Tre giorni di riflessione sulle narrazioni culturali per l’ecologia, con uno sguardo sulle istanze delle nuove generazioni, sul bisogno sempre più diffuso di ritrovare le relazioni con gli ecosistemi. E su come i media possano portare al centro della propria riflessione l’ambiente, il paesaggio, il clima, approfondendoli trasversalmente. Sono i nodi intorno ai quali ruota l’edizione 2025 del Festival del giornalismo culturale, diretto da Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini con la presidenza di Piero Dorfles, che si tiene a Urbino da oggi a domenica.

Fra cultura e natura
Ed è alla Mazzoli, professoressa emerita di Sociologia della Comunicazione dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, nonché direttrice dell’Istituto per la formazione al giornalismo, che abbiamo chiesto di portarci nel cuore di questo evento dal titolo quanto mai significativo, CulturaNatura.
Professoressa Mazzoli, perché proprio lo sguardo ecologico al centro di questa edizione del festival?
Avevamo annunciato già nel 2024 questo tema non perché se ne parli poco, anzi forse se ne parla anche troppo. Piuttosto perché si avverte l’urgenza di affrontarlo, come dimostra il fatto che il cambiamento climatico crea ansia nella popolazione giovane. Lo conferma la ricerca Lettura delle nuove generazioni sui temi dell’ecologia e dell’ambiente diretta da me con Ipsos e il Centro per il libro e la lettura.
Sono indubbiamente argomenti più loro che nostri e mi auguro che il tema di quest’anno porti ascoltatori più giovani degli altri anni nella nostra manifestazione. Credo che serva davvero qualunque cosa, anche la più piccola, se contribuisce a creare una coscienza ambientale. E l’informazione culturale deve cavalcare il momento per promuovere un tema che ritiene importante per la vita delle persone.
Importante lo è senz’altro, ma come avete scelto i temi da approfondire?
Non è stato facile. Siamo partiti proprio dalla ricerca cercando di capire come si possa rispondere a queste necessità. Il tema del cambiamento climatico è basilare. A parlarne, da punti di osservazione diversi abbiamo chiamato studiosi quali Giulio Betti o Luca Mercalli, poi Stefano Mancuso, Telmo Pievani, Mario Tozzi terranno ognuno una lectio magistralis. In collaborazione con il Cnr ci collegheremo con l’Antartide, per capire come ci stiamo comportando nei confronti del Pianeta. Poi abbiamo editor e operatori del settore o ancora giornalisti come Scorranese e Bucci del Corriere della Sera, dove sia la pagina culturale, sia l’interto La Lettura dedicano spazio all’ambiente… Poco? Tanto? Chiamarli è anche un modo per invitarli a aumentare la presenza dei temi ambientali che in Italia non sono così diffusamente trattati, neanche nei libri, diversamente dalla letteratura del nord Europa.
Oltre alla varietà degli argomenti, la trasversalità dei linguaggi è un altro elemento distintivo del festival.
Anni fa parlammo di Dante e oggi un francescano, padre Lorenzo del Bene, ci parlerà di San Francesco e del Cantico delle Creature attraverso un reading con canto e musica. Inoltre, ogni anno portiamo avanti una riflessione sul cinema: parliamo dei corti di Alice Rohrwacher, alcuni inediti in Italia – lei più di altri ha trattato questi temi – e con la Cineteca di Bologna ma anche con Emiliano Morreale esploriamo quanto importanti siano cortometraggi, cinema e docufilm nel promuovere una riflessione al riguardo.
Può darci qualche anticipazione circa la ricerca che presenterete?
Settecento giovani, fra 16 e 19 anni, e giovani adulti, fra 20 e 35, sono stati al centro della ricerca, dalla quale emerge come ambiente ed ecologia siano il terzo argomento di maggiore interesse per queste fasce d’eta, dopo benessere/salute e tecnologia/IA, con uno scarto molto piccolo rispetto alle prime due categorie. Per il 52% la televisione pubblica dovrebbe occuparsi di ecologia e ambiente, seguita dai social media per il 43%, anche a causa della grande disinformazione che i social veicolano. Mentre il 23% sul totale di coloro che leggono, vale a dire il 32%, ritiene che i libri ne parlino poco e dovrebbero curare di più l’argomento. L’informazione pubblica e le istituzioni sono viste come i soggetti più affidabili, mentre tv e social sono i media che maggiormente dovrebbero impegnarsi per la diffusione di una cultura ambientale.
Proprio a questo proposito, qual è lo stato di salute del giornalismo culturale? La terza pagina si riduce sempre di più…
L’informazione culturale è ormai legata allo spettacolo – pensiamo alla sezione “Cultura e spettacoli” nei media – come se la cultura, slegata dallo spettacolo, non fosse abbastanza attraente. Abbiamo iniziato questo festival parlando della terza pagina e poi abbiamo rovesciato il tema, dalla terza pagina al web, poi di nuovo viceversa perché iniziavano a essere molto presenti gli inserti culturali con maggiore foliazione, che in realtà confermano il fatto che la cultura scivoli sempre più in fondo, ben oltre lo sport. La radio, tradizionalmente più votata alla cultura, manca di aggiornamenti e risulta quindi poco al passo con i tempi anche per i cultori âgé. Insomma, il giornalismo culturale non sta benissimo. Rimaniamo però sempre convinti che produrre informazione culturale possa formare le persone e dar loro una chiave di lettura del mondo.
E che le persone attraverso una buona lettura, la visione di un film, l’ascolto di un concerto, possano capire diversamente il mondo, anche negli aspetti politici ed economici.

















