“Acting locally for global impact”. È il tema del 2026 per la Giornata internazionale della Biodiversità, ricorrenza che ogni 22 maggio ricorda l’approvazione della Convenzione per la Diversità Biologica delle Nazioni Unite (22 maggio 1992). Un tema che riecheggia il pluridecennale slogan “Pensa globale, agisci locale”, nato nel marketing e poi declinato da quella società civile impegnata sui temi dell’ambiente, del consumo consapevole, e poi del contrasto ai cambiamenti climatici.
Sottolinea la piattaforma della Convention on Biological Diversity: «Il successo nell’arrestare e invertire la perdita di biodiversità dipende dalla capacità del mondo di valorizzare il vitale tessuto di azioni locali a supporto degli sforzi guidati dai governi». Le nostre azioni, cioè, non solo come Paesi ed enti sovranazionali, ma anche come persone e cittadinə, possono impattare quotidianamente sulla biodiversità. Ma abbiamo imparato a darle il giusto valore?
Ne parliamo con Silvia Visca, Responsabile programma biodiversità di Greenpeace Italia.
Silvia Visca, c’è una consapevolezza più diffusa dell’importanza della biodiversità per la vita degli esseri umani o è ancora un concetto che sembra appartenere a un ambito naturalistico?
La prima considerazione da fare è che l’essere umano stesso è parte della biodiversità o, più comunemente, della natura: non ne è separato, ma al contrario dipende da essa ed è strettamente interconnesso a tutte le altre specie sulla terra, sia animali, che vegetali. Il sistema, capitalistico, in cui siamo immersə, ci porta a percepire la nostra vita come separata dalla sfera naturale, e questo influisce sull’attenzione e l’importanza che diamo a quest’ultima.
Purtroppo, quindi, sì, la “conoscenza” della biodiversità è ancora appannaggio di chi se ne occupa a livello professionale o per una passione di tipo naturalistico. Ecco perché per superare davvero questo divario, dobbiamo attuare insieme una conversione ecologica del sistema sia dal punto di vista politico, che economico, che sociale.
A livello europeo, la strategia per la Biodiversità al 2030 chiede agli Stati membri, tra i vari impegni, di proteggere almeno il 30% del territorio nazionale e il 30% dei mari. A che punto siamo?
Per quanto riguarda l’Italia, i dati Ispra riportano che le aree terrestri protette coprono circa il 21,7% del territorio nazionale, mentre quelle marine arrivano appena all’11,6%, quindi il Paese è ancora lontano dal target europeo. Ma la situazione in realtà è anche peggiore: secondo le verifiche di Greenpeace, per quanto riguarda ad esempio il mare, si può considerare davvero protetto solo lo 0,9% della sua superficie.
Inoltre, i trend risultano sostanzialmente fermi da anni: dal 2011 per le aree terrestri e dal 2006 per quelle marine
Questo significa che, nei prossimi cinque anni, l’Italia dovrebbe ancora aumentare esponenzialmente il suo impegno nella protezione delle risorse naturali, senza le quali non possiamo sopravvivere, usando tutti gli strumenti a disposizione oltre alla Strategia, come la Nature Restoration Law e il relativo Piano Nazionale.
Per quanto riguarda invece, l’obiettivo della Strategia di piantare, sempre il 2030, almeno tre miliardi di alberi?
Anche su questo la situazione non è soddisfacente. La Strategia europea, ripresa da quella Nazionale, considera il ripristino forestale uno strumento chiave sia per la biodiversità sia per il contrasto alla crisi climatica, ma la questione non si limita solo al “piantare alberi”, bensì al farlo rispettando criteri ecologici, privilegiando specie autoctone e garantendo la tutela degli ecosistemi forestali esistenti, oggi minacciati da incendi, frammentazione e cambiamenti climatici.
Come invece, negli ultimi mesi, la tendenza europea alla deregolamentazione, sta minacciando la biodiversità?
Dopo anni di incessanti pressioni da parte delle lobby aziendali, le forze di centrodestra hanno intrapreso una campagna deregolamentatoria senza precedenti, sotto il pretesto della “semplificazione” e della “riduzione della burocrazia”.
La Commissione ha infatti già introdotto circa dieci Omnibus, normativa con procedura accelerata che modifica tutta la legislazione vigente in una determinata materia con l’obiettivo appunto di semplificare. I casi più rilevanti per la biodiversità sono gli Omnibus sull’Eudr (deforestazione) e quello sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi.
Può spiegarceli?
La normativa contro la deforestazione importata, conquista storica per la tutela degli ecosistemi forestali dopo anni di richieste delle cittadinanze, impone controlli su varie materie prime la cui produzione è causa di deforestazione. Il risultato del tentativo di smantellamento è stato il rinvio dell’applicazione, la riduzione degli obblighi di due diligence delle aziende importatrici (processi per individuare, mitigare o gestire impatti negativi su diritti e ambiente, ndr) e di tracciabilità dei prodotti nonché l’indebolimento del sistema di “classificazione” dei paesi esportatori sulla base del rischio di deforestazione, che serve proprio ad adattare controlli e obblighi di rendicontazione delle imprese.
E per quanto riguarda l’Omnibus che interessa la sicurezza degli alimenti?
Qui stiamo assistendo al tentativo di deregolamentare un settore fondamentale per la tutela della salute umana e della biodiversità, quello dell’utilizzo di fitofarmaci in agricoltura. Sappiamo infatti che i pesticidi hanno un impatto devastante sulla biodiversità, piante e insetti o animali che non ne rappresentano il target diretto, e stanno ad esempio contribuendo all’estinzione di moltissime specie di impollinatori.
Nonostante questo, la proposta della Commissione, violando uno tra i principi fondanti dell’Ue, quello di precauzione, punta a limitare i controlli, riducendo ad es. le revisioni periodiche dei pesticidi e introducendo autorizzazioni potenzialmente illimitate per molte sostanze, inibendo la possibilità di tenere in considerazione nuove evidenze scientifiche sulla tossicità di queste ultime e andando, in ultima analisi, a rafforzare un modello agricolo dipendente dalla chimica di sintesi.
Quali sono i modi in cui ciascuna persona può attivarsi per contribuire alla protezione della biodiversità?
Ci si può attivare a tanti livelli. Per prima cosa è necessario scoprire la biodiversità andando in natura, osservando gli ecosistemi e informandosi sul loro valore per la nostra vita. Questa consapevolezza è necessaria per impegnarsi più concretamente, ad esempio praticando la cittadinanza attiva, partecipando a comitati e vertenze locali, come quelli contro interventi dannosi per la biodiversità. L’impegno civile permette di fare rete con altre persone, aumentare le proprie conoscenze e il legame con il territorio mettendo le basi per l’azione collettiva, che consente di avere un impatto concreto e influire sui processi politici.
E a livello individuale?
Anche le scelte personali hanno peso: privilegiare l’acquisto di prodotti eco-sostenibili e durevoli – nel caso di quelli alimentari, biologici – nonché pratiche quotidiane come il riuso e piccoli accorgimenti per la gestione dei propri spazi, come consentire all’erba di crescere, soprattutto nel periodo primaverile e piantare alcune specie nettarifere e pollinifere per favorire la presenza degli impollinatori. Non per ultimo, le persone possono anche sostenere Greenpeace e le sue battaglie firmando petizioni, acquistando regali solidali o sostenendo il nostro operato in difesa del pianeta.




















