Frattamaggiore si trova a nord di Napoli, nell’ area più cementificata d’Italia secondo il rapporto Ispra – Snpa 2020. Alla mancanza di spazi verdi e luoghi di socialità sicuri cerca di rispondere il lavoro di rete delle associazioni sul territorio. Tra queste l’aps Comunica Sociale, promotrice di un progetto che negli ultimi mesi ha utilizzato le arti visive come strumento di rigenerazione urbana e inclusione sociale.

Il progetto si chiama Milk (R)evolution e ce lo racconta la responsabile, Elisa Cuenca Tamariz.
Elisa, come nasce Milk (R)evolution e che cosa vuole portare nel territorio?
Il progetto nasce dalla percezione dei bisogni della nostra zona. È un’area dove c’è un sviluppo urbano incontrollato, e abbiamo voluto affrontare il tema dell’iper cementificazione. Prima ancora, è un’area dove non ci sono spazi o opportunità di fare pratica artistica: per i bambini, per i giovani e per gli adulti.
Chi vuole fare un corso di disegno, di pittura deve comunque andare “alla capitale”, a Napoli. Due anni fa, come collettivo di artisti, abbiamo iniziato a promuovere uno spazio dove si potesse accogliere chi aveva delle passioni artistiche. Lo spazio si chiamava Milk.
Chi c’era nel collettivo?
Diverse persone che già stavano cercando di aprirsi uno spazio nel mondo dell’arte, nell’illustrazione, nella grafica, nella pittura, eccetera. Abbiamo provato a mettere insieme le forze e a immaginarci una sostenibilità per le attività artistiche e la possibilità di promuovere l’arte sul territorio.
Elisa, sei un’artista anche tu?
Tutti noi, promotori dell’iniziativa, abbiamo un piede nell’arte e un piede nell’educazione. Quello che cerchiamo di promuovere è l’arte anche come strumento educativo. Sono educatrice anche se nasco come grafica: dopo l’Accademia di belle arti ho fatto grafica e poi sono cresciuta nel terzo settore e mi sono occupata di comunicazione nell’ambito del non profit. In parallelo mi occupo di illustrazione.

Come è andata l’esperienza dello spazio Milk?
Nel tempo, purtroppo, si è conclusa, non era sostenibile. Ma, cercando, abbiamo trovato l’opportunità di sviluppare l’idea grazie al bando dell’Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che supportava idee e proposte riguardo il mondo dell’arte relazionato con la sostenibilità ambientale. Abbiamo immaginato un’evoluzione e rivoluzione dello spazio Milk e quindi abbiamo chiamato questa proposta Milk (R)evolution.
In cosa consiste Milk (R)evolution?
Il progetto sostiene la produzione di quattro giovani artisti. Abbiamo individuato quattro discipline che ci sembravano più vicine ai ragazzi, proprio perché si mirava ad avvicinare l’arte ai giovani: serigrafia, street art, graphic novel e fotografia. Abbiamo lanciato una call-for-artists, dove abbiamo indicato il tema della iper cementificazione e in queste quattro discipline ci sono state delle candidature. Poi, per ogni disciplina, abbiamo selezionato un artista e la sua idea. In questi mesi di progetto, dalla proposta presentata abbiamo definito meglio la proposta, adattandola alle circostanze del territorio, alle loro richieste. Loro poi l’hanno sviluppata. L’idea ultima era quella di promuovere un collettivo di giovani, che sopravviva alla conclusione del progetto. E forse già è successo.
In che modo?
I quattro artisti hanno iniziato a lavorare nel mese di giugno e da allora, parallelamente allo sviluppo della produzione artistica, hanno promosso anche dei workshop. La collaborazione con Il Cantiere, centro giovanile del territorio, ha messo in piedi quattro workshop per ragazze e ragazzi dai 16 anni in su, in cui gli artisti hanno trasferito sia le proprie competenze che condiviso quello che era il loro processo di lavoro. In questo modo gli artisti hanno fatto da formatori e nel contempo si sono occupati della propria ricerca e produzione.
Il tema del concorso, ipercementificazione e rapporto col territorio, come emerge nelle opere?
I quattro artisti hanno affrontato il tema da prospettive molto diverse. Ad esempio, Gaia Maggio nell’ambito della fotografia ha lavorato su un rudere di epoca romana, sulla strada provinciale Caivano-Aversa, quasi nascosto dagli edifici intorno. Ha realizzato un’installazione con tante fotografie che toccano passato e presente: anche durante il workshop con i ragazzi ha lavorato su questo monumento dimenticato.
Mario Damiano dal lavoro serigrafico ha creato con un gruppo di ragazzi un’opera collettiva, una graphic novel in cui hanno espresso come vivono e percepiscono il territorio. Luca Boni, illustratore digitale, ha realizzato un silent comic che affronta il tema del rapporto tra la natura e l’ambito urbano da un punto di vista un po’ più simbolico, attraverso un eroe mitico. Infine, Leticia Mandragora e Davide Delfini, hanno dipinto una delle pareti di un centro giovanile con un volto che rappresenta Madre Natura contribuendo alla riqualificazione di uno spazio recuperato. Venerdì 28 novembre al Centro Giovani Il Cantiere ci sarà l’evento conclusivo del progetto: un “Hackathon” dell’arte con l’obiettivo di introdurre i giovani artisti al mondo imprenditoriale, garantendo continuità e sostenibilità economica ai loro progetti creativi.
Qual è la cosa più che ha dato più senso al tuo impegno nel progetto?
I quattro artisti hanno coinvolto oltre 60 ragazze e ragazzi attraverso i workshop, che si sono avvicinati alle pratiche artistiche e nel contempo alla questione dell’iper cementificazione urbana.
Si è creato un gruppo di interesse e pensiamo sia un presupposto per dare una continuità a questa iniziativa.




















