Andrea Grieco
Andrea Grieco. Foto: Instagram

Comunicazione, attivismo, giustizia climatica. A tu per tu con Andrea Grieco

Classe 1991, milanese di adozione, impegnato nella cooperazione internazionale e in un'idea della transizione ecologica popolare e consapevole. Iniziamo con lui il nostro percorso di avvicinamento verso la Cop30 del mese prossimo a Belém
14 Ottobre, 2025
4 minuti di lettura

Classe 1991, con origini lucane e base a Milano, Andrea Grieco fa parte della nuova generazione di attivisti e comunicatori ambientali italiani. Da anni lavora sul campo e online per promuovere una visione integrata della crisi climatica, che tenga insieme dimensioni ambientali, sociali e geopolitiche. Il suo percorso l’ha portato a operare come cooperante in contesti di frontiera tra Africa ed Europa, per poi concentrare l’attività divulgativa su social come Instagram e LinkedIn, dove oggi dialoga con una community di oltre ventimila persone.

Tra diplomazia e comunicazione

Oltre ai suoi canali social, Andrea è ideatore del podcast PopCop28, con cui spiega in modo chiaro e diretto i negoziati sul clima delle conferenze Onu. Riconosciuto tra i Top Voice Ambiente da LinkedIn Italia, è stato nominato Voce dell’Oceano per l’Unesco, Divulgatore dell’Agenda 2030, European Climate Pact Ambassador dalla Commissione Europea. È stato, inoltre, selezionato nel 2024 come Young Leader nei contesti istituzionali del G7 e del G20. Attualmente collabora come esperto per le Nazioni Unite al World Ocean Assessment III, il principale report globale sullo stato degli oceani.

 

Una conferenza preparatoria della Cop30. Foto: Cop30

Abbiamo voluto iniziare con lui il nostro percorso di avvicinamento alla Cop30 del mese prossimo a Belém, per riflettere sul senso dell’attivismo oggi e sul valore di un approccio ibrido, empatico e accessibile alla complessità ambientale.

Hai definito il tuo approccio “ottimista preoccupato”: cosa alimenta oggi il tuo equilibrio tra fiducia nel cambiamento e consapevolezza delle problematiche?

Essere un “ottimista preoccupato” per me significa camminare su un filo teso tra due realtà: da un lato, la gravità della crisi climatica che viviamo ogni giorno; dall’altro, la convinzione che un cambiamento sia ancora possibile, seppur complesso. La mia fiducia nasce dal vedere, anche solo in piccole cose, che le persone possono cambiare prospettiva quando riesci a raccontare loro il perché, con chiarezza e empatia. Lo vedo nei messaggi che ricevo, nelle reazioni ai miei contenuti, perfino in un vicino di casa che scopre cos’è la sabbia del Sahara caduta a Milano e collega per la prima volta quel fenomeno al cambiamento climatico. L’urgenza, però, resta una costante. Non è panico, è responsabilità. Ed è anche quello che mi tiene in equilibrio: sapere che posso usare il mio privilegio per estendere consapevolezza.

Dopo aver partecipato alla Cop28 e dato voce al podcast “PopCop28”, pensato per tradurre il linguaggio delle conferenze Onu e spiegare la crisi in modo accessibile, credi che gli attivisti abbiano ancora spazio reale d’impatto nei negoziati ufficiali? O la loro forza è altrove?

Credo che lo spazio formale dentro ai negoziati sia limitato e spesso simbolico, ma questo non vuol dire che non sia importante esserci. Alla Cop28, come in altre occasioni in altre Cop che seguo ogni anno, ho visto quanto sia fondamentale “tradurre” ciò che accade dietro le quinte, perché il linguaggio della diplomazia può essere vuoto se non viene reso accessibile. L’attivismo ha ancora un ruolo cruciale, ma oggi più che mai deve essere ibrido: presente dentro i processi, ma soprattutto capace di esercitare pressione fuori, nei territori, nelle scuole, nei media. La forza sta nel creare ponti: tra i negoziati e la piazza, tra l’urgenza dei dati e le emozioni delle persone.

Ti occupi da tempo di giustizia climatica e diritti umani: perché è fondamentale parlare oggi di rifugiati climatici e quale narrazione dovrebbe prevalere per restituire loro dignità e visibilità? In che modo pensi che i media possano dare loro una voce più forte, evitando stereotipi e vuoti narrativi?

