Eliana Liotta è una delle figure più influenti nel campo della divulgazione scientifica italiana. Siracusana d’origine ma trapiantata a Milano, nei suoi libri esplora l’interconnessione tra il nostro stile di vita, le scelte alimentari e la salute del pianeta, dimostrando come le soluzioni per risolvere le crisi globali passino anche attraverso la nostra tavola. Su questi e altri temi collabora con diverse testate come Sette e Io donna del “Corriere della Sera”, gestendo anche un proprio blog, Il bene che mi voglio. Personalità poliedrica (è diplomata in pianoforte al Conservatorio di Palermo), ha ricevuto diversi premi, fra cui il “Bologna Award” per la comunicazione della sostenibilità e dirige la collana editoriale Scienze per la vita della casa editrice Sonzogno.
Abbiamo voluto conoscerla da vicino per entrare nel merito delle sue battaglie quotidiane nella comunicazione di temi complessi come la nutrigenomica, che coniuga la genetica con le scelte nutrizionali, al centro di molte sue riflessioni.

E per comprendere come possiamo contribuire, attraverso le buone pratiche, a una rivoluzione globale per un futuro più sano, consapevole e rispettoso dell’ambiente.
La sua attività da giornalista e scrittrice è caratterizzata da un’attenzione speciale verso la sostenibilità e la sfera alimentare. Basti vedere il suo volume Il cibo che ci salverà (La nave di Teseo, 2021) che mette in relazione proprio questi due aspetti. In che modo si collegano?
Esiste un cibo che è allo stesso tempo gentile con il corpo e con il pianeta. È un cibo intelligente, adatto all’Antropocene, l’epoca geologica nella quale sono gli esseri umani a influenzare gli eventi della Terra. Per salvare l’ambiente non basta soltanto andare in giro in bici e ricordarsi di spegnere le luci. Non è sufficiente pensare solo a petrolio e carbone, come ha avvertito l’Onu. Il riscaldamento globale non potrà arrestarsi senza modificare il sistema alimentare, da cui dipende un terzo delle emissioni di gas serra, responsabili dell’aumento delle temperature. Ma l’aspetto straordinario è che i pranzi e le cene invocati per frenare l’inquinamento e il clima impazzito sono esattamente gli stessi che proteggono la salute e che potenziano il sistema immunitario. Le cinque diete che ho proposto nel saggio, sia ecocarnivore come la dieta mediterranea, sia vegetali, sono in grado di mitigare le emissioni inquinanti e di migliorare lo stato di salute. Siamo quello che mangiamo e quello che mangiamo cambia il mondo.

Ci sono dei dati che dimostrano come una dieta sostenibile possa ridurre l’insorgere di diverse patologie?
Ne cito uno in particolare. Se la popolazione dei paesi industrializzati riuscisse a raddoppiare entro il 2050 i consumi di vegetali e dimezzasse quelli di zuccheri, farine raffinate e carni rosse e trasformate, si frenerebbe il riscaldamento globale e si eviterebbero almeno 11 milioni e mezzo di decessi prematuri all’anno dovuti ad abitudini alimentari malsane. I dati sono della Commissione Eat – The Lancet.
Spesso si pensa che mangiare in modo sano e sostenibile richieda sacrifici o costi elevati. È così?
C’è l’idea che l’alimentazione sana costi troppo. Cito sempre a questo proposito l’esempio dei legumi: sono la fonte proteica meno impattante, meno costosa e più salutare che esista. Possiamo tenerli secchi in dispensa, surgelati in freezer o acquistarli freschi. Anche quelli in barattolo mantengono le loro proprietà nutrizionali, a patto di sciacquarli prima del consumo per eliminare l’eccesso di sale.

Un esempio in particolare, magari fra quelli di cui scrive nella sua rubrica “Smart tips” sulle pagine domenicali del Corsera?
I ceci. È uno dei cibi del futuro e ha radici millenarie nell’alimentazione umana. Resistenti alla siccità, vengono studiati come possibile coltura nelle zone che diventino aride a causa dei cambiamenti climatici. Costano poco, si conservano a lungo e danno tanto. I ceci secchi sono una buona fonte di proteine, carboidrati, vitamine B, calcio e ferro. Ne basta una porzione per coprire circa un quarto della quantità quotidiana di fibre consigliata.
Un’altra parola chiave della nostra epoca è “superfood” come soluzione miracolosa per la salute. Lei cosa ne pensa?
Io parlo di smart food, di cibi intelligenti, ma usare superfood non è un problema, a patto che ci si intenda. Sono smart non solo alimenti esotici ma anche e soprattutto i nostri pomodori, le verdure o i frutti di bosco. Non c’è un singolo cibo che faccia i miracoli, quello che veramente conta è seguire la dieta mediterranea o comunque una dieta con una forte base vegetale.
Un ulteriore tema che lei evidenzia, stavolta nel suo ultimo libro, La vita non è una corsa (La nave di Teseo, 2024), scritto in collaborazione con specialisti dell’ospedale San Raffaele, è l’importanza delle pause nella nostra vita frenetica. Perché sono così importanti?
Le pause sono la chiave, l’unica, per ritrovare energia e sono anche la strada per sperare di vivere bene e a lungo. Dosarle può ridurre il rischio di cancro, di infarti, di diabete, di demenze. Può regalare creatività, puntellare la memoria, proteggere dalle decisioni avventate. Allontanare la stanchezza e l’ansia. Risucchiati dal vortice dell’urgenza, dalla smania di riempire ogni buco delle nostre giornate, dal terrore della noia, abbiamo smesso di cercare un ristoro profondo, dormiamo poco, riflettiamo a stento. Ogni tanto, fermiamoci: perché la vita non è una corsa e quando non alterna, come la musica, suoni e silenzi, diventa un fracasso insostenibile.

Durante la pandemia, lei ha sottolineato le lezioni che potevamo trarre da quell’emergenza, in particolare riguardo la correlazione tra il nostro corpo e l’ambiente. A distanza di cinque anni quale pensa sia l’insegnamento che resta?
Proprio durante i mesi del lockdown ho scritto un libro, sempre per “La nave di Teseo”, dal titolo emblematico: La rivolta della natura. Molte patologie infettive degli ultimi decenni, da Ebola all’Aids, da hendra alla dengue, non sono solo tragedie dettate dal caso. C’è un nesso profondo tra la loro diffusione e i cambiamenti climatici, la deforestazione, l’inquinamento e anche la diseguaglianza sociale, perché povertà e fame sono alleati dei virus. Dobbiamo imparare dai nostri errori e agire subito per correggerli.
Il clima di un futuro che per certi versi è già presente può trasformare lande vaste della Terra in incubatori incredibili per le larve di zanzare. Lo scioglimento delle calotte polari può minacciarci con virus che riemergono dai ghiacciai. Negli ecosistemi degradati gli agenti patogeni si adattano alle poche specie selvatiche rimaste e riescono a fare più facilmente il salto da un pipistrello o un roditore a noi. Nelle aree inquinate, i microrganismi trovano autostrade spianate per insediarsi e moltiplicarsi.
Guardando al futuro della divulgazione scientifica, pensa che i social media siano più un’opportunità o un rischio?
Ci sono istituzioni e singole persone che fanno un’ottima divulgazione sui social e ci sono influencer, anche con il camice bianco, che dicono banalità. Dovremmo insegnare a scuola a distinguere le fonti scientifiche, privilegiando i giornalisti e i divulgatori seri.
In ogni caso un articolo o un libro non potranno mai essere sostituiti da un post, perché bisogna dare respiro alla complessità per comprendere certi argomenti.


















