Rue de la Paix numero 7 bis, Ginevra, Svizzera. È un indirizzo prestigioso in una delle zone del centro più importanti a livello internazionale. Lì, dove c’è la sponda più stretta del lago Lemano, sorgono i palazzi che fanno capo alle Nazioni Unite. Quella di cui parliamo è la sede del Wmo, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale che ospita un centro di studi e ricerche che ha un acronimo di cui ogni tanto si parla: l’Ipcc, vale a dire l’Intergovermental panel on climate change.
In principio fu Berlino
Se ne parla almeno una volta intorno alla fine dell’anno quando una schiera di climatologi e di fisici dell’atmosfera presentano al mondo i risultati dell’ultimo anno di ricerca sui cambiamenti climatici e sul riscaldamento globale. I risultati li presentano in un dossier di centinaia e centinaia di pagine alla Conference of the parties (Conferenza delle parti), ovvero Cop, l’acronimo che rimane in testa a molti.
E questa del 2025 è la trentesima della storia. La Cop1 fu convocata dalle Nazioni Unite a Berlino il 28 marzo del 1995 e, tranne che nel 2020 quando saltò per la pandemia, un anno dopo l’altro siamo arrivati alla Cop30. L’appuntamento è fissato dal 10 al 21 novembre prossimo, a Belém, capitale dello stato amazzonico del Parà, in Brasile.

Jim Skea, la voce dell’Ipcc
Parliamo ora di Jim Skea, professore universitario ricercatore e studioso con un curriculum di altissimo livello, 72 anni, scozzese, forse la personalità di rilievo più sconosciuta al mondo. Infatti, è il presidente in carica dell’Ipcc, eletto nel luglio del 2023. Sarà lui a nome di centinaia e centinaia di climatologi di tutto il mondo a presentare il risultato delle ricerche di quest’anno. Lo farà a Belém davanti a migliaia di ospiti tra politici, economisti, scienziati e giornalisti di ogni testata possibile e di ogni network pensabile.

L’intuizione di Nairobi
Questi i fatti di cui tenere conto prima di entrare nel merito della vicenda cambiamenti climatici e riscaldamento globale. Partiamo allora da una data fondamentale: il 1988, appena 37 anni fa. I vertici della Wmo si riuniscono a Nairobi, in Kenya, negli uffici dell’Unep, il programma dell’Onu sull’ambiente, insieme a climatologi e fisici dell’atmosfera per discutere di quello che appare a chi studia quanto avviene nel mondo: il clima sta cambiando in modo molto evidente.
E i meteorologi affermano con estrema onestà intellettuale di non essere in grado di studiare il fenomeno: «Sta a voi climatologi, dicono in coro, che spetta la ricerca e lo studio di questo problema», dicono. Viene presa la decisione all’unanimità e nasce così l’Ipcc. La sede è presto fatta: Ginevra, l’ufficio sarà nella stessa sede del Wmo, c’è spazio a sufficienza.
Da Rio il primo allarme
I lavori partono subito: bisogna avere dati da ogni parte del mondo: siccità, piogge torrenziali, alluvioni, uragani, catastrofi, con la raccolta continua delle temperature in ogni angolo del Pianeta per avere in tempo reale la temperatura media della Terra. Il Panel lavora a pieno ritmo e non fornisce dati e analisi perché ha bisogno di tempo. Passa il 1992 quando si tiene a Rio de Janeiro la seconda conferenza dell’Onu su ambiente e sviluppo, l’Earth Summit. La popolazione globale è arrivata a 5 miliardi e 300 milioni (oggi siamo 8 miliardi e 250 milioni) e si sentono le prime voci di allarme sul clima che cambia.

Verso il Protocollo di Kyoto
Ma l’Ipcc lavora per avere il quadro più realistico della situazione. Si arriva così al 1995 quando alla Cop1 vengono presentati i primi dati. Grande cautela ma anche preoccupazione perché il livello di CO2, di metano e di altri componenti chimici di sintesi stanno provocando un effetto serra che riscalda la Terra. Da una Cop all’altra i climatologi, sempre più numerosi, confrontano i dati e lanciano allarmi sempre con grande senso di responsabilità e di precauzione.
Accordi, rinvii e fallimenti
Si arriva al 16 febbraio del 1997 quando in Giappone si firma il Protocollo di Kyoto, approvato dalla maggior parte dei paesi presenti (ne vengono individuati 55 che producono il 55% del totale delle emissioni mondiali). Ci vogliono però otto anni perché il Protocollo possa entrare in vigore. I paesi firmatari si impegnano a ridurre del 5,2% la produzione di gas serra rispetto alla situazione del 1990 entro il 2012. Cosa che di fatto non avverrà.

Intanto la la CO2 continua a salire
La cronologia è devastante. I 191 paesi (gli Usa non aderiscono) partecipano alle Cop ma tutti gli accordi saltano: quello di Doha che fa slittare gli impegni al 2020 e la Convenzione di Parigi del 2015. Buone intenzioni ma in pratica quello che aumenta è la quantità di particelle di CO2 misurate in ppm, parti per milione, presenti in atmosfera.
L’era del negazionismo
Durante le ultime Cop i media si divertono a parlare di chi sta con chi e di chi è contro. E cosa fa e cosa dice la giovane Greta, la ragazza svedese ora arrestata illegalmente in acque internazionali e maltrattata nella prigione israelita dove è stata condotta nei giorni scorsi. E chi contrasta i cambiamenti climatici fino al punto di negarli non presenta mai un dato e una cifra ad avvalorare le tesi contrarie. Con in testa il presidente degli Usa, Donald Trump, oggi indiscusso capo dell’Occidente.
Negli archivi della Casa Bianca, dove si sta lavorando alla costruzione di una monumentale sala da ballo, sono stati cancellati tutti i dati che si riferiscono al riscaldamento globale. Il Goddard Institute for Space Studies della Nasa (Giss), che aveva sede a Brooklyn, New York, e che era in stretto contatto con l’Ipcc di Ginevra, è stato chiuso e non si sa se verrà riaperto.
Verso Belém, tra scienza e speranza
Così si arriva a Belém, alla Cop30 e agli undici giorni di novembre in cui verranno presentati gli ultimi, catastrofici, dati sul clima. C’è chi si domanda perché continuare a spostare da un capo all’altro del mondo migliaia e migliaia di persone ogni anno con costi e inquinamento altissimi per poi non ascoltare quello che la scienza, oggi vista come una iattura da molti governanti del mondo, ci vuole dire. Un anniversario che potrebbe, anzi dovrebbe significare un momento di svolta per uscire dalla corsa forsennata fra chi inquina ed emette più gas climalteranti, fra chi produce più armi e chi ne utilizza a volontà.

Ma anche l’esatto contrario, vale a dire l’ennesima passarella di leader e generiche dichiarazioni finali, mentre il punto di non ritorno si avvicina.



















