
«Una scuola per il futuro». Fu questo il messaggio quando, nel settembre del 1919, la prima scuola steineriana aprì i battenti nella fabbrica Waldorf Astoria di Stoccarda, pensata espressamente per i figli di quegli stessi operai e impiegati che a Rudolf Steiner avevano chiesto incontri, conferenze e spiegazioni su infiniti aspetti della vita, dall’alimentazione al dopo morte. Nelle settimane intensissime di preparazione ai futuri maestri, che lasciarono le rispettive professioni per dedicarsi a questa entusiasmante avventura, Steiner disse che l’impulso pedagogico che si stava avviando rispondeva sì alla richiesta dei lavoratori, generosamente supportata dal direttore della fabbrica, Emil Molt, ma che si sta lavorando per il futuro. Perché l’arte educativa della sua visione partiva dal presupposto che solo conoscendo profondamente l’essere umano nelle sue componenti e nel suo divenire, nei suoi moti sociali e antisociali, si sarebbero potuti nutrire negli allievi le qualità dell’anima, del pensiero e della volontà:
qualità che avrebbero portato, nonostante le debolezze e gli egoismi, alla creazione di forme di convivenza sane, propriamente umane e moderne.

Ecco, quel futuro è appena iniziato. Cento anni fa c’era un Europa flagellata dalla Grande guerra e dalla spagnola, ancora ignara degli abissi del “secolo breve”. Oggi abbiamo un’Europa che lascia annegare nel suo mare disperati e bambini e che ancora una volta ha scelto la strada delle armi, mentre il mondo brucia di sete e di danni. E forse mai come ora, tentati dalle scorciatoie della tecnologia e ingannati dalle aspettative dei social, delusi dai valori del presente e derubati della speranza, bambini e ragazzi hanno bisogno di quel lungo viaggio alla scoperta di sé che dovrebbe essere la scuola, per diventare adulti capaci di trasformare le relazioni guaste che abbiamo con la nostra terra e gli altri da noi.
L’arte di educare
Anche se non avete in mente di scegliere la scuola steineriana, questo libro di Held, a lungo insegnante e poi ricercatore di matematica astronomica al Goetheanum di Dornach, leggetelo comunque. Perché è una piacevole, colta e variegata escursione nel mondo dell’educare che quasi mai cita il fondatore Steiner, ma che, anzi, si avvale di molti contributi pedagogici, filosofici e scientifici, da Bacon a Nietzsche e Bandura, da Morin a Max Weber, da Rifkin a Byung-Chul Han, per raccontare al lettore più o meno ignaro quali sono i presupposti di un approccio educativo che conta oggi quasi 3mila scuole e asili in 70 paesi del mondo. E perché il movimento sia in crescita costante nel mondo (+500% negli ultimi vent’anni), con scuole che nascono anche nelle favelas e in Africa, con interventi riconosciuti nelle zone di guerra, traumi e conflitti. Anche in Italia crescono, nonostante il percorso verso questa libera scelta educativa sia disseminata di difficoltà di ogni tipo, legislative ed economiche su tutte, anche grazie alla vasta e sovvenzionatissima rete paritaria appaltata agli istituti religiosi.
Un’educazione che sceglie di chiamarsi arte e che si pensa come una comunità educante in cui i genitori sono a buon diritto molto coinvolti, deve fare i conti con un presente in cui tutto è grande e piccolo, lontano e vicino, virtuale e vitale.
Ecco allora che Wald racchiude in sette punti l’essenza di un percorso educativo che dall’asilo porta l’allievo fino alla maturità, seguendo un piano di studi che accompagna le tappe dello sviluppo fisico-psichico con le materie che quella crescita fanno risuonare e fiorire, tenendo presenti le sfide dell’oggi e le competenze necessarie ad affrontarlo. Dalla resilienza al pensiero critico, dalla responsabilità alla spregiudicatezza.
La chiave è l’essere umano, un essere unico, dotato di mente, cuore e mani, che viene dal cielo, ma cerca la terra e che ha bisogno di un intero villaggio, come ben sa la saggezza africana, per diventare grande.
Ha bisogno di un “tu”, come ci ha detto Martin Buber, per diventare veramente “uomo”, un essere che si dispiega nel tempo e nel ritmo. E cerca nell’adulto un esempio prima da imitare, poi da cui farsi guidare e con cui, infine, confrontarsi sulla base della reciproca stima.
Lasciare fiorire le identità
Per questo la scuola steineriana non contempla voti e accoglie e sostiene i tempi di ciascun allievo. Per questo prevede periodi di 3-4 settimane in cui, nella prima parte della mattinata, si porta avanti una singola materia che poi si lascia riposare, perché nel “sonno” la memoria lavora, come il seme sotto la terra. Per questo c’è un piano di studi molto strutturato e preciso, con grande attenzione alle arti e alle materie scientifiche, ma ogni insegnante è libero di portarlo ai suoi allievi nei modi e nei tempi che quella classe, la sua preparazione e, fondamentale, il quotidiano lavoro di meditazione, gli suggeriscono. Ne sono testimonianza, le dodici esperienze raccolte da Wald nella terza parte del volume. Un viaggio in altrettante scuole tedesche dove, dalle primissime classi alla dodicesima, dalla fisica all’euritmia all’inglese, dodici insegnanti sono stati osservati, raccontati e intervistati per provare a restituire un panorama ricchissimo e molteplice. Insegnanti che nel lavoro interiore e nelle riunioni settimanali di collegio, si sforzano di coniugare la preparazione professionale e didattica con il gesto essenziale dell’attenzione all’altro. Scrive Wald:
«Uno dei compiti dell’educazione di oggi è favorire l’identità perché oggi, nell’epoca digitale, la gamma infinita di possibilità non porta con sé la promessa di una vita libera, ma la minaccia di una vita povera di significato. Una vita in cui il corpo si riduce a oggetto da immortalare in centinaia di selfie».
Recuperare l’interezza dell’essere umano è la via del futuro. Migliaia di genitori, insegnanti e studenti si sono messi in cammino per questa strada.















