Molti di noi conoscono Tafazzi, la “macchietta” creata dai comici Aldo, Giovanni e Giacomo, che “coltiva” l’autolesionismo. È colui che ha l’abitudine di darsi colpi sui testicoli e, quindi, è diventato simbolo di chi riesce a farsi seriamente del male con le proprie azioni (magari con le migliori intenzioni!!). Mi viene da pensare a Tafazzi quando vedo le politiche messe in atto praticamente da tutti i paesi occidentali nei confronti delle migrazioni:
azioni intese a scongiurare o impedire le migrazioni hanno risultati fallimentari, e, anzi, tendono ad aggravare il problema.
Le parole sono importanti
Intanto, preferisco il termine più generale, “migrazioni”: sono sempre esistite, e non ha senso concentrarsi solo sulle immigrazioni, legali o meno. Per considerare il fenomeno nelle sue reali dimensioni e implicazioni, in particolare per l’Italia, occorre considerare sia i flussi di immigrazione sia quelli di emigrazione. Secondo la Treccani, “la migrazione è ogni spostamento di individui, per lo più in gruppo, da un’area geografica a un’altra, determinato da mutamenti delle condizioni ambientali, demografiche, fisiologiche, ecc. dovuto, fin da epoca preistorica, a fattori quali sovrappopolazione, mutazioni climatiche, carestie, competizione territoriale con altre popolazioni, ricerca di migliori condizioni di vita. Si differenzia dall’emigrazione, che non implica necessariamente il ritorno al luogo di partenza”.
Un fenomeno epocale
Avvertenza importante: quando si parla di temi divisivi come quello delle migrazioni, occorre sempre fare una precisazione preliminare. L’immigrazione irregolare causa paure e fenomeni di rigetto, anche giustificati. Tuttavia, pur non volendo sottovalutare le paure delle persone, occorre rendersi conto che il fenomeno delle migrazioni è epocale, e assumerà proporzioni ancora maggiori in futuro con i cambiamenti climatici e le guerre. Proprio per questo va governato con politiche lungimiranti, che privilegino l’immigrazione regolare, favorendo di conseguenza anche la sicurezza (vera e percepita) dei cittadini.
Le politiche che ci danneggiano
Una parte rilevante del “problema immigrazione”, come già scritto in questa rubrica, è dovuto alla nostra percezione, anche e soprattutto indotta da governi che sfruttano la questione cinicamente con politiche di corto respiro, ma che danno consenso elettorale a breve termine. Politiche che danneggiano sia i potenziali immigrati sia noi, che sprechiamo un sacco di risorse per contrastare l’immigrazione (vedi anche l’hot-spot in Albania) senza trarne nessun vantaggio.
Un esempio, dai territori: nel 2018 la scuola media di Ventotene avrebbe, forse, potuto essere salvata e mantenuta sull’isola se i residenti avessero accettato di accogliere famiglie di immigrati con bambini, la cui iscrizione avrebbe mantenuto in vita la scuola. I migranti non vennero accettati, e quindi i ragazzi di Ventotene che vogliono frequentare la scuola media devono andare con l’aliscafo a Formia, tempo permettendo. Fine dell’avvertenza, andiamo avanti.
Emigrazioni italiche e demografia
Fino agli anni 50 – 60 del secolo scorso il nostro era un paese di emigrazione, soprattutto verso l’America e l’Europa settentrionale (24 milioni di gli emigrati italiani tra il 1876 e il 1976), mentre in particolare negli ultimi decenni è meta di flussi di immigrazione provenienti da Europa orientale, Africa, Asia e America Latina. Al tempo stesso è presente, con conseguenze notevoli sulla consistenza della popolazione italiana, una consistente emigrazione di italiani, prevalentemente giovani. Al 2023 la popolazione italiana si era ridotta a circa 58.970.000 unità, con una diminuzione di circa 1.800.000 unità complessive dal 2014.
Un calo che necessita di rinforzi
La tendenza alla diminuzione della popolazione è continua, dato che si riduce drasticamente la natalità, mentre la mortalità è numericamente superiore, tanto che si prevede che nel 2050 saremo circa 54.500.000. Il fenomeno “si autoalimenta” perché se il numero medio di figli a donna è adesso circa 1.13 (contro valori superiori a 2 negli anni ’50 – 60), questo implica anche che il numero di donne in età fertile si riduce, diminuendo ancora le nascite. Alla fine, la tanto temuta “sostituzione etnica”, che i politicanti di destra sbandierano come spauracchio, avverrà naturalmente perché saremo un paese di vecchi, debole economicamente e socialmente, incapace di far fronte alle sfide che ci si presenteranno.
Invasione o percezione?
Ma qual è la consistenza del fenomeno “immigrati”? La percentuale di stranieri sul totale della popolazione italiana è in linea con quella europea, ed è circa pari all’8,3% della popolazione complessiva (percentuale stabile negli ultimi anni, a testimonianza anche del fatto che l’Italia è considerata paese di transito verso altre destinazioni).
