«Nella sua brutale offensiva militare, alla data del 7 ottobre 2024, l’esercito israeliano aveva ucciso oltre 42.000 palestinesi, tra i quali oltre 13.300 bambini, ferendone oltre 97.000, in molti casi a seguito di attacchi diretti o intenzionalmente indiscriminati che spesso hanno spazzato via intere generazioni familiari. «È trascorso un altro anno e nessuno è riuscito a fermare questa strage».
Tina Marinari, coordinatrice delle campagne per Amnesty International Italia, fra le organizzazioni che appoggiano il tentativo della Global Sumud Flotilla di rompere il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza, non ha dubbi: Israele ha compiuto atti proibiti dalla Convenzione sul genocidio. E la missione alla quale partecipano migliaia di attivisti da 45 paesi rappresenta un gesto necessario, di umanità e solidarietà, pienamente legittimo: «Questo gruppo ha organizzato una mobilitazione enorme per rompere insieme l’assedio e aiutare a salvare Gaza. Un assedio che nessuno è riuscito a fermare finora. La missione è conforme al diritto internazionale». E ancora:

«Ogni tentativo di intercettare la Flotilla potrebbe costituire un’aggressione e una violazione del diritto alla libertà di navigazione ai sensi del diritto marittimo internazionale».
Distruzione senza precedenti
Uccisioni, gravi danni fisici e mentali, la deliberata inflizione di condizioni di vita calcolate per causare la distruzione fisica della popolazione palestinese di Gaza, ma anche le prove raccolte sul campo e da remoto, pubblicate nel rapporto Ti senti come se fossi un subumano: il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza, hanno permesso di arrivare alla conclusione giuridica di genocidio. «Mese dopo mese, Israele ha trattato la popolazione palestinese di Gaza come un gruppo subumano non meritevole di diritti umani e dignità, dimostrando il suo intento di distruggerli fisicamente – aggiunge Marinari – Israele ha causato una distruzione senza precedenti, che gli esperti affermano di non aver mai riscontrato per livello e rapidità in alcun altro conflitto del XXI secolo, radendo al suolo intere città e distruggendo infrastrutture fondamentali, terreni agricoli e siti culturali e religiosi». L’Idf continua intanto a sparare sulle persone che cercano disperatamente il cibo. Alcune fonti degli ospedali di Gaza hanno riferito ad Al Jazeera che almeno cinquanta palestinesi sono stati uccisi nelle prime ore del mattino dello scorso 29 agosto, tra cui 19 per armi da fuoco.
Tina Marinari, stiamo assistendo all’impotenza del diritto internazionale e delle organizzazioni diplomatiche?
In questi ultimi due anni i governi non hanno fatto abbastanza per fermare questo genocidio: è proprio questo atteggiamento ad aver consentito decenni di impunità di Israele per le sue violazioni del diritto internazionale. Il diritto internazionale ha dimostrato che esistono tutti gli strumenti per fermare il genocidio, sono gli stati che devono andare oltre le mere espressioni di rammarico o dispiacere e svolgere una forte e sostenuta azione internazionale per quanto scomoda sia. I mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità hanno fatto realmente sperare nella giustizia da lungo tempo dovuta in favore delle vittime. Gli stati devono mostrare rispetto verso la decisione della Corte e i principi universali del diritto internazionale arrestando e consegnando quei ricercati alla Corte stessa. Messico, Nicaragua, Sudafrica ci hanno dimostrato che il diritto internazionale è vivo e offre tutti gli strumenti necessari per affrontare questa crisi, tocca agi altri stati seguire il loro esempio.
Quanto incide sul processo di pace la divisione all’interno dell’Europa?
Troppo. Di fronte ad un genocidio e ad una carestia certificata, la risposta dovrebbe essere univoca e forte. Invece la decisione dell’Unione europea di non sospendere l’accordo di associazione con Israele è stato un tradimento ai valori fondatori dell’Unione europea, fondati sul rispetto del diritto internazionale e sulla lotta contro le pratiche autoritarie. I suoi leader avevano l’opportunità di prendere una posizione di principio contro i crimini commessi da Israele, ma hanno invece dato via libera alla continuazione del genocidio nella Striscia di Gaza, dell’occupazione illegale dell’intero territorio palestinese occupato e del sistema di apartheid contro le persone palestinesi. Ogni volta che l’Unione europea non agisce, il rischio di complicità nelle azioni di Israele cresce. Le vittime hanno diritto a ben più che parole vuote.
