Ulderico Pesce, attore e regista teatrale, ha portato in scena a più riprese le ingiustizie della Basilicata, la terra in cui è nato, e non solo. Basti pensare a Storie di scorie, ispirato dalla mobilitazione di Scanzano Jonico (Mt) del 2003 contro il deposito unico dei rifiuti nucleari, ad Asso di monnezza con il quale scendeva, qualche anno dopo, sullo spinoso terreno del traffico illecito.
O ancora ad A come amianto (2011) che denunciava il dramma delle patologie derivanti dall’esposizione all’eternit e infine a Petrolio (2017), centrato sull’impatto degli impianti estrattivi nella Val d’Agri. La sua è una spiccata sensibilità civica che l’ha portato negli anni a coltivare, fuori e dentro la scena, uno sguardo indipendente su diverse questioni d’interesse pubblico, compreso il dramma di Elisa Claps raccontato, due anni fa, dal punto di vista del padre.
Poesia in scena
Ma fra i suoi interessi più autentici c’è anche la poesia, che l’ha portato a collaborare in maniera molto stretta con Amelia Rosselli e a presentare, pochi giorni fa a Laurenzana (Pz), L’uomo col cappello di paglia: la sua nuova opera teatrale, interpretata al fianco di Maria Letizia Gorga e dedicata al poeta lucano Michele Parrella (1929-1996), che Pesce aveva conosciuto proprio attraverso la celebre autrice di La libellula.

L’appuntamento al Poetry Village
Proprio intorno a questi due nodi della sua esperienza Ulderico Pesce e Maria Letizia Gorga, con la musica dal vivo di Vincenzo D’Orsi e Federico Casalaspro, saranno al Poetry Village di Roma, sabato 13 settembre (ore 17.00), per un inedito contributo sospeso fra poesia, musica e teatro.
Ne abbiamo parlato con l’attore e regista per avvicinarci al meglio a questo evento.
Ulderico Pesce, il vostro L’uomo col cappello di paglia si cuce intorno alla figura di Michele Parrella, il poeta lucano, vissuto a lungo nella Capitale, che lei ha conosciuto grazie ad Amelia Rosselli. Vuole raccontarci come è nato il vostro incontro?
Non ho conosciuto a fondo Michele da amico ma ricordo il nostro primo incontro a casa mia, a Rivello, vicino Maratea: era il 1986, lui venne a sapere che da me c’era Amelia, così venne a trovarla. Io lo andai a prendere in piazza, ricordo che era un uomo che vestiva sempre di bianco: pantalone, giacca, camicia, persino la cravatta era bianca, insieme a quell’inconfondibile cappello di paglia. Devo confidarvi che mi mise un po’ di soggezione: era una persona molto umile, ma quell’esigenza di portare sempre un “costume” con tutto quel bianco era respingente per me. Quel giorno, a casa con Amelia, loro due parlarono a lungo: io ero giovane, ascoltavo e parlavo poco. Si rivelò una persona profonda e giocherellona. È nata l’esigenza di affrontarlo perché Amelia mi raccontava sempre di Rocco Scotellaro, che fu il suo compagno, poeta e massimo esponente del meridionalismo agrario in un momento in cui lo stato pensava solo all’incremento dell’industria, e io volevo indagare un altro lucano che si occupasse del Sud, di braccianti e di agricoltura.
Ma qual è stata la genesi dello spettacolo, quali aspetti l’hanno interessata di più in questa trasposizione?
La genesi dello spettacolo nasce dalla volontà di vedere la questione meridionale aperta nella poesia, nella letteratura e nella politica attraverso nomi come Vittorini, Levi, Silone e lo stesso Parrella, che la abitò del tutto e ne visse il fallimento guardando morire tutti gli spunti politici e poetici che c’erano per salvare il Sud dall’arretratezza. Assistette a questo insuccesso e lo affrontò nella poesia, parlò della sonorità dello strumento musicale popolare tipico dell’Italia meridionale, il “putipù”, detto anche “cupa cupa” definendolo “più triste del tuono”. Al Poetry Village presenterò insieme Parrella, Rosselli e Scotellaro, perché tutti e tre affrontano in maniera diversa il mondo dei contadini, degli ultimi, e si oppongono, come faceva lo stesso Pasolini, al capitalismo, custodendo e innalzando parole come verità, compassione, poesia e coscienza civile e ambientale.

