
Fare quanto è giusto è un precetto talmente semplice da suonare fanciullesco: è ciò che raccomandano, o dovrebbero raccomandare, i genitori ai figli e gli insegnanti agli alunni. Non sempre è facile, però, dare una forma concreta a questa indicazione. Forse è per questo motivo che spesso le azioni di chi occupa ruoli di responsabilità collettiva sembrano andare nella direzione diametralmente opposta. Al contrario, per le persone dotate di una certa sensibilità, la vita può essere vista proprio come un’incessante tensione a perseguire lo scopo della giustizia. In fondo, come dice Battiato, «vivere 20 o 40 anni in più è uguale, difficile è capire ciò che è giusto».
Giacomo D’Alessandro

fare quanto è giusto
Alla luce di tutto questo, “Fare quanto è giusto. Le fatiche dei “buoni” nel paese che declina”, il libro di Giacomo D’Alessandro, giovane camminatore e comunicatore sociale genovese, diventa una testimonianza di curiosità a briglia sciolta. Un mettere nero su bianco i pensieri e le riflessioni di una vita spesa a capire come fare letteralmente e quotidianamente “quanto è giusto”.
Nelle esperienze costruttive, le risposte
Pagina dopo pagina si susseguono svariati esempi delle tante forme che questo proposito può assumere: dalle cause ambientali alla lotta alla criminalità organizzata, dalle tematiche umanitarie a quelle LGBTQ+. La ricerca fanciullesca si snoda, così, nell’apparente ossimoro di fare socialità attraverso un approccio nomade (l’autore ha un blog, Il ramingo – camminare, raccontare, incarnare), intrecciando il senso di comunità e l’etica quotidiana con la cura dei beni comuni. Un po’ come il pittore che si allontana dalla tela per inquadrarla meglio e capirne l’evoluzione, così D’Alessandro sposta spesso il suo sguardo al di fuori per comprendere meglio se stesso e il suo contesto.
Condicio sine qua non: all’isolamento urbano contrapporre la lentezza, unico antidoto per riuscire a ricucire i rapporti umani, tanto in disuso in società alienate da un concetto distorto di efficienza.
Comunità consapevoli
D’altronde, «La chiave è spezzare l’anonimato delle metropoli e l’individualismo delle esistenze, costituendo nuove piccole comunità di vita, meglio se a contatto con la terra e se direttamente impegnate nell’intervento sociale», scrive nell’ultima pagina D’Alessandro, definendo tutto questo un anticorpo alle solitudini. Un modo per stare insieme davvero, per non scivolare nell’indifferenza e nell’apatia, per costruire comunità che abbiano un senso, culle di nuove consapevolezze, al di là del banale “in-trattenimento” quotidiano. Un modo per dirsi l’un l’altro «Salvami; salviamoci». E farlo davvero.















