Non ci pensiamo, non ce ne accorgiamo e, spesso, non lo sappiamo. Ma un respiro su due lo dobbiamo al mare. Ossigeno, acqua, risorse alimentari. Ad ogni latitudine gli oceani sono vita. Eppure, a volte, dimentichiamo quanto il mare sia legato alle nostre esistenze. Con il suo docufilm di esordio, Breath, (Italia-Tunisia, 2025, durata 72’), letteralmente “respiro”, Ilaria Congiu racconta l’intreccio fra il mare e la vita di persone distanti fra loro ma unite dal rapporto profondo con questo elemento.

«Il mare è casa nostra anche se spesso non lo conosciamo. Per proteggere una cosa bisogna amarla e per amarla bisogna conoscerla», dice a Sapereambiente la regista.
Un viaggio intimo fra Mediterraneo e Senegal
In sala da pochissimi giorni e prodotto con il patrocinio di Legambiente, Extinction Rebellion Italia e Mare Vivo, Breath è un viaggio intimo che dalle coste del Senegal alle acque del Mediterraneo ripercorre le storie di chi, in modi diversi, dipende dal mare. Mentre, fra inquinamento, aumento delle temperature e sovrasfruttamento delle risorse, le nostre attività stanno soffocando gli oceani.

Quegli abissi che non vediamo più
Le storie dei protagonisti di Breath sono la storia stessa della regista. Figlia di un commerciante ittico, Congiu infatti è nata e cresciuta a Dakar, in Senegal. Il padre, Francesco, si trasferì sulla costa dell’Africa occidentale negli anni ‘80 per comprare pesce dai pescatori artigianali locali e importarlo in Italia. Il mare ha sempre fatto parte della vita di Congiu. «In Senegal passavo gran parte del mio tempo in acqua e per vedere mio padre andavo nei posti dove lavorava: nei porti e lungo le spiagge», racconta.
Negli anni, la vicinanza con il mare le ha permesso di vedere come sia cambiato questo ambiente. «Ho ricordi di un mare che ora non vediamo più. Da piccola facevo surf e sotto di me vedevo squali, innocui, che ora è sempre più difficile incontrare», aggiunge la regista.

La scintilla con Sea Shepherd
Ilaria Congiu ha continuato a vivere il mare anche una volta tornata in Italia e la scintilla che l’ha portata a indagare cosa stesse soffocando il mare e a raccontare gli oceani si è accesa definitivamente a bordo di una nave di Sea Sheperd – organizzazione internazionale impegnata nella salvaguardia degli ambienti marini – quando ha visto trascinare una gabbia per tonni.
«Sono nata nel settore della pesca ma di questa pratica non sapevo nulla. I tonni vengono trascinati in gabbie galleggianti e guardandoli mi sono sentita come loro: imprigionata in un’economia dell’estinzione, spesso sconosciuta». Alternando riprese inedite, immagini di archivio, interviste e filmati amatoriali che la ritraggono ancora piccola, Congiu crea un racconto intimo e politico capace di fotografare i pericoli che incombono sul mare e al tempo stesso emozionare.

Figli del mare
La narrazione è affidata a quelli che la regista chiama “i figli del mare”. «Sono le storie di chi ama il mare e, in qualche modo, dipende da questo elemento», spiega Congiu. Le voci dei pescatori si intrecciano così con le testimonianze di un biologo marino, di un’attivista e di un’atleta. A bordo di un peschereccio, Congiu osserva le difficoltà che affronta chi ancora lavora rispettando il mare, come Domenico e Salvatore Mendolia, pescatori di Porto Rosa, in Sicilia, che portano avanti l’attività in modo artigianale. Da Ibrahima Samb, pescatore del Senegal, scopre come negli anni sia cambiato il settore della pesca, passando da poche piroghe che uscivano in mare, alla competizione con le grandi industrie.

Scienza e attivismo
L’attivista tunisina Rym Benzina Bourguiba ricorda come l’azione per il mare passi anche per l’impegno combattivo. Il biologo marino Silvio Greco, professore presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e dirigente della Stazione Zoologica Anton Dohrn, fra le aule delle università e i mercati del pesce riporta con equilibrio e semplicità i dati della ricerca. Con un respiro profondo, all’apneista Alessia Zecchini, invece, è affidato il compito di accompagnare lo spettatore sott’acqua. «È il Caronte che ci traghetta in fondo al mare, ricordandoci che noi nasciamo dall’acqua».
Dialogo fra le generazioni
A queste testimonianze, la regista alterna un confronto aperto con il padre. Un dialogo con chi le ha trasmesso la passione e il rispetto per il mare e, al tempo stesso, ha vissuto delle risorse offerte da questo ambiente. «C’era conflitto con mio padre e con il suo lavoro. Eppure, c’era la ricerca di un equilibrio che io non vedevo. Dobbiamo dialogare con le generazioni precedenti per capire perché sono state fatte alcune scelte e trovare un punto in comune per fare qualcosa di diverso», dice Congiu.

Confini sconosciuti
Intrecciando le storie lontane di chi vive il mare ogni giorno, Breath trasmette un’idea unitaria di questo ambiente. Un respiro unico fra oceano e persone che lo vivono. Con una scelta autoriale che sembra seguire la struttura del mare, privo di confini, la regista non sottolinea mai dove ci troviamo e non suggerisce chi è a raccontare. Il documentario scorre così in un flusso continuo. «Quella fra Mediterraneo e Atlantico è una divisione nostra, il mare non la conosce» conclude Ilaria Congiu. E ancora:

«Come le persone che vivono di mare e vengono da parti del mondo diverse, affrontano le stesse difficoltà».
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