Il prezzo umano
Sono pagine essenziali: non cercano di spiegare né di giudicare, ma semplicemente di testimoniare. In esse si intravedono la fame, la paura, la fatica e la dignità di un giovane uomo travolto dalla guerra, insieme alla volontà di sopravvivere e tornare a casa. Nel giorno della celebrazione del 25 aprile, che segnò la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, queste parole ci ricordano il prezzo umano pagato da tanti, come mio padre, e l’importanza di custodirne la memoria. Ho scelto di condividere queste parole così come lui le ha lasciate.

Rappresentano un frammento prezioso della sua vita e, allo stesso tempo, una memoria che appartiene a tutti noi.
QUANDO TUTTO ERA UN CUMULO DI DOLORE
di Mario Re
Nell’anno 1942, l’Italia era già in guerra, io avevo 19 anni ed ero ancora studente. Fui chiamato al distretto militare di Monza che mi inviò a Pola, dove ebbe inizio il mio servizio militare. Per circa un anno svolsi la funzione di furiere della mia compagnia. Nel 1943 fu proclamato l’Armistizio; l’Italia venne divisa in due parti, il sud con il re Vittorio Emanuele III e il resto del Paese in mano ai tedeschi e ai fascisti, che diedero vita alla Repubblica Sociale Italiana. Ma molti militari non vi aderirono e furono internati in Germania nei campi di concentramento. Le truppe tedesche arrivarono anche a Pola e a me ed altri miei commilitoni, che non avevamo voluto collaborare con i fascisti, toccò quella sorte. Fummo imbarcati su un cargo adibito al trasporto del carbone e, dopo una giornata di navigazione, sbarcammo a Venezia.
Verso i campi di concentramento
Nella vicina stazione ferroviaria ci attendeva un convoglio di carri bestiame sul quale fummo stipati come sardine (circa una quarantina per vagone), tutti in piedi. Non disponevamo degli indispensabili servizi per i bisogni fisiologici e fummo costretti a praticare un buco nel pavimento del vagone. Da quel momento non si poté più scendere dal vagone fino alla destinazione stabilita perché i vagoni erano stati accuratamente sigillati. La partenza fu alleggerita solo dalla generosità e affettuosità dei veneziani che voglio in questa occasione ancora ricordare. Prima che i vagoni fossero chiusi, ci portarono viveri di ogni genere, inoltre alcuni ci chiesero gli indirizzi per avvisare i nostri cari (conservo ancora cartoline postali inviate ai miei famigliari). Il viaggio durò circa un mese, era un settembre caldissimo: quello che ci mancò di più fu l’acqua. Combattere la sete fu il nostro maggior problema. Non ricordo altro di quel viaggio.

L’arrivo in Prussia
Giunti a destinazione e scesi dal vagone, rammento solo che andammo tutti alla ricerca disperata di acqua. Eravamo arrivati in Prussia. Ci portarono in un campo di concentramento recintato con fili spinati e ci sistemarono in diverse baracche, dove vi erano letti a castello in legno a tre piani. Come materassi c’erano dei pagliericci ripieni di paglia e foglie secche. Avevamo una stufa a carbone per riscaldarci. In seguito la usammo per cuocere sulla cenere patate e ogni cosa che poteva essere cotta, e che riuscivamo a recuperare qua e là. Per lavarci e per gli altri servizi andavamo all’aperto, dove c’erano dei rubinetti e delle fosse.
Dall’alba al tramonto
Il sorgere del sole era la sveglia e in fila in cortile aspettavamo che ci riempissero la gavetta con una bevanda calda di colore scuro e natura ignota. Si partiva poi per andare a lavorare. Facevamo sempre lavori pesanti di tutti i generi: si preparavano piste per i campi di aviazione, si costruivano strade, si scavavano trincee, si caricavano e scaricavano carri, ecc. A mezzogiorno avevamo mezz’ora di sosta per mangiare (sarebbe meglio dire bere) una brodaglia contenente rari pezzi di rapa. Poi di nuovo al lavoro sino al tramonto del sole. Alla sera si mangiava come cena un pezzetto di circa 20-25 grammi di una sostanza grassa sconosciuta che spalmavamo su una fetta di pane scuro impastato con la paglia che era parte di un filone da dividere in sei porzioni. Poi prima di andare a riposare si pregava tutti insieme.
Cibo di recupero
Lavorando tutti i giorni a quel ritmo e mal nutriti, le nostre forze fisiche diminuivano sempre di più. Arrivammo al punto che non riuscivamo a fare neanche una brevissima corsa. Non essendo i posti di lavoro sempre gli stessi, ci capitava di trovarci vicino a delle case. Per noi era una manna: ci buttavamo subito sui contenitori dei rifiuti, nei quali riuscivamo sempre a trovare qualcosa da mangiare, per esempio pane vecchio o ammuffito, o avanzi di vivande cotte che raccoglievamo nelle gavette. Se vicino al posto di lavoro si scopriva un campo coltivato, di nascosto, ci allontanavamo, e andavamo alla ricerca di ortaggi che mangiavamo crudi sul posto.
Torture quotidiane
La fame era sempre tanta e alcuni miei compagni riuscivano di tanto in tanto a fare una apertura sotto la rete spinata del campo e a notte fonda uscivano alla ricerca di qualche patata e altre verdure nei campi circostanti. Poi ritornavano al campo. Non si poteva andare da nessuna parte, c’erano tedeschi ovunque. Quando venivano scoperti erano brutalmente puniti: stesi su un tavolo venivano frustati selvaggiamente sino a quando sanguinavano, oppure venivano costretti, qualsiasi fossero le condizioni metereologiche, a marciare in cortile con un mattone per mano e ad un fischio dovevano inginocchiarsi e poi rialzarsi sino a che non avevano più forza per proseguire.

