti e al loro interno qualsiasi attività sarà vietata. In altri 200.000 chilometri quadrati di mare saranno invece permesse solo alcune attività, come la pesca artigianale. «È il livello di ambizione di cui il mondo ha bisogno per avere un oceano sano e produttivo», ha detto Razan Al Mubarak, presidente dell’Unione Internazionale per la conservazione della Natura (Iucn).

Protezione al rallentatore
Finora, la strada per centrare l’obiettivo 30×30 era stata percorsa troppo lentamente. Un rapporto del 2024, prodotto dalla società di consulenza per la sostenibilità Metabolic, in collaborazione con altre organizzazioni internazionali per la conservazione della natura, mostrava come solo l’8,3% dell’ambiente marino globale fosse tutelato come area marina protetta e in appena il 2.8% di queste aree le misure di protezione fossero veramente efficaci.
Secondo una valutazione dello stesso anno prodotta da Greenpeace International, con ritmi simili la protezione del 30% degli oceani sarebbe raggiunta solo nel 2107. Da Nizza, in questo senso, arrivano buone notizie: anche la Spagna si è impegnata a creare nuove aree marine protette, che porterebbero a tutelare il 25% del mare spagnolo. A un passo dall’obiettivo 30×30.
La dichiarazione sulla plastica
Durante la Conferenza, 95 Paesi hanno firmato anche una dichiarazione congiunta per porre fine all’inquinamento da plastica. L’appello invoca un trattato, atteso da tempo, giuridicamente vincolante per eliminare gradualmente prodotti plastici e sostanze chimiche preoccupanti, porre obblighi di trasparenza su produzione, importazione ed esportazione di plastica e stanziare nuovi finanziamenti per ridurre l’impatto delle sostanze inquinanti. L’iniziativa è stata accolta con favore da associazioni come Wwf e Greenpeace, che invocano adesso un trattato incisivo.

E l’appuntamento è agli inizi di agosto, a Ginevra, quando riprenderanno i lavori della quinta sessione del Comitato intergovernativo di negoziazione sul tema.



