Parlare di rifugiati climatici è urgente perché il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo, e chi ha meno responsabilità nella crisi è spesso il primo a subirne le conseguenze. Quando ero cooperante al confine tra Europa e Africa, ho visto con i miei occhi cosa vuol dire essere costretti a partire perché l’acqua finisce o perché la terra non produce più. La narrazione dominante spesso riduce queste persone a numeri o a emergenze. Ma servono storie che restituiscano complessità, agency e umanità. I media hanno un’enorme responsabilità: devono scegliere parole che non disumanizzano, evitare il sensazionalismo e collaborare con chi lavora sul campo per raccontare anche la speranza, la dignità e la resilienza di queste comunità.

Cosa ti hanno insegnato le comunità rurali che hai incontrato in Marocco, Ecuador e Spagna? Hai trovato modelli culturali che l’Occidente dovrebbe riscoprire per affrontare la crisi climatica?

Quelle comunità mi hanno insegnato una cosa che spesso dimentichiamo: che il benessere non si misura solo in termini di consumo, ma anche in relazioni, lentezza, legame con il territorio. In Marocco, ad esempio, ho visto donne che lottano per i diritti più basilari – tutto è connesso. In Ecuador, nelle comunità indigene, ho respirato una spiritualità della terra che da noi si è quasi persa. In Spagna ho incontrato tanti rifugiati e affrontato con loro il paradosso di non vedersi riconosciuti per il diritto internazionale. L’Occidente dovrebbe ascoltare di più e smettere di sentirsi detentore della soluzione. La crisi climatica si affronta anche con l’umiltà di imparare da chi vive da secoli in equilibrio con gli ecosistemi.

 

 

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Pensi che la spiritualità, anche laica, possa essere una chiave per restituire profondità e senso alla lotta ecologica?

Penso che oggi abbiamo bisogno di un’ecologia interiore, che ci aiuti a ricostruire un senso di connessione con ciò che ci circonda. Non parlo necessariamente di religione, ma di un rispetto profondo, quasi sacro, verso la Terra. La spiritualità – laica o meno – può aiutarci a uscire da questa logica di sfruttamento e a restituire alla lotta climatica un orizzonte di senso, non solo di urgenza.

Hai affermato che la lotta climatica è anche una battaglia di classi sociali. In che modo quest’ottica dovrebbe influenzare le strategie di comunicazione e le proposte policy in Italia? Come dovrebbero cambiare la comunicazione e le politiche ambientali italiane per essere davvero inclusive e non lasciare indietro nessuno?

La crisi climatica è anche una crisi sociale. Chi ha meno risorse abita spesso in case meno isolate, lavora in condizioni più esposte, ha meno accesso all’informazione. E spesso si sente escluso da un discorso ambientale che sembra parlare solo a chi può permettersi l’auto elettrica o i prodotti bio. Per questo servono politiche redistributive, ecologiche e giuste. E serve una comunicazione che sia più inclusiva, concreta, che parta dai bisogni reali delle persone. In Italia dobbiamo smettere di raccontare la sostenibilità come un lusso o un trend: è una necessità, ma anche un’opportunità per costruire un paese più equo, più solidale e più resiliente.

La transizione deve essere popolare, o non sarà.

Mielizia

Saperenetwork è...

Anastasia Verrelli
Anastasia Verrelli
Nata e cresciuta nella meravigliosa Ciociaria, sin da piccola sviluppa un amore smodato verso l'ambiente e il territorio. Durante gli anni di studi si avvicina sempre più al mondo del giornalismo, in particolare al giornalismo ambientale e culturale. Durante l'esperienza universitaria nel Dipartimento di Lettere dell'Università di Cassino contribuisce a far nascere la rivista Cassinogreen, oggi associazione con lo scopo principale di far avvicinare i giovani universitari e non solo al mondo green, di cui oggi è vicepresidente. Ha organizzato diversi webinar e seminari ospitando importanti esperti del settore. Nel 2020 inizia a collaborare come addetto stampa per l'ente territoriale del Gal Versante Laziale del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Laureanda magistrale in lettere moderne e studentessa di un master in Digital Communication, spera di migliorare le sue capacità comunicative per trasmettere ai suoi lettori lo stesso interesse per la sostenibilità.
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