Cosa dovrebbero fare gli Stati europei?
Gli stati membri devono ora assumere iniziative proprie e sospendere unilateralmente tutte le forme di cooperazione con Israele che possano contribuire alle sue gravi violazioni del diritto internazionale, compresi un embargo completo sull’esportazione di armi, attrezzature e tecnologie di sorveglianza e un divieto totale di commerci e investimenti con gli insediamenti illegali di Israele nel territorio palestinese occupato.
Il diritto internazionale prevede il diritto di difesa. Conta anche la proporzionalità della risposta militare?
Secondo il diritto internazionale, non ci può essere giustificazione per i crimini internazionali, compreso il genocidio. Israele ha l’obbligo secondo il diritto internazionale di proteggere tutte le persone soggette alla sua giurisdizione o al di sotto del suo effettivo controllo, compresi i territori occupati – che siano persone palestinesi o israeliani. Tuttavia, gli atti compiuti in nome della sicurezza devono rispettare il diritto internazionale, e devono essere proporzionati alla minaccia posta. Nel corso degli anni, Israele ha ripetutamente usato la sicurezza per giustificare le sue serie violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nei confronti della popolazione palestinese. Ha imposto un blocco illegale su Gaza, punendo collettivamente la sua popolazione civile, e imposto restrizioni severe e di lungo termine alla libertà di movimento delle persone palestinesi in Cisgiordania. Minacce alla sua sicurezza non possono in alcun modo giustificare il genocidio a Gaza e l’imposizione di un sistema di apartheid nei confronti della popolazione palestinese.
Mentre Benjamin Netanyahu ha dato il via all’operazione per prendere il controllo totale di Gaza, stiamo assistendo a una terribile carestia. Chi sono i complici di questa disumanizzazione della politica?
Nel suo rapporto, Amnesty International ha esaminato 102 dichiarazioni rilasciate da funzionari governativi e militari israeliani tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2024 che disumanizzavano la popolazione palestinese, invocavano o giustificavano atti di genocidio o altri crimini contro di loro. Tra queste, abbiamo identificato 22 dichiarazioni rilasciate da alti funzionari incaricati di gestire l’offensiva che sembravano invocare o giustificare atti genocidi, fornendo prove dirette dell’intento genocida. Queste sono solo alcune delle dichiarazioni analizzate: il Presidente Isaac Herzog, 12 ottobre 2023: “C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Non è vera questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti.”; il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, l’ 11 novembre dello stesso anno: “Per intenderci, quando dicono che Hamas deve essere eliminato, significa anche che quelli che cantano, quelli che sostengono e quelli che distribuiscono dolciumi, sono tutti terroristi. E dovrebbero essere eliminati!”. Quando queste frasi vengono ripetute e mandate in diretta nazionale, qualsiasi azione sembra essere giustifica.
Di recente Antonio Tajani, ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha dichiarato che non ha senso riconoscere lo stato palestinese. Il ministro degli esteri tedesco, Johann Wadephul, ha affermato che il riconoscimento dovrebbe avvenire dopo un processo negoziale. Eppure 147 stati membri dell’Onu su 193 oggi riconoscono il diritto dei palestinesi di esistere come entità geografica e politica. Qual è la posizione di Amnesty International?
Come organizzazione per i diritti umani e per le nostre politiche interne sull’imparzialità, Amnesty International non riconosce né conferisce legittimità agli Stati. Il nostro lavoro si concentra sul monitorare che gli Stati e gli altri attori si attengano ai loro obblighi in materia di diritti umani, documentando le violazioni e facendo campagne per il rispetto dei diritti umani per tutte le persone. Amnesty International fa riferimento allo Stato di Palestina nella documentazione e sul suo sito web in linea con il riconoscimento dell’Onu del 2012 della Palestina come Stato osservatore non membro. E come organizzazione non governativa riteniamo che le autorità palestinesi hanno la responsabilità di far rispettare e garantire i diritti. Si sono impegnate infatti a difendere i principali trattati internazionali sui diritti umani e sul diritto umanitario internazionale, diventandone parte, nonché lo statuto di Roma della Corte penale internazionale.
L’Onu ha anche dato istruzioni di adottare la denominazione “Stato della Palestina” in tutti i documenti ufficiali e di far riferimento alle autorità palestinesi anche per Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.



