Lei appunto è stato grande amico di Amelia Rosselli (1930-1996), a lei ha anche dedicato lo spettacolo Il folle volo, splendidamente interpretato da Maria Letizia Gorga. Quanto la poesia polifonica, inquieta e radicale della Rosselli ha “contaminato” il suo modo di concepire l’arte e, perciò, la vita?
Ho avuto la fortuna di incontrarla nell’1985 e da allora è nata una grande amicizia. Mi portava nelle università, leggevamo le sue poesie insieme, addirittura ci scambiavamo le case: lei abitava in via del Corallo e le piaceva scappare dai turisti di Piazza Navona, così veniva da me, nella mia casa a San Lorenzo, dove c’erano tramonti che lei amava. La libellula era un poema suo e Amelia, che era anche una grande pianista, voleva ripercorrere le fughe di Bach, con un ritmo ossessivo prima verso l’alto e poi verso il basso, e pieno di allitterazioni. Contadini del Sud l’ho dedicato invece alla storia d’amore tra lei e Rocco Scotellaro, al loro impegno politico, e con questo spettacolo abbiamo girato il mondo.
Il folle volo è un richiamo a Dante, a quando Ulisse prova a volare verso lo stretto di Gibilterra per provare a vedere “l’altro mondo”. Amelia (che si suicidò l’11 febbraio 1996, stesso giorno di Sylvia Plath trentatré anni dopo, lanciandosi dal suo balcone in via del Corallo, ndr) vola invece per negare il mondo che non le piaceva, quello borghese e falso della società capitalistica in cui viviamo. Era una domenica quando accadde, alle due del pomeriggio, orario in cui tutta Roma ascoltava la radiolina che parlava di calcio e che lei non sopportava.
Cosa le ha insegnato la Rosselli?
Amelia mi ha insegnato tante cose, la prima è che nelle sue poesie non c’è mai la parola io, ma parla sempre col noi. La cancellazione dell’io è un presupposto intimo e anche politico; coltivare il noi significa coltivare un sentire comune che non ci porta verso l’autopromozione, ma verso l’altro. La seconda è che mi ha insegnato a scrivere solo sotto ispirazione e se hai qualcosa da dire. Se l’ispirazione non ti governa, occorre avere l’umiltà di preferire il silenzio. Ne La libellula scrive: “mi prende la lebbra da scrivana”, come se scrivere, comporre, creare fosse una malattia, se sei appestato puoi occuparti di arte, altrimenti no. Lei sosteneva l’ingiustizia di piegarsi al mercato e all’industria culturale. Aveva la religione delle cose piccole, infinitamente piccole, come ci aveva già insegnato Rocco Scotellaro quando parlava dell’occuparci dei “fili d’erba”. La terza grande cosa, allora, che mi ha insegnato Amelia è che la poesia può essere anche una costante analisi della falsità del mondo borghese e insieme la ricerca della verità in tutto ciò che è piccolo, umile, come il mondo contadino che ha sempre celebrato.

Un mondo contadino che oggi sembra tramontato…
È vero, allora io mi chiedo: ora che anche il mondo contadino è morto, dove sono gli elementi di verità? Personalmente la intravedo un po’ nei disperati, come nelle persone anziane e sole, quelle nelle Rsa, quelli che hanno già eliminato l’io e sono pronti ad acchiappare qualsiasi persona accanto a loro. O come quelli che non hanno soldi, che hanno perduto tutto, anche la speranza, negli animali, negli alberi. Anche gli alberi, abbandonati dall’uomo, alla cura, sono disperati. La natura, oggi, è disperata, ed è per questo elemento potente di verità. Per queste ragioni voglio narrare di problematiche ambientali.
Lei è anche attore, ma soprattutto autore prolifico che ha dato un grande contributo al mondo teatrale italiano soprattutto grazie al suo modo originale e coraggioso di trattare tematiche spesso scomode. Quanto, per lei, l’arte può farsi strumento di denuncia e può contribuire a smuovere le nostre coscienze?
È la domanda che mi piace di più. Ecco, la coscienza, ma che cos’è esattamente? Dicevo prima che la coscienza è morta, in quanto si tratta di un qualcosa che è dentro di te e che ti impedisce di compiere delle azioni che vanno contro altri esseri umani, contro la natura contro la vita. Noi non l’abbiamo più. Più che smuovere la coscienza, occorre rieducare a questa, e perciò l’arte, e tutto ciò che ne consegue e che viene fatto in maniera autentica può far rinascere la coscienza, ricrearla. L’arte non deve essere però concettuale, cioè non deve rivolgersi al cervello della gente, sennò diventa prodotto cerebrale e non rinasce niente. L’arte deve raccontare l’emotività di quei pochi che la coscienza l’hanno conservata. Mi sono molto occupato di ambiente e ho conosciuto anche persone nel settore dei rifiuti che si sono ammalate a causa di questi, ho incontrato disperazioni che possono esserci utili a conservare una coscienza.
È per questo che ho voluto rappresentare queste problematiche, perché guardandole, attraversandole, denunciandole possa germogliare ancora quella coscienza perduta.



