Attualmente, su 5.254.000 cittadini stranieri, il 46,22% è cittadino di un paese europeo e il restante di paesi extraeuropei. Non c’è questa stravolgente “invasione” da parte di popolazioni extraeuropee: è più un problema di “percezione” e di paure, vere o alimentate ad arte. E senza la presenza degli immigrati in genere, la popolazione italiana sarebbe ancora minore.
I numeri minimi (veri) degli sbarchi
Fra l’altro, in Italia, dove si fanno alte lamentazioni per ogni singolo immigrato che riesce a non annegare e arriva a Lampedusa, sono sbarcati nel 2023 circa 66.000 persone, quindi circa lo 0,11% della nostra popolazione totale. Non ditemi che sarebbe difficile risolvere il problema di questa ridotta percentuale di migranti, se non avessimo sentimenti di repulsione alimentati non dalla situazione effettiva ma da come ci viene presentata. E, per motivi ideologici, o ragionando semplicemente “a pelle”, rifiutiamo di pensare che una corretta integrazione degli immigrati sarebbe utile a tutti.
Le necessità del sistema produttivo
Sarò accusato di buonismo, di volere stendere un tappeto rosso agli immigrati, ed invece sono un tremendo egoista. Infatti, voglio ricordare a tutti quelli che sono in adorazione del “Dio Pil”, che, mentre negli ultimi anni il Pil in Italia è cresciuto pochissimo, e quest’anno ha una crescita nulla, in altri paesi non è così. Ad esempio, in Spagna dove, negli ultimi anni, sono state adottate politiche migratorie molto flessibili e orientate ai fabbisogni del sistema produttivo. Lì le aziende possono assumere lavoratori extra-UE durante tutto l’anno, senza attendere eventuali quote o “click day” mentre le politiche di regolarizzazione trasformano presenze irregolari in lavoratori legali. Anche per questo, la popolazione nata all’estero negli ultimi dieci anni è salita fino al 18,6% del totale (più del doppio della nostra!). Crescita facilitata anche dal fatto che la maggior parte degli immigrati proviene dall’America latina e parla lo spagnolo, potendosi integrare più facilmente.
L’economia sommersa cerca gli immigrati irregolari…
L’immigrazione irregolare è ovviamente un grosso problema, ma alla base c’è anche la diffusione dell’economia sommersa, che in Italia alimenta un mercato del lavoro svincolato da qualunque regola, favorendo quindi la permanenza di soggetti in condizioni di fragilità, per mancanza di possibilità di essere accolti regolarmente. In particolare, nei settori economici che hanno difficoltà nel reclutare manodopera locale, specie per mansioni a bassa qualificazione e di scarso prestigio sociale, i lavoratori immigrati, proprio perché in condizioni non regolari, possono essere più facilmente sfruttati a qualche euro l’ora (vedi il fenomeno del caporalato, specie nel Sud).
… come la criminalità
In più, è ovvio che persone sradicate dalla loro terra ed affetti, messe ai margini della società, “invisibili” e non (volutamente) integrati, siano più propensi a commettere crimini, soprattutto nel settore della microcriminalità (in quello dei reati gravi, noi italiani siamo in testa!). E’ vero che la percentuale di immigrati irregolari che compiono reati è elevata ma, tenuto conto del fatto che si stima che ci siano 500.000 irregolari (quindi meno dell’uno per cento del totale di abitanti), il numero complessivo di reati è limitato, ma “fanno più notizia”. Il paradosso è che politiche securitarie e di tolleranza zero verso la clandestinità rischiano di creare più disagio e più insicurezza sociale. Inoltre, se volessimo rispedirli indietro (dove?) è stato calcolato che, al ritmo che riusciamo a mantenere ora, per rimandare a casa loro i migranti irregolari ci vorrebbe più di un secolo: a parte i costi, certamente superiori a quelli di politiche oculate di integrazione.
E se guardiamo alle origini?
Tutti vogliamo dimenticare che la nostra società è nata sulle migrazioni, a partire dalle migrazioni dell’Homo Sapiens Sapiens (che definizione ironica!), guarda caso dall’Africa intorno ai 60 – 70.000 anni fa, raggiungendo il Medio Oriente e da lì distribuendosi in tutta l’Eurasia nel corso dei successivi millenni. Abbiamo quindi incontrato i Neanderthal che vivevano in Europa da migliaia di anni (per estinguersi circa 40.000 anni fa), incrociandoci geneticamente con loro. Di conseguenza, la stragrande maggioranza delle sequenze di Dna neandertaliano ancora presenti negli individui contemporanei non africani deriva da questo periodo di ibridazioni.
Siamo tutti africani!
I genetisti hanno anche scoperto la presenza di alcune varianti genetiche neandertaliane – ancora diffuse tra gli esseri umani contemporanei – legate alla pigmentazione della pelle, al metabolismo e alla risposta immunitaria. Insomma, e con buona pace dei razzisti, siamo tutti africani, e anche neanderthaliani, al di là del colore della pelle, che evidentemente è cambiato perché in latitudini più a nord la protezione della pelle dal sole era meno critica. Ma, nonostante tutto, come ci sono i terrapiattisti, continueranno ad esserci i razzisti!
