A tre mesi dalla scomparsa di Sandro Pignatti, il botanico ed ecologo che si è spento all’età di 94 anni lo scorso 13 giugno, ci ritroviamo a riflettere sulla profondità di un pensiero che continua a parlare a chiunque ami la natura e la scienza. Sandro, infatti, se ne è andato con la discrezione che lo ha sempre accompagnato, senza clamore, come i processi naturali che amava osservare.
Nessuna brusca cesura, piuttosto un cambiamento di stato, una trasformazione coerente con le leggi profonde della vita.
Radici e paesaggi
Nato dove la laguna cambia pelle ogni giorno, tra barene cangianti e piante che vivono sul filo del possibile, adottato in seguito dalla Città eterna, Pignatti è stato il padre del celebre Flora d’Italia (1982, Edagricole), non solo un monumento della botanica ma una sorta di enciclopedia vivente della nostra biodiversità, un racconto scientifico e poetico del paesaggio italiano. In quelle pagine, ogni zolla di suolo, ogni prato, ogni macchia mediterranea prende voce. Ma soprattutto, ci insegna che osservare e comprendere la natura è anche un atto politico e culturale.
Un pensiero originale
Fra i pionieri nella difesa del patrimonio naturale, Accademico dei Lincei, professore ordinario e successivamente emerito presso La Sapienza Università di Roma, è stato autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche e di opere fondamentali che spaziano dall’ecologia generale alla scienza della vegetazione. Pensatore originale, libero, capace di leggere la realtà con uno sguardo ampio e profondo, il suo contributo andava oltre la classificazione delle specie, oltre il rigore della tassonomia: portava con sé l’urgenza di comprendere le dinamiche, le trasformazioni, i delicati equilibri che regolano tanto gli ecosistemi quanto l’avventura umana.
Lo sguardo sul cambiamento
Il pensiero di Sandro Pignatti non era mai banale, mai statico. Aveva la capacità rara di cogliere il cambiamento — nei boschi, nei climi, nelle società — e di adattare lo sguardo scientifico ai tempi che mutano. Non si rifugiava nelle certezze del già noto, ma amava inoltrarsi nelle zone grigie della complessità, dove il sapere non dà risposte immediate ma apre domande più profonde.
È stato maestro per generazioni di botanici ed ecologi in numerose istituzioni accademiche ma il suo insegnamento più potente si è trasmesso spesso lungo i sentieri, nelle escursioni condivise, nei silenzi dei boschi e nelle chiacchiere tra colleghi. Per Sandro camminare nella natura era un modo per pensare, per interrogarsi, per rimanere in ascolto.
La ricerca come viaggio collettivo
Moltissime le giornate di studio e confronto trascorse all’Orto Botanico di Roma, luogo per lui tanto eremitico quanto libero: ore trascorse tra erbari, progetti e piante con una condivisa passione. Accoglieva il confronto con intelligenza e misura, anche quando le posizioni erano distanti in quella università sempre più orientata alla performance e meno alle persone, tra colleghi talvolta più attenti al proprio ruolo che al bene comune. Lui portava una visione altra: quella della ricerca come viaggio collettivo, come spazio di libertà e costruzione critica.
In montagna per osservare
Indimenticabili le camminate in montagna: nei boschi dell’Appennino o sulle Alpi, mai per “conquistare” la vetta, ma per osservare e ascoltare. Le raccolte di piante non erano solo esercizi scientifici, ma gesti di attenzione e cura. Ogni specie diventava una voce nel racconto più ampio del paesaggio. Si camminava insieme, certo, ma più ancora si imparava a vedere davvero, ad ascoltare ciò che il mondo aveva da dire.
«Chi non fa, non sbaglia»
Tra le tante frasi che amava ripetere ce n’è una che ci resta nel cuore: «Chi non fa, non sbaglia». Un incoraggiamento semplice, radicale, che continua a scavare solchi di libertà, spingendoci a tentare, a capire, anche a sbagliare, per contribuire a comprendere la complessità di questo incredibile fenomeno che è la vita. È un principio che ha guidato la sua vita scientifica ma anche il suo modo di abitare il mondo: curioso, appassionato, mai dogmatico.
Attualità di una visione
Oggi che il cambiamento climatico mette in crisi ecosistemi e certezze, la sua visione appare quanto mai attuale. Pignatti ci ha insegnato che la natura non è un sistema da controllare, manipolare, utilizzare a proprio piacimento, bensì una rete di relazioni da comprendere e rispettare. E che anche nella scienza, come nella vita, serve un’etica dell’attenzione, del dubbio, della responsabilità, è necessario attivare una capacità di cura.
L’eredità che ci lascia
Sandro Pignatti ci lascia un’eredità enorme: libri, studi, idee, ma soprattutto uno sguardo. Quello sguardo che sa leggere le tracce lasciate sul terreno, che coglie il movimento silenzioso delle foglie, che riconosce nelle trasformazioni del paesaggio i segni di una storia più grande. A noi il compito di custodirlo, di continuare a camminare — con rispetto, con meraviglia — nelle foreste del sapere che ci ha insegnato ad abitare.
Grazie Maestro!
Nota: L’autrice è stata allieva di Sandro Pignatti negli anni Novanta presso il Dipartimento di Botanica della Sapienza Università di Roma
















