Riscoprire il cibo come relazione, per una cura reale di noi stessi, degli altri e dell’ambiente: Andrea Segrè, professore ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna, ci dimostra come conoscenza, sensibilità e azione siano il motore che avvia concretamente la lotta allo spreco alimentare. Segrè infatti è ideatore della campagna pubblica di sensibilizzazione “Spreco Zero”, iniziativa di Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna fondato dal professore.

La sostenibilità nella filiera agroalimentare
Obiettivo della campagna è combattere lo spreco, sia attraverso il recupero e la donazione di eccedenze alimentari che la prevenzione a livello domestico. Inoltre, Segrè è direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International, il cui ultimo Rapporto è stato diffuso per la Giornata Nazionale di prevenzione dello spreco (5 febbraio), di sua ideazione.
Tutte iniziative volte a migliorare la qualità della vita e a salvaguardare il Pianeta, in un’ottica di responsabilità condivisa.
Professor Segrè, quanto lo spreco di cibo influenza le sorti della Terra?
Lo spreco alimentare ha un impatto enorme sul pianeta, perché non riguarda solo il cibo che buttiamo, ma tutte le risorse utilizzate per produrlo. A livello globale rappresenta circa il 10% delle emissioni di gas serra e contribuisce in modo significativo anche alle emissioni di metano. In Italia lo spreco comporta un uso inutile di oltre 100mila km² di suolo, 22 milioni di metri cubi d’acqua e più di 160 mila tonnellate di CO₂. Ridurre lo spreco significa quindi agire contemporaneamente su ambiente, economia e giustizia sociale: è una delle leve più immediate per contrastare la crisi climatica.
Nell’ultimo Rapporto si nota una riduzione del 10,3% dello spreco alimentare in ambito domestico: come la interpreta?
I dati mostrano un miglioramento, ma la distanza tra percezione e realtà resta significativa. Gli italiani si percepiscono molto attenti, ma continuano a sprecare in media 554 grammi di cibo a settimana, soprattutto alimenti freschi come frutta, verdura e pane.
Al suo interno poi cita “Tra palco e realtà” di Ligabue: che cosa ci vuole suggerire?
Il senso di “Tra palco e realtà” è questo: da un lato la consapevolezza cresce, dall’altro i comportamenti non cambiano con la stessa velocità. Il rischio è fermarsi alla narrazione senza incidere sulle pratiche quotidiane.
Sono stati fatti passi in avanti per arginare perdite e sprechi?
Sì, negli ultimi anni sono stati fatti passi importanti. La Legge Gadda ha semplificato le donazioni e favorito il recupero delle eccedenze, mentre cresce l’attenzione lungo tutta la filiera, non solo a livello domestico. Tuttavia lo spreco resta un fenomeno sistemico: riguarda produzione, distribuzione e consumo. Pertanto servono politiche integrate, innovazione e una maggiore responsabilità condivisa tra tutti gli attori del sistema agroalimentare.
Per Spreco Zero e Last Minute Market, quali sono stati i risultati più rilevanti?
I risultati sono significativi sia sul piano culturale che operativo. La Carta Spreco Zero ha coinvolto oltre 800 Comuni italiani, mentre Last Minute Market ha sviluppato modelli concreti di recupero delle eccedenze, trasformando lo spreco in risorsa sociale: non solo cibo, ma anche farmaci e altri beni. Inoltre il lavoro sull’Obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030 dell’Onu ha contribuito a portare il tema dello spreco al centro delle politiche pubbliche. Oggi il contrasto allo spreco è riconosciuto come una priorità ambientale e sociale.
Un aspetto importante per ottenere l’obiettivo del 2030 è il dialogo tra generazioni: quanto può incidere?
È decisivo, perché mette insieme competenze diverse. I Boomers portano esperienza, capacità di gestione e cultura del riuso. La Gen Z innovazione digitale e nuovi strumenti. Solo integrando questi approcci possiamo trasformare la consapevolezza in comportamenti concreti. È questa “intelligenza intergenerazionale” che può permetterci di raggiungere l’obiettivo entro il 2030.
E per “invertire la rotta” quali buone pratiche possiamo attivare?
Le azioni più efficaci sono semplici, ma fondamentali: pianificare la spesa e fare la lista, consumare prima ciò che rischia di deteriorarsi, conservare correttamente gli alimenti, ridurre le porzioni e riutilizzare gli avanzi, distinguere tra scadenza e termine minimo di conservazione. Accanto a queste, strumenti digitali come lo Sprecometro, l’applicazione sviluppata dalla Campagna Spreco Zero, aiutano a monitorare e migliorare i comportamenti quotidiani. La chiave è trasformare piccoli gesti in abitudini.
Nel suo ultimo libro “Contro lo spreco” parla di cibo come relazione: come attuarlo oggi?
Considerare il cibo come relazione significa superare la logica del possesso e riscoprire quella della cura. Il limite non è una rinuncia, ma una misura: ci insegna a distinguere tra necessario e superfluo. In questo senso il recupero diventa una vera pedagogia sociale, che educa alla responsabilità verso se stessi, gli altri e l’ambiente. È così che possiamo guardare “entro il limite, oltre l’orizzonte”: costruendo un’economia civile che non consuma la vita, ma la custodisce.
Quindi con questa visione combattere perdite e sprechi non rimane più solo sul palco, ma può diventare realtà?
Sì, esattamente. Solo integrando consapevolezza, responsabilità e azione concreta possiamo colmare la distanza tra “palco e realtà”. La lotta allo spreco diventa reale quando entra nelle scelte quotidiane, nelle politiche pubbliche e nei comportamenti di tutta la filiera.
Solo così il cambiamento smette di essere dichiarato e diventa praticato.


















