Quando arriverà il pubblico del secondo week-end, fra oggi e domenica, la Luna sarà piena. Quella che ci ha osservato durante la prima frazione, sette giorni fa, invece superava di poco la metà. Sembra un dettaglio, in realtà fa parte della sostanza.
Perché lo sguardo che richiede il festival “Giardino delle Esperidi”, con la sua costellazione di eventi che si dipanano sul Monte di Brianza, rompe ogni convenzione. Chiama in causa l’intera cornice del reale e ci sfida a comprendere che cosa è teatro e che cosa non lo è, a percepire quali variabili (le ombre in quel preciso momento, la velocità del vento, un passaggio di uccelli e molto altro…) generano la magia del sincronismo tra il performer e il resto del cosmo.

E a riconnetterci con la nostra natura più profonda, come avviene ad esempio con “Just walking”: la passeggiata performativa che ci porta a contatto con un territorio che conserva tremila anni di storia.
Da borgo fantasma a residenza artistica
Ci troviamo a Campsirago, fra Lecco e Milano, un minuscolo borgo nel comune di Colli Brianza che si raggiunge al termine di mille tornanti e che evoca memorie di mobilitazione artistica risalenti agli anni Settanta, quando lo spopolamento l’aveva ridotto ad un paese fantasma. E si chiama non a caso “Campsirago Residenza” la compagnia diretta da Michele Losi che oggi custodisce questo vivissimo luogo di ricerca e produzione artistica, il quattrocentesco Palazzo Gambassi con la sua deliziosa corte affacciata a meridione, peraltro oggetto di una meticolosa ristrutturazione nel segno della sostenibilità.
Il Giardino delle Esperidi, fra le kermesse di maggior pregio nel campo del teatro nel paesaggio, con molte incursioni nelle svariate forme del contemporaneo, ha messo qui, da ventun’anni, le proprie radici. Ma investe l’intero organismo che si estende fino alla pianura industriale, con i suoi boschi sacri di castagni altissimi, querce e molte altre varietà di tutti e cinque i regni, il torrente che lo nutre come un’arteria, gli agglomerati urbani e le cascine che si nascondono dietro la collina.

1. LA TRAGICA VERITÀ DEL LEMMING
Proprio come quella in cui ci accoglie, nella frazione di Mondonico, il Teatro del Lemming con il primo rituale che attraversiamo, mentre il sole scende all’orizzonte: il loro Attorno a Troia_Troiane, per sei spettatori alla volta, ci fa vivere un corpo a corpo con le bravissime interpreti (Diana Ferrantini, Katia Raguso, Veronica Di Bussolo, Marina Carluccio Maddalena Dal Maso, Silvia Massicci ed Elena Fioretti) dal raro (e in certi momenti insopportabile) impatto emotivo. Il dolore di quelle donne, costrette a lasciare da schiave la propria terra, nella frenetica danza e nelle parole che ci bisbigliano addosso, vestite di bianco come le vittime innocenti che portano in grembo, diventa l’archetipo di ogni lutto che provocano le guerre.

Gli Achei del nostro tempo
Così attraverso la coreografia concepita dalla storica guida di questo gruppo, Massimo Munaro, finiamo per ascoltare, inermi, il testo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo stracciata dagli Achei del nostro tempo, artefici di violenza, sopraffazioni e genocidi che ormai, dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, pensavamo fuori dalla storia.
Ed è questa, forse, la vera tragedia di cui dobbiamo prendere atto: fuori dalla storia, almeno in questa fase, è la cultura della pace.

2. SERGIO BEERCOCK: IL COMPOSITORE FRONTALIERE TRA SICILIA E REGNO UNITO
Il secondo momento di questo breve e inevitabilmente parziale “Diario delle Esperidi“, mentre riluce la mezzaluna di cui si diceva all’inizio, ci porta davanti al palco piccolo di Palazzo Gambassi. E qui accediamo a una sostanza diversa, quella sonora che genera il compositore, poeta e drammaturgo Sergio Beercock con la sua raffinatissima ibridazione fra voce e trattamento digitale.

Espressività di confine
Le sue origini spiegano, in qualche maniera, il destino da frontaliere dell’espressività che ci sembra lo perseguiti: nasce 35 anni fa nello Yorkshire da madre siciliana e padre inglese, cresce fra Enna, Palermo e il Regno Unito, si forma tra Shakespeare e i pupi di Mimmo Cuticchio (ma nel suo dna c’è anche la poetica di Franco Scaldati), gli echi del sound anglosassone e la ricerca etnografica sui “lamentatori” nisseni che ricordano le vibrazioni delle cornamuse d’oltremanica.
Sorprendente polifonia
Oggi risiede a Roma, dove si alimenta di altri incontri e suggestioni. E con il suo Gotico mediterraneo, presentato con pochi ornamenti su quella pedana, ci racconta le complesse ispirazioni che l’hanno travolto fra l’isola di sopra e quella di sotto, calata nel Mediterraneo. Ma soprattutto ci stupisce per la tecnica compositiva in tempo reale che ha concepito e che gli permette di passare dal registro monodico della voce alla polifonia tramite la “loop station” che manovra come fosse un clavicembalo (varrà la pena di ricordare che Beercock suona 12 strumenti).

