La stagione di Sapereambiente riprende con il Poetry Village: l’evento di poesia nella natura, giunto alla terza edizione, che porterà al Parco della Caffarella di Roma, dal 9 al 13 settembre (con un evento speciale “fuori villaggio” il 16), più di sessanta voci della letteratura, della musica e delle arti visive.
Fra gli ospiti ci sarà anche Claudio Damiani, tra i più noti poeti del nostro tempo, che con il suo recente Rinascita (Fazi, 2025) ci regala un viaggio nell’infanzia che trascorse in un villaggio minerario della Puglia fra gli anni Cinquanta e Sessanta, vale a dire San Giovanni Rotondo, prima di trasferirsi con la famiglia a Roma. Un luogo concreto e al tempo stesso archetipico, nel quale la natura, con i suoi paesaggi essenziali, di terra rossa e cieli lunghi e azzurrissimi, è protagonista. Il suo reading, a metà fra poesia e prosa, si terrà venerdì 12 settembre alle ore 19.00, quando dialogherà con Angiola Codacci Pisanelli, giornalista de L’Espresso.
L’abbiamo intervistato per avvicinarci a questo appuntamento e iniziare ad abitare insieme, già da queste pagine, il Poetry Village 2025.
Damiani, lei ha sempre adottato una scrittura essenziale, sobria eppure profondamente filosofica, che nella sua genuinità riesce a portare alla luce questioni “grandi”. Come mai ha scelto di raccontare l’infanzia attraverso una forma ibrida, quella della prosa e della poesia insieme?
Nei miei libri compare spesso la prosa e ovviamente è una prosa poetica e breve, non narrativa; compaiono anche brevi dialoghi, anche loro in prosa. Sento che la poesia può contenere la prosa, ciò non vuol dire che vada verso la prosa. In Rinascita si aggiungono anche altre necessità: quella di descrivere ossessivamente un luogo nella prima parte, e quella di raccontare un’infanzia nuova, come una rinascita, nella seconda. La descrizione serve a ricostruirlo il luogo, perché è cambiato in seguito a un abbandono, e è sfocato nella memoria perché vissuto nei primissimi anni di vita.
Leggendo il libro, si sente l’odore della terra rossa e si avverte la presenza di un grande cielo sotto il quale si staglia una vita dolce, lentissima. Si sente il rumore della bicicletta numero 14 del bambino, che corre veloce nel sole, quello degli animali, ma anche quello del silenzio. L’opera letteraria può restituirci la meraviglia della lentezza?
Penso che l’arte sia imitazione della natura, come aveva detto molto bene Aristotele, e quindi anche dei suoi tempi, come una sincronizzazione con i suoi tempi. Di Omero Aristotele aveva detto che non va né veloce né lento, ma procede nello stesso tempo dello svolgersi degli eventi, stando sempre nel centro di loro, né prima né dopo. Stando nel centro, noi vediamo i fatti nel loro puro accadere. Per quanto riguarda i fatti della mia prima infanzia nel villaggio minerario, io ce l’ho dentro da sempre già in un certo senso pronti, vivi come fosse ieri. Si tratterebbe in sostanza semplicemente di metterli in scrittura così come sono, ma questa è la cosa più difficile. Per questo per scrivere questo libro ci ho messo tanto, quindici anni.
In Rinascita la natura non è semplice sfondo, ma creatura viva che accompagna l’infanzia, custodendone il mistero. Questa ha attraversato da secoli la poetica di tanti autori, pensiamo a Lucrezio, Leopardi, Pascoli, d’Annunzio, Dickinson… Il “Poetry Village” vuole proprio celebrare la poesia che nasce dall’incontro con la natura. Secondo lei, la poesia può aiutarci ad ascoltare il suo linguaggio segreto, il suo canto buono?
La poesia, ma possiamo dire anche più in generale l’arte, e non è soggettiva, come molti pensano, espressione dell’autore, ma oggettiva, come la scienza. Sia l’arte che la scienza ci parlano della natura, ci dicono che cosa è lei, che cosa siamo noi. La differenza è che mentre la scienza vede la realtà dall’esterno, l’arte invece la vede dall’interno. La scienza si mette fuori della stanza, e guarda dal buco della chiave. L’arte entra dentro. E ovviamente vede le cose molto meglio. C’è anche chi pensa che non sia possibile mettersi fuori. Immaginate che la stanza sia l’universo. Come è possibile mettersi fuori?
Nella seconda parte il suo libro diviene atto creativo, salvifico, nel quale l’autore da adulto “ritorna a casa” aprendosi a una dimensione più immaginativa, spirituale, che permette di interpretare con gli occhi di oggi quell’infanzia. Se lei potesse parlare al bambino che correva sulla sua bicicletta numero 14, cosa gli direbbe?
L’infanzia dentro di noi, per le cose che abbiamo visto, per come le abbiamo viste, ci fa rinascere continuamente. Che cosa direi al bambino? Diciamo che soprattutto mi piacerebbe conoscerlo. Poi gli farei delle domande, ma penso anche che ne farebbe lui a me.
E per lei cosa significa incontrare il suo pubblico, con quali emozioni si avvicina al pomeriggio del 12 settembre nella cornice del Poetry Village?
Mi fa molto piacere partecipare, come romano amo la Caffarella e il Parco dell’Appia Antica, trovo interessante l’idea della “poesia come arte trasversale ed archetipica” e il fatto che il festival si concentri sulla natura, che è il mio tema da sempre, anche quando, penso alla fine degli anni Settanta quando ho cominciato a pubblicare, in poesia era una specie di tabu. Nel mio libro la natura è collegata alla prima infanzia, quando le due cose si incontrano per la prima volta, ma già si conoscevano prima.

Spero che con il pubblico ci sia un bel dialogo, che le persone si immergano anche loro nella propria infanzia e si sentano rinascere.


















