«Rafforzare formazione, mentorship e leadership femminile non solo valorizza il capitale umano locale, ma contribuisce a rendere i sistemi sanitari più efficaci, più accessibili e realmente centrati sui bisogni delle persone». Marcella Bianco, Direttrice generale di Operation Smile Italia, sintetizza così i risultati di “Breaking the Glass Ceiling” e “Unveiling Patient Perspectives”, due studi internazionali condotti dalla Fondazione OS. L’organizzazione senza scopo di lucro, nata nel 1982 per offrire interventi di cura delle labiopalatoschisi. negli anni ha attivato iniziative di formazione sanitaria nei paesi in cui opera.

Empowering (healthcare) women
Tra le iniziative, infatti, c’è il programma Women in Medicine (Wim), che forma professioniste in specialità avanzate e ne rafforza la leadership. Dall’avvio nel 2020 in Marocco, Wim ha coinvolto centinaia di professioniste del settore medico-sanitario e volontarie di Operation Smile, con interventi di formazione chirurgica in Perù, Malawi, Filippine, Egitto, Marocco, Brasile e Honduras. A questi si affiancano i percorsi di Wim Leadership Fellowship, in America Latina, Africa subsahariana e Asia.
Percorsi che sviluppano competenze avanzate di leadership, gestione e mentorship.
Marcella, qual è il valore aggiunto che le donne portano nei sistemi sanitari dei Paesi a basso e medio reddito?
La formazione del personale medico-sanitario locale, e in particolare delle donne, rappresenta una leva strategica fondamentale per rafforzare i sistemi sanitari, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Investire in una formazione che sia inclusiva, nello sviluppo di competenze, mentorship e leadership femminile non è solo una questione di equità, ma è un elemento chiave per migliorare l’accesso alle cure, la qualità dell’assistenza e l’esperienza dei pazienti.
Quali sono i dati emersi dai due studi condotti da Operation Smile nell’ambito di Women in Medicine?
In generale emerge come le donne portino alcuni elementi distintivi: attenzione alla relazione con il paziente, capacità comunicative e un approccio più inclusivo, che si traduce in maggiore continuità delle cure e aderenza ai percorsi terapeutici. Questi aspetti hanno effetti concreti. Da un lato, il 97% delle partecipanti migliora le proprie competenze e l’82% si sente pronta a ricoprire ruoli di leadership. Dall’altro, aumenta anche la fiducia dei pazienti: la preferenza per donne medico passa dal 35% al 66%, con livelli di soddisfazione che raggiungono il 98%.
Il programma Women in Medicine ha già formato oltre 700 professioniste in diversi continenti. Quali risultati concreti avete osservato nei territori coinvolti?
I risultati vanno oltre il rafforzamento individuale delle competenze: vediamo professioniste che assumono ruoli di maggiore responsabilità clinica e organizzativa, contribuiscono a migliorare i processi all’interno delle strutture sanitarie e diventano figure di riferimento capaci di trasferire competenze ad altri colleghi. Questo si traduce in una maggiore capacità dei sistemi locali di offrire cure di qualità in modo continuativo e in un rafforzamento concreto delle équipe sanitarie, anche in contesti remoti.
Quali sono, invece, oggi le principali sfide per garantire continuità e sostenibilità a questi percorsi di formazione e mentorship?
La sfida è ampliare ulteriormente la portata di questi programmi e consolidarli nel lungo periodo, affinché possano generare un impatto sistemico sempre più diffuso. In un contesto globale in cui miliardi di persone non hanno accesso alla chirurgia, è fondamentale investire su formazione continua, opportunità di crescita e valorizzazione delle competenze locali, affinché si traducano in cambiamenti duraturi nei sistemi sanitari.

Una domanda invece sulla vostra strategia di medio-lungo periodo, “Operation 100”, che mira a rendere la chirurgia accessibile entro due ore di distanza dalle abitazioni per quasi 500 milioni di persone. Quali saranno i criteri per individuare i Paesi coinvolti?
L’obiettivo di Operation 100 è formare 100 team chirurgici locali per la cura della labiopalatoschisi e rafforzare altrettanti ospedali distrettuali, accompagnandoli progressivamente verso l’autonomia, per creare competenze e strutture capaci di operare nel tempo. La selezione di Paesi e strutture si basa su contesti in cui esistono già partnership consolidate con governi, ospedali e università, come Ghana, Ruanda e Guatemala, e su una valutazione di competenze, infrastrutture e priorità sanitarie. L’approccio è graduale e adattato ai contesti, per garantire cure sicure e continuative.
Come si misura l’impatto concreto della strategia nel tempo?
L’impatto non si misura solo nel numero di interventi, ma anche nella capacità dei sistemi locali di operare in autonomia. Valutiamo lo sviluppo di cleft team completi (chirurghi, anestesisti, infermieri, pediatri, ingegneri biomedici), il livello di competenza, il miglioramento della sicurezza e la riduzione delle complicanze, insieme all’effetto moltiplicatore della formazione, con professionisti che diventano a loro volta formatori. Un altro indicatore chiave è la continuità delle cure: ospedali in grado di offrire chirurgia essenziale tutto l’anno e di rispondere anche ad altri bisogni urgenti. Il successo si raggiunge quando le strutture sono autonome e in grado di garantire cure sicure e accessibili in modo stabile.
Qual è la sfida più grande nel costruire sistemi sanitari davvero sostenibili nei Paesi a basso e medio reddito?
La sfida più grande è di natura strutturale: nei Paesi a basso e medio reddito si stima che 9 persone su 10 non abbiano accesso alla chirurgia di base. Questo riflette sistemi sanitari fragili, segnati da carenza di personale qualificato, infrastrutture insufficienti, servizi concentrati nelle città, costi elevati e grandi distanze da percorrere per i pazienti. Secondo la Lancet Commission, colmare questo divario richiederebbe ogni anno circa 143 milioni di interventi in più e oltre 2,2 milioni di nuovi professionisti.
Operation 100 nasce per intervenire su queste cause profonde, partendo da un presupposto chiave: la chirurgia essenziale è un diritto, non un privilegio. L’intervento è su più livelli: sviluppo e formazione della forza lavoro locale, miglioramento delle strutture e fornitura di attrezzature adeguate. Questo approccio genera un impatto che va oltre la chirurgia della labiopalatoschisi: amplia l’accesso alla chirurgia essenziale, riduce le disuguaglianze territoriali, migliora la risposta alle emergenze e avvicina le cure alle comunità, affidandole a professionisti locali.
La vera sfida e, al tempo stesso, la soluzione è investire nel lungo periodo su competenze e strutture. Così si costruiscono sistemi sanitari sostenibili e replicabili.



