Le punture nel lager
Capitò anche che alcuni miei compagni per avere del cibo – pane e patate – dessero ai soldati tedeschi orologi o oggetti di valore. Alla sera cenando, seduti sulle panchine delle nostre baracche, si chiacchierava tra noi e di sovente si diceva: “Chissà quando vedremo sulla nostra tavola un pezzo di pane avanzato…”. Nel lager venivamo visitati da alcune persone che non sembravano medici e che ci facevano punture sul petto. Ogni tanto veniva un cappellano che non ho mai capito di che nazionalità fosse, che celebrava la santa Messa alla quale tutti quanti assistevamo.
Il giorno della fuga
Nei primi mesi del 1945, quando l’esercito tedesco stava per cadere a causa dell’avanzare dei sovietici, i controlli si allentarono e riuscimmo a scappare dal campo di concentramento. A quel punto iniziò una vera e propria avventura. Per sfuggire ai tedeschi fummo costretti a camminare sul mare gelato (mar Baltico). Per fortuna eravamo ben coperti grazie agli abiti raccolti per strada o su carri abbandonati e a scarpe con suole di legno per non congelare i piedi. Giungemmo così a Danzica che non era stata ancora bombardata dagli alleati angloamericani, ma poco dopo il nostro arrivo cominciarono ad attaccarla con l’aviazione e l’artiglieria perché i tedeschi non avevano accolto l’invito alla resa. Furono giorni e notti terribili con continui bombardamenti: le notti erano più chiare del giorno, illuminate da razzi e bengala.
Dolore, macerie e paura
Approfittando di un momento di tregua io con tre miei compagni uscimmo di notte da un rifugio di fortuna, che era un lungo corridoio interrato ricoperto da tralicci di canna di bambù, allontanandoci così da Danzica. Durante la nostra fuga non cessavano mai gli spari, per cui, scoperto un vero rifugio, vi entrammo. Lì c’erano bambini, donne e anziani. Ma dopo poco che eravamo lì, arrivarono dei militari tedeschi che puntarono contro di noi le armi e ci costrinsero ad uscire. Riprendemmo il cammino. Si procedeva senza meta. Davanti a noi lo spettacolo era terrificante: ovunque morti, feriti, case distrutte. Tutto era un cumulo di dolore e di macerie. Una sera ci trovammo in una zona molto buia dove non vedevamo nulla e per riposarci ci fermammo in un posto che sembrava tranquillo, ma alle prime luci del giorno scoprimmo di essere finiti in un cimitero.
Finalmente, di nuovo persone
Agli inizi del mese di maggio del 1945 eravamo ancora sbandati, nonostante la guerra in Italia fosse finita il 25 aprile. Arrivarono allora i russi che radunarono tutti gli italiani in un campo di raccolta. Restammo lì tre mesi in attesa del nostro rimpatrio. Purtroppo circolavano voci poco rassicuranti circa un nostro possibile invio in Russia. Ma con l’inizio di settembre la situazione mutò in nostro favore. Venimmo infatti portati su un treno merci che ci doveva condurre in Italia. Arrivati in una zona controllata dagli americani ci fermammo lì alcuni giorni: finalmente venimmo trattati da vere persone. Dopo anni di fame mangiammo della carne in scatola in dosi accettabili. I russi ci davano una scatola di carne da dividere in otto parti, mentre con gli americani una scatola era divisa in quattro.
Ritorno a casa
Gli americani ci misero poi su una tradotta che ci portò in Italia a Pescantina (Vr) dove ci chiesero i dati personali e ci lasciarono liberi di tornare alle nostre case. Arrivai a casa il 15 ottobre 1945. La sera la banda del mio paese festeggiò il mio ritorno con un concerto davanti alla mia abitazione. Ero diventato l’ombra di me stesso e per rimettermi in salute fu necessario un anno di cure. Il mio medico curante era il professor Virgilio Ferrari (1888-1975) che fu il secondo sindaco di Milano dopo la Liberazione. Medico di professione e iscritto al Partito Socialista Democratico Italiano, Ferrari fu sindaco di Milano dal 1951, quando successe al socialista Antonio Greppi, al 1961. Mi curò come un figlio, con tanta dedizione e grande affetto.
A quel punto potei riprendere e finire gli studi e ricominciare una vita normale.

La redazione di Sapereambiente ringrazia Anna Re per aver voluto affidare alla nostra testata la condivisione di una testimonianza tanto personale ma allo stesso tempo carica di un profondo significato universale, che rafforza la richiesta di pace nella quale siamo impegnati.

