Libri di storia pieni di migrazioni e invasioni
In seguito, è stato un continuum. Voglio citare i fenici, i greci, gli arabi, i normanni, i longobardi, gli spagnoli, gli austriaci, i francesi e ho certamente dimenticato qualcuno. I romani, che se ne intendevano e la cui dominazione si è estesa al mondo antico conosciuto, concedevano la cittadinanza anche come arma di “stabilizzazione” e di consolidamento del potere di Roma nelle zone interessate, legando a Roma le popolazioni conquistate e le loro classi dirigenti. E tuttavia, anche nei primi tempi dell’impero, coloro che avevano già ottenuto la cittadinanza si opponevano al fatto che la cittadinanza stessa venisse concessa, gratis et amore dei, anche alle altre popolazioni successivamente conquistate. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, così come non è nuova la voglia di non capire dove sta andando il mondo.
Il disinteresse per il clima favorisce le migrazioni
A voler andare alla radice dei problemi, paradossalmente il disinteresse per la questione climatica (l’ambiente ci sta già presentando i conti e ce ne presenterà di più salati nell’immediato futuro) è uno degli elementi che favoriscono le migrazioni. È pura retorica dire “Aiutiamo i migranti a casa loro” quando la crisi ambientale sta devastando i paesi più poveri del mondo, con siccità, alluvioni, aumento del livello del mare (specie per i paesi insulari). Fattori che rendono impossibile per quei popoli vivere decentemente “a casa loro”.
E la crisi ambientale è prodotta dalle emissioni dei paesi ricchi, come tutti gli scienziati seri nel mondo riconoscono, inascoltati dai politicanti e dalle lobby dei combustibili fossili. A questo si aggiungano le guerre che già provocano milioni di profughi che certamente non sono responsabili della follia di governanti assetati di potere. Le Nazioni Unite hanno accertato che nel 2025 circa 120 milioni di persone hanno abbandonato i loro paesi per i detti motivi e, in questa situazione mondiale, nei prossimi anni il numero aumenterà.
Fare finta di niente è … ideologico
Finché non vivremo in un mondo in pace che pratichi la cooperazione e non lo sfruttamento capitalistico, non ci sarà speranza di fermare le migrazioni (ma non ci sarà speranza nemmeno per noi). È utopistico? È ideologico? Si, sogno un mondo in cui la pace e la cooperazione tra i popoli siano al servizio del benessere di tutti per fronteggiare i problemi che abbiamo davanti. Ma non è più utopistico e ideologico ritenere che tutto possa continuare come prima, senza curarsi dei segnali che il pianeta sta mandando? Senza pensare che milioni di persone disperate, che non hanno nulla da perdere, perché la loro non è vita degna di essere vissuta, cercheranno in tutti i modi di conquistare uno spazio diverso, attratti dai paesi che appaiono luoghi di benessere?
No al populismo, si al pragmatismo
A fronte di condizioni sempre più invivibili in tutto il mondo, le migrazioni sono inevitabili, e potenzialmente mobilitano centinaia di milioni di individui. Invece di fingere di poterle fermare, dobbiamo imparare a gestirle, così da approfittare dei loro molteplici benefici. Se gli imprenditori non riescono ad assicurarsi lavoratori, e chiedono più disponibilità di persone nei “click day”, si risponde limitando gli accessi?
Se la popolazione italiana (e “dell’occidente”) sta invecchiando, ci servono badanti o no?
La risposta della politica
A tutt’oggi, però, anziché concentrarsi sui fattori che determinano gli sfollamenti di massa – caos climatico, degrado ambientale, guerre e povertà – i nostri governanti se la sono presa con gli stessi migranti. In materia di migrazioni, la narrazione è ormai controllata dai populisti, che le dipingono come fenomeno assolutamente negativo, mentre i partiti moderati e di sinistra li lasciano fare, non riuscendo a contrapporre, a queste retoriche tossiche, i dati di fatto basati sull’evidenza.
Più lavoro dignitoso, anche per i nostri migranti
Tornando ai nostri giovani (età media poco più di 30 anni, istruzione elevata) che emigrano, sono almeno 60.000 all’anno, negli ultimi anni. Perdiamo energie di persone, preparate nelle nostre scuole e università con investimenti elevati, che vanno a lavorare all’estero dove trovano opportunità migliori (dei miei tredici nipoti, sette sono all’estero). Creare più opportunità di lavoro dignitoso e promuovere la migrazione di ritorno potrebbe essere efficace nel rallentare il declino della popolazione nel breve periodo. Più efficace di ondivaghe politiche volte ad aumentare i livelli di natalità che darebbero frutti tra almeno 20-25 anni.
Purtroppo, l’orizzonte temporale “politico” non va più in là della prossima elezione (a livello nazionale o regionale o locale o di condominio). In sintesi, oltre a non frapporre barriere preconcette all’immigrazione, che occorre rendere regolare e regolamentata, servono incentivi per trattenere i giovani italiani in Italia:
qui veramente è necessario un “Aiutiamoli a casa nostra”, anziché riempirsi la bocca di proclami bellicistici contro poveri disgraziati.



















