Viaggiare in India oggi, in particolare nelle aree urbane, dà la sensazione di trovarsi in un enorme collo di bottiglia nel quale si accalca un’immensa popolazione e, di conseguenza, una mastodontica quantità di materia. L’inadeguatezza del sistema di gestione dei rifiuti è evidente e le cause del problema sono molteplici.

Tuttavia, il caos che assedia le città e le tonnellate di spazzatura abbandonate quasi ovunque rischiano di eclissare la bellezza di un paese vibrante, colorato e ricchissimo di dettagli.
Criticità alle radici
Spesso si associano i problemi delle economie dei paesi emergenti a un’ingerenza esterna che lascia un’eredità non adatta al contesto ospitante; spesso le cause di uno sviluppo lento sono identificate nella cronica mancanza di infrastrutture. Sebbene questi aspetti rappresentino argomenti utili a inquadrare i fatti, le criticità legate al ciclo dei rifiuti vanno ricercate anche altrove e in profondità.

Il pensiero di Vandana
Basti leggere quanto scriveva Vandana Shiva in Monocolture della mente (Bollati Boringhieri, 1995): «Derivando da una cultura di dominazione i moderni saperi sono essi stessi sistemi di colonizzazione […]. La dicotomia locale/universale è mal posta se applicata alle tradizioni indigene e occidentali del sapere, perché il sapere occidentale è una tradizione locale che si è diffusa nel mondo attraverso la colonizzazione intellettuale».
E ancora: «Il primo livello di violenza che si riversa sui saperi locali è quello di non riconoscerli come tali. L’invisibilità è la prima ragione per cui i sistemi locali si dissolvono automaticamente di fronte al sapere dominante dell’Occidente».
Consumismo d’importazione
Come dargli torto? Le grandi compagnie transnazionali, infatti, hanno importato nel subcontinente una cultura del consumo fruibile comodamente grazie anche al ricorso a imballaggi mono-uso. «Ma è anche vero che la scelta delle popolazioni indiane ricade largamente verso una via conveniente» spiega Anasuya Kale, presidente della ong “Swacch Nagpur”, impegnata in educazione e supporto a scuole, circoli, aziende e altri gruppi sui temi delle buone pratiche ambientali e del corretto smaltimento dei rifiuti.
Dalla terracotta alla plastica
Un esempio che descrive il cambio di paradigma è la sostituzione sempre più ricorrente nelle abitudini degli indiani della tradizionale tazza usa e getta in terracotta (un piccolo shock culturale per l’occidentale che la vede per la prima volta) con bicchieri in materiali poli-accoppiati. Il mono-uso è ampiamente predominante nei numerosissimi e vivaci chioschi del cibo di strada.

«Quello che manca – continua Anasuya – è una visione olistica della gestione dei rifiuti».
Politiche ambientali cercasi
Questo avviene sia nella scala micro (la tazza tradizionale, infatti, si biodegrada più facilmente rispetto ai materiali moderni), sia nei macro-sistemi dove l’intervento pubblico è spesso inadeguato: «Manca una road map ben definita, politici e burocrati non sono formati dal punto di vista ambientale». E dove il Governo latita, conferma Anasuya, è l’associazionismo a porre le basi per un futuro più pulito attraverso progetti innovativi, incentivando l’impegno comunitario, anche grazie a legami con altre organizzazioni omologhe nazionali e internazionali.

Crescita sbilanciata
In un paese dove non è raro vedere i mendicanti che litigano tra loro, anche con impeto, per le bottiglie di plastica da rivendere alle ditte di conferimento, sono l’impegno verso la carriera e l’arricchimento personale, nella fase di crescita economica in cui si trova il paese, a rappresentare maggiormente il senso comune. «Il denaro è l’unico criterio che si applica per misurare la crescita attuale – riprende Anasuya – A questo non corrisponde però un bilanciamento sostenibile per le future generazioni. È sintomatico di questa situazione il fatto che nel sistema scolastico l’offerta di ore di educazione civica e ambientale sia in continua diminuzione».