Serbatoio sonoro
E l’effetto è immersivo, con l’intero assortimento di ritmi e armoniche che risuonano in platea, neanche ci fosse un’intera band di “ambient music” ad esibirsi (azzardiamo l’ipotesi che fra i suoi riferimenti ci sia anche Brian Eno).
Invece tutto nasce dalle corde vocali, dal serbatoio sonoro del corpo e dalla sapiente alchimia elettronica che questo aedo dei nostri giorni esprime.
3. BOILER ROOM-GENERAZIONE Y: IL MANIFESTO DELLA TECHNO-RESISTENZA
Ma questo non sarà l’unico episodio con matrice musicale durante le nostre 48 ore a Campsirago. Il secondo lo andiamo a vivere sul palco grande della residenza, al quale fanno da cornice un misto di latifoglie e conifere con le luci di Milano a perdita d’occhio. Qui scendono in pista i ragazzi nati negli anni Novanta con Boiler room-Generazione Y: una pièce creata nel 2021 dalla scrittrice, regista e performer serba Ksenija Martinovic, che porta il pubblico e gli attori (Federica D’Angelo, Alessio Genchi, Matteo Prosperi, Margherita Varricchio e la stessa Martinovic) sulla stessa pedana, quella di una club techno nel quale i piani si mescolano come in un grande sogno: fra voci di giovani che si raccontano e spiegano la loro identificazione in questo sound, figure simili a marionette che prendono vita in playback come se fossimo dentro un flash-mob.

Ballare per non pensare
Sullo schermo, nel frattempo, scorrono i video di un’attualità, quella di Gaza, che da quando è stato concepito lo spettacolo ad oggi non è certo migliorata, anzi. In questo energico dispositivo coreografato da Matilde Ceron, sull’impianto sonoro di Andrea Peluso ed Emanuele Pertoldi, emerge la figura della “techno queen” palestinese Sama’ Abdulhadi, divenuta virale proprio grazie agli eventi che la piattaforma di streaming “Boiler room” diffonde nel mondo. E la metafora lascia poco adito a dubbi, la esplicita la Martinovic nel suo intensissimo monologo: «L’unica cosa che riesco a fare è ballare per non pensare» (qualcosa che ricorda il più recente «Balliamo per non sentire la fine del mondo» dei “Pinguini tattici nucleari“, 2024).
Manifesto generazionale
Così questo Boiler room diventa il manifesto di una generazione minata dall’edonismo depressivo, che vede soltanto orrori (iniziati proprio con la guerra nei Balcani, che ha attraversato l’ultimo decennio del Novecento) e un presente che non si può modificare.
Un lavoro coraggioso, che commuove per la verità che racconta. E che lascia un vuoto enorme, quando la musica si placa e arriva il buio.

4. ALICE E DAVIDE SINIGAGLIA: LA NATURA ANIMALE CHE CI RIGUARDA
La tematica civile, che si tramuta fatalmente in esistenziale, ripullula in più forme durante questa prima parte del Giardino delle Esperidi. Lo confermano, sempre al confine fra teatro e musica, i polistrumentisti trentenni Alice e Davide Sinigaglia, fratelli nella vita e nella ricerca scenica, che s’interrogano sulla nostra natura animale (e sulla nostra ferocia quotidiana) con il loro Concerto fetido su quattro zampe: una godibilissima miscela di rap, atmosfere da musical e teatro dell’assurdo (essere in coppia sulla scena facilita questa sfumatura) che mostra due cani lasciati da soli a casa imbracciare gli strumenti ed esibirsi in uno show musicale vagamente orwelliano.

Alienazione umana
In realtà alla base ci sono gli interrogativi etici di Derrida sulle nostre relazioni con gli altri viventi: un tema di profonda attualità che i due performer pongono con grande talento denunciando allo stesso tempo, tramite le maschere che indossano, il proprio senso di alterità.
Insieme ad un’inquietudine tutta umana, ancora una volta generazionale, che trasuda durante la pièce.

5. LA VITA RESISTENTE: UNA STORIA D’AMORE TRA FILOSOFIA E TEATRO
Ed è ancora una partitura per due quella che ci porta nel teatro di parola. I compagni di scena stavolta sono un’attrice e un attore di provata esperienza, Marcela Serli e Andrea Collavino, che decidono di lavorare per la prima volta insieme sulla scorta di una lettura comune, vale a dire il saggio La scomparsa dei riti del filosofo sud-coreano (ma naturalizzato tedesco) Byung-Chul Han.

