Il 2025 ha registrato il più alto numero di scontri armati degli ultimi decenni. E il 2026 non promette tanto meglio: l’Atlante delle guerre e dei confitti, curato dall’associazione 46° Parallelo Ets, stima che metà della popolazione mondiale si trovi oggi coinvolta in scenari di guerra o grave instabilità.
Frammentazione globale e nuove tensioni
Nell’era dei cambiamenti climatici, l’emergere di nuovi nazionalismi genera un’alta frammentazione geopolitica che aumenta la competizione per le materie prime e sminuisce il ruolo del dialogo.
La diffusione di nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, spinge sull’acceleratore della corsa alle terre rare e ai combustibili fossili.
Ecologia della pace e possibilità future
Un futuro di violenza, tuttavia, non è un destino già scritto. L’“ecologia della pace” studia i meccanismi che connettono ambiente, comunità e conflitti, dimostrando come l’applicazione dei principi ecologici possa contribuire alla creazione di società più stabili e cooperative.
Il Take Five di questo mese vuole piantare dei semi di speranza, attraverso l’esplorazione in cinque tappe dei concetti chiave di questa disciplina.
1. INTERCONNESSIONE

In natura nulla esiste per sé. L’ambiente, di cui l’essere umano è parte, è una “rete della vita”, per usare una definizione cara al fisico Fritjof Capra, dove ogni elemento è interconnesso e interdipendente. Quando un nodo della rete viene alterato, le conseguenze si propagano attraverso l’intero sistema, generando a loro volta effetti di ritorno sui singoli componenti.
Così, il surriscaldamento del pianeta provoca crisi in diverse parti del mondo (inondazioni, siccità, emergenze sanitarie), mentre molti conflitti legati alla competizione per alcune risorse chiave aggravano le sfide globali: le sole attività militari in Ucraina, dal 2022, hanno immesso nell’atmosfera oltre 300 milioni di tonnellate di gas serra.
Effetti locali e impatti globali
Allo stesso modo, un cambiamento positivo a livello locale può propagarsi rapidamente all’interno della struttura. In alcune aree dell’Indonesia, negli ultimi anni, il ripristino delle foreste degradate, partito da singoli appezzamenti sottratti agli interessi di grandi attori multinazionali, ha promosso la stabilità climatica. La pratica si è diffusa con effetti positivi su biodiversità e sicurezza alimentare, e ha favorito la nascita di nuovi modelli di gestione inclusiva e cooperativa e di nuove politiche verdi a livello nazionale.
Economia e natura, un equilibrio necessario
Le narrative economiche classiche e quelle ecologiche si muovono spesso su due binari divergenti. Eppure, pensare che l’economia possa svincolarsi dalle leggi della natura depauperando le risorse del pianeta senza subirne le conseguenze è una posizione che (tralasciando le considerazioni etiche) sempre di più dimostra di uscire dai confini dell’azzardo per ricadere nell’assurdo.
L’approccio ecologico è pragmatico: per promuovere la pace occorre trasformare l’homo oeconomicus, concentrato sulla massimizzazione dei suoi interessi individuali, in homo ecologicus, capace cioè di abbracciare il ruolo di custode del pianeta Terra.
Vale a dire la “casa comune” dove, in armonia con gli altri abitanti, le comunità umane possono crescere e prosperare.
2. VISIONE SISTEMICA

La visione sistemica è un modo di “pensare i problemi”, direbbe Edgar Morin, che tiene conto della complessità degli equilibri all’interno della rete della vita. Se tutto è connesso, le sfide che affrontiamo non possono essere comprese (né risolte) come crisi isolate. Spesso affondano le proprie radici molto lontano. Problemi ambientali e sociali sono facce della stessa medaglia.
Geopolitica e complessità delle relazioni
Traslando questo approccio nello scacchiere geopolitico, i nodi globali contemporanei racchiudono un’intricata rete di relazioni – economiche, sociali e anche di forza – che richiedono di essere comprese e riequilibrate.
Il fenomeno delle migrazioni, ad esempio, non può essere slegato da sfide complesse legate all’assurgere dei conflitti, all’inquinamento, alla mancanza di accesso a cibo e acqua pulita e agli effetti dei cambiamenti climatici.
Oltre muri e disuguaglianze
Nessun muro o barriera può costituirne la soluzione. Ne deriva anche che questi nodi non possano essere sciolti senza mettere in discussione i meccanismi di potere, redistribuendo costi e benefici, e applicando infine parametri nuovi nella ricerca di soluzioni.
Inclusa la felicità, che non si può certo misurare attraverso il Pil.
3. COOPERAZIONE