Turismo ad alto impatto
Occorre aggiungere qualche considerazione su un turismo che implica un importante incremento delle attività edilizie. I visitatori stranieri qui non si distinguono come testimoni di una contro-tendenza al consumismo e allo spreco che magari osservano nei loro paesi d’origine.
Larga parte di loro, infatti, attraversa la spirituale atmosfera indiana ispirandosi a propositi di introspezione, guarigione e crescita personale. La diffusa convinzione che il mondo sensoriale non rappresenti la realtà ultima presente in alcune filosofie indiane, costituisce perciò un’insidia per gli ecosistemi.
Cosa dice l’induismo
In India d’altro canto è la nozione di Trimurti (il ciclo delle ere suddivise nelle fasi di creazione, permanenza e distruzione) a determinare l’idea di doversi affidare a un’intelligenza superiore. Questo principio però non dovrebbe indurre il viaggiatore ad allinearsi a un’offerta turistica veloce e comoda: «Questo accade solo se si ignorano i contenuti più profondi della tradizione vedica e yogica – chiarisce Anasuya Kale – L’induismo infatti è prima di tutto mantenere la propria casa pulita».
Le torce dell’Holi fest
Il turista interno, se possibile, è ancora più incosciente. L’intrattenimento spensierato è ritenuto sempre più importante nella società indiana e si manifesta attraverso la corsa ad un accumulo esperienziale nel più breve tempo possibile, anche a ridosso dei luoghi sacri. Durante l’Holi fest, il noto festival dei colori che si tiene in tutto il paese a primavera, le celebrazioni lascerebbero attonito l’ambientalista occidentale per la quantità di torce fumogene scariche a terra e per lo scorrere di rigagnoli di acqua colorata da polveri artificiali, nonostante la loro versione artigianale, e più autentica, preveda l’utilizzo di materie prime vegetali e minerali.
Rishikesh, tra sacralità e boom edilizio
Un’infinità di bottiglie di alcolici e rifiuti di ogni sorta sono periodicamente rimossi dall’associazione Himadri Foundation dalle rive del Gange a Rishikesh, una delle località più sacre dell’India dove da un decennio lavoratori edili, con infradito in equilibrio su ponteggi di bambù e cordame, portano avanti un vasto boom edilizio e turistico, per attività come rafting e altri sport estremi, campeggi (preferite dagli indiani) e corsi intensivi di yoga (prevalentemente ricercato dagli stranieri).

Contrasti e speranze
Percorrendo le strade e le ferrovie indiane è netto il contrasto tra le colline di spazzatura e i roghi di rifiuti delle periferie delle megalopoli e la maggior pulizia delle aree agricole. Ovviamente bisogna considerare la differenza di popolazione tra i due ambiti. «Ma nelle aree rurali – chiarisce Jaish, studente residente in un villaggio poco lontano da Varanasi, principale città sacra induista nell’Uttar Pradesh – il senso civico si sovrappone al rispetto dell’ambiente perché si conosce la fatica insita nella produzione del cibo.
Si rivolgono quindi preghiere agli elementi e si trova Dio in ognuno di essi». E in effetti, attraverso i finestrini dei treni, passando per gli sterminati campi di canna da zucchero, ortaggi e frutta della pianura indo-gangetica, i contadini al lavoro si muovono con portamento elegante e dignitoso, suscitando immagini di comunione con l’ambiente che li circonda.
Oltre il passato coloniale
Negli scorsi decenni, l’autodeterminazione dei popoli indiani ha subìto varie interferenze esterne, dal colonialismo inglese, alle pressioni dei grandi gruppi agro-industriali fino alla condizionalità imposta dalle organizzazioni finanziarie internazionali. Molto si sta facendo per riconnettere la popolazione alle proprie radici culturali e spirituali, valorizzando saperi locali e pratiche sostenibili.

Ma l’allontanamento dalla tradizione, indotta o spontanea, rimane ancora oggi un fattore che impatta negativamente nel rapporto fra le persone e l’ambiente.