Fra Trieste e Tucuman
Quella che raccontano con La vita resistente, in fondo, è una storia d’amore struggente, alla Nuovo cinema Paradiso: un dito che stenta ad infilarsi nell’anello nuziale, un amore di gioventù vanificato dalle distanze, una sposa mancata che oscilla fra la città delle origini, Tucuman, nel cuore dell’Argentina, e quella di adozione, la nostra Trieste.
Romantica ironia
Lei e lui però, attraverso un sapiente gioco delle parti, la restituiscono con il giusto livello di ironia, entrando e uscendo dalla finzione anche mentre manovrano il computer a bordo palco che contiene le basi musicali, sconfinando coraggiosamente nell’improvvisazione.
Accompagnandoci verso un finale onirico, che fa gridare a qualcuno nel pubblico il più classico dei “Bacio! Bacio!”.

6. PERSEPHONE: LA DISCESA AGLI INFERI COME VIAGGIO INIZIATICO
Infine, gli inferi. La discesa nell’Ade, l’immersione nel buio più profondo della nostra psiche, la prova estrema cui ci sottopone la formazione milanese “Phoebe Zeitgeist“, diretta da Giuseppe Isgrò, con un evento site-specific che ci porterà per tutta la notte su è giù lungo il Monte di Brianza ma anche in una dimensione sorprendentemente metropolitana che pure il microcosmo di Campsirago rivela.

Oltre la soglia
È Persephone – La Notte. L’alba si presentò sbracciata e impudica: un affresco in cinque movimenti che recupera, anche qui, il senso del rito (un vero e proprio leitmotiv che tiene insieme i diversi eventi del festival) e ci conduce oltre la soglia che sappiamo, prima o poi, di dover attraversare. Ce lo ricorda a chiare lettere il dio degli inferi che ci accoglie nella corte di Palazzo Gambassi con tanto di camino acceso e le fiamme che crepitano, tramite un prologo che Davide Gorla interpreta con un tono quasi sprezzante, certamente provocatorio verso noi umani ancora in vita, sfoggiando un look sado-maso che fa parte del gioco al quale abbiamo scelto, sia chiaro, di partecipare.
Tessitura letteraria
La drammaturgia, in realtà, sarà profondamente poetica nella sapiente alternanza fra la parte a firma di Francesca Marianna Consonni (il primo, equilibratissimo atto) e quelle che seguiranno sulla scorta di un tessuto letterario molto ampio, nel quale spiccano due voci che incontreremo più volte con la loro ispirazione umana e politica, vale a dire Amelia Rosselli e Anna Maria Ortese.

In fondo al bosco
Seguiranno altre quattro tappe che ci porteranno, al seguito delle fiaccole, prima nel fondo del bosco, dove Persefone (Francesca Frigoli) squarcerà il silenzio con il suo grido di libertà estrapolato dalla Serie ospedaliera della Rosselli; poi in superficie, di nuovo nella corte, dove stavolta sarà il celebre Dissipa tu della poetessa poliglotta a nutrire la performance sotto tortura di Liliana Benini.
Garage bollente
Quindi il piccolo dio Pan che ci guida, con la sua maschera che fa tanto Squid game, indicherà un altro mondo ipoctonio, il garage collettivo del paese, con tanto di auto parcheggiate e pozzanghere in terra, dove l’atmosfera diventerà bollente grazie ai ritmi di un percussionista sopraffino, Elia Moretti, che sublima la parola nella sua componente metrica per un’ora e mezza di batteria e vibrafono da urlo.

Epoca senza diritti
I margini di miglioramento, ovviamente, non mancano in un lavoro di cinque ore alla prima nazionale: soprattutto nell’economia complessiva dell’esperienza, nella capacità di farsi percepire come un testo organico, che recupera una ricerca distribuita nel tempo. Ma i singoli quadri lasciano il segno, lungo questo esperimento estremo destinato a rimodellarsi in altri contesti. E nell’ultimo frame, mentre il cielo finalmente accenna a qualche chiarore, l’intera celebrazione (alla quale partecipano anche Giulia Dalle Rive e Danilo Vuolo) trova il suo epilogo attraverso una battuta che risuona come una premonizione, specialmente se pensiamo che la raccolta Corpo celeste della Ortese, uscita nel 1997, contiene in realtà testi antecedenti il fatidico 1989:
«La Terra va diventando una fossa atroce per i deboli, i non aventi diritto».
E POI…
Molti codici, insomma, molte sperimentazioni che aprono altrettante porte sul paesaggio teatrale dei nostri anni, diverse per finalità, approccio, linguaggio. Tutte orientate però verso un bisogno di rigenerazione del sé, di rinnovamento etico, forse anche spirituale nel rapporto con l’ambiente e fra le persone che la scena contemporanea reclama a gran voce.

Un messaggio che le prossime 48 ore al Giardino delle Esperidi, per chi potrà immergersi in questo ecosistema di natura e segni umani, certamente approfondiranno.
Per saperne di più
www.ilgiardinodelleesperidifestival.it

















