La comunicazione scientifica tende spesso a concentrarsi sui risultati: dati, pubblicazioni, innovazioni. Rimane invece in secondo piano il processo che li genera, fatto di percorsi individuali, contesti e pratiche quotidiane.

“Humans of Research” si inserisce in questo spazio, proponendo un diverso modo di raccontare la ricerca.
Un racconto visivo della ricerca
La mostra, allestita a Perugia negli spazi di Palazzo della Penna e visitabile fino al 19 aprile 2026, presenta dodici ritratti di ricercatrici e ricercatori costruiti a partire dalle immagini. Sono infatti le fotografie di Marco Giugliarelli a costituire l’elemento centrale del progetto: i volti, gli ambienti, le posture diventano dispositivi narrativi. I testi accompagnano le immagini, aggiungendo contesto e profondità senza sostituirsi alla loro forza espressiva.
Un’evoluzione del progetto
Ideato e promosso da Psiquadro, Humans of Research nasce all’interno di un percorso consolidato di sperimentazione sui linguaggi della comunicazione della scienza. In questa nuova tappa, il progetto compie un’evoluzione significativa rispetto alle prime edizioni: dalle affissioni urbane si passa a uno spazio espositivo che invita a una fruizione più lenta e consapevole. Le storie emergono attraverso i volti e i contesti.
Traiettorie individuali e discipline
C’è il percorso di Rossana Pasquino, docente di Ingegneria chimica all’Università Federico II di Napoli, che affianca alla ricerca una carriera sportiva paralimpica di livello internazionale; accanto a lei Cecilia Emma Sottilotta, politologa all’Università per Stranieri di Perugia, impegnata nello studio del rischio politico e delle relazioni internazionali. Il quadro si amplia con Giovanni Grandi, filosofo morale a Trieste, e con Giacomo Grassi, al Joint Research Centre della Commissione europea, dove si occupa di foreste e cambiamenti climatici contribuendo anche ai lavori dell’Ipcc.
Ambiti e contaminazioni
Altri percorsi attraversano ambiti differenti: dalla ricerca biomedica di Francesco Grassi all’Istituto Ortopedico Rizzoli, alla vulcanologia di Boris Behncke dell’Ingv, fino alle nanotecnologie studiate da Jummi Laishram all’Area Science Park di Trieste. Non manca il rapporto tra ricerca e linguaggi, come nel caso di Dario Boemia, che lavora tra giornalismo e fumetto, né quello tra scienza e territorio rappresentato da Emidio Albertini, genetista agrario all’Università di Perugia.

Una narrazione intrecciata
Le storie si completano con gli studi storici di Gemma T. Colesanti al CNR, con la ricerca in ecotossicologia marina di Martina Capriotti e con il lavoro di Giorgio Patelli nel campo dell’oncologia molecolare e della medicina di precisione. Non si tratta di una semplice successione di profili, ma di una costruzione narrativa in cui le esperienze si intrecciano, restituendo la varietà delle traiettorie che attraversano oggi il lavoro di ricerca. Un elemento rilevante è anche la scelta di rappresentare i ricercatori al di fuori dei contesti canonici: i soggetti non sono collocati nei laboratori, ma in luoghi legati alla loro esperienza, contribuendo a restituire la pluralità delle situazioni in cui si sviluppa l’attività scientifica.
Dallo spazio pubblico al museo
Questo approccio richiama, in parte, la lezione di Piero Angela, che ha sempre insistito sulla necessità di rendere la scienza accessibile attraverso linguaggi chiari e comprensibili. In Humans of Research, tuttavia, il racconto passa prima di tutto attraverso le immagini, che diventano il primo livello di accesso.
Il passaggio dalle installazioni urbane delle prime edizioni allo spazio museale introduce inoltre una diversa modalità di fruizione. Se nello spazio pubblico l’incontro era casuale, qui diventa intenzionale: il visitatore è chiamato a soffermarsi e a osservare.
Il ruolo dello sguardo
Ne emerge una riflessione sul ruolo della comunicazione scientifica: non solo trasmissione di contenuti, ma costruzione di contesti in cui la ricerca possa essere osservata e interpretata. In questo senso, Humans of Research propone una forma di racconto che affida allo sguardo un compito fondamentale.
Quello di restituire la complessità senza ricorrere a semplificazioni.




