In natura, la competizione è solo una delle possibili strategie attraverso cui i sistemi progrediscono. Numerosi studi, come quelli del biologo evoluzionista Martin Nowak, hanno dimostrato come le specie che collaborano per uno scopo comune ottengano spesso risultati migliori.
Una strategia funzionale soprattutto quando le risorse scarseggiano. I comportamenti altruistici e di cura sembrano inoltre essere utili al processo evolutivo, smontando la retorica secondo la quale a sopravvivere sarebbero i più “forti”.
Simbiosi e relazioni vitali
Tutte le forme di vita complessa (esseri umani compresi) vivono sperimentando relazioni simbiotiche con altri organismi. Pensiamo al ruolo che i batteri del microbiota svolgono nel nostro intestino, nutrendosi degli scarti della nostra digestione, e alla loro influenza positiva sul metabolismo, il sistema ormonale e i processi nervosi.
Politiche di cooperazione
La cooperazione in natura funziona perché moltiplica i benefici oltre il vantaggio del singolo. In politica, può diventare una strategia di promozione di giustizia ambientale e sociale e di benessere diffuso.
È questo l’approccio che ha portato al successo del protocollo di Montreal nella lotta al buco dell’ozono.
4. DIVERSITÀ COME FORZA

In ecologia, forza e resilienza risiedono nella diversità. La biodiversità agisce attraverso una “complementarità funzionale”: ogni specie contribuisce in modo diverso alla stabilità e alla prosperità dell’ecosistema di cui fa parte, entrando in una relazione di scambio reciproco di energia e informazioni con gli altri membri della rete.
Saperi e pluralità culturale
Nella comunità umana globale, dove le somiglianze superano in ogni caso le differenze, la diversità di visioni e saperi rappresenta una risorsa preziosa per superare le sfide del presente.
Sempre più ricerche hanno evidenziato il valore delle conoscenze tradizionali nel risolvere complessi problemi ambientali e sociali – in contrasto con visioni tecnocratiche calate dall’alto – mostrando come molte gestioni indigene si inseriscano negli equilibri naturali come nodi nella rete della vita e non in opposizione a essa.
I beni comuni e la gestione condivisa
A livello politico, la diversità funziona quando è supportata da dialogo, rispetto e condivisione. Gli studi del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom sui beni comuni hanno mostrato come comunità composte da culture differenti in diverse regioni del mondo possano gestire in maniera sostenibile risorse anche limitate, attraverso istituzioni locali inclusive, regole condivise e educazione alla responsabilità e alla nonviolenza.
Le basi per costruire una pace duratura.
5. RISPETTO DEI LIMITI PLANETARI

Nel 2009 un gruppo di scienziati guidati da Johan Rockström e Will Steffen ha stilato una lista di processi biofisici cruciali per la preservazione del “sistema Terra”. Questa includeva l’integrità del clima e della biosfera, il mantenimento di bassi livelli di inquinamento e acidificazione degli oceani, la tutela dei cicli dell’azoto e del fosforo e la preservazione della fertilità dei suoli.
Confini superati e rischi globali
Secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato su Science nel 2023, almeno sei limiti su nove sono stati violati. In un’ottica sistemica, non si tratta di un problema solo ambientale: secondo Rockström, la stabilità del sistema Terra è il fondamento della stabilità delle società umane.
Riducendo le risorse disponibili, l’instabilità genera crisi che possono trasformarsi rapidamente in conflitti. In questo senso, il rispetto dei limiti planetari è un passo imprescindibile verso la pace.
Ripensare i modelli economici
La conseguenza logica è che il superamento di economie basate sulla crescita infinita non è più soltanto auspicabile, ma necessario. Le risorse planetarie non sono intrinsecamente insufficienti per i bisogni umani, ma diventano tali in presenza di modelli di consumo e distribuzione eccessivi e diseguali. Ripensare l’economia in chiave ecologica, come ricorda l’economista Kate Raworth, non è un’utopia né una scelta puramente ideologica.
È un passaggio concreto verso il benessere delle società umane nel lungo periodo.



















