Anna Gualdo, in scena in La banalità del male al Teatro Belli di Roma dal 23 al 26 febbraio
Anna Gualdo, in scena in La banalità del male al Teatro Belli di Roma dal 23 al 26 febbraio

La banalità del male in scena a Roma

Dal 23 al 26 nella capitale, al Teatro Belli, lo spettacolo ispirato all'opera di Hannah Arendt nella riduzione e adattamento di Paola Bigatto e Anna Gualdo. Nato per i banchi di scuola, è di grande attualità storica e sociale
23 Febbraio, 2023
3 minuti di lettura

Dal 23 al 26 febbraio va in scena a Roma, al Teatro Belli, “La banalità del male” di Hannah Arendt con Anna Gualdo e l’adattamento e la regia di Paola Bigatto. Lo spettacolo nasce come costola di un progetto più ampio, Arendt al plurale, voluto e immaginato da Paola Bigatto, nel quale le attrici Anna Gualdo e Sandra Cavallini, attraverso un personale percorso drammaturgico, hanno dato vita a differenti riedizioni del testo.

La filosofa Hannah Arendt (1906 – 1975), allieva di Heidegger e Jaspers, emigra nel 1933 dalla Germania alla Francia, e da lì in America nel 1940, a causa delle persecuzioni razziali.

Dal 1941 insegna nelle più prestigiose università americane, pubblicando alcuni tra i più importanti testi del Novecento sul rapporto tra etica e politica. Nel 1961, come inviata del The New Yorker, segue il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale, a causa della particolare lettura che la Arendt, ebrea e tedesca, dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania.

 

Hannah Arendt in una foto del 1975
Hannah Arendt nel 1975 (Foto: Wikipedia)

 

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962) fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei al fine di rendere i territori tedeschi judenrein. Sfuggito al processo di Norimberga, rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte. Hannah Arendt osserva la macchina della giustizia di Israele con implacabile occhio critico. Non esita, ebrea, a indagare le responsabilità morali e dirette del popolo ebraico nella tragedia dell’Olocausto, né ad attribuire a tutto il popolo tedesco pesanti responsabilità durante il Nazismo e ipocriti sensi di colpa durante la ricostruzione post- bellica.

Scopre che è la menzogna eletta a sistema di vita sociale e politica la principale artefice delle tragedie naziste: la capacità di negare a sé stessi delle verità conosciute è il meccanismo criminale che porta il male ad apparire banale, inconsapevolmente agito da personaggi che, come Eichmann, si dichiarano sinceramente stupefatti dell’attribuzione di questa responsabilità.

L’attualità della Arendt

Il male estremo, l’abominio criminale contro l’uomo rappresentato dal Nazismo non resta tranquillamente relegato nei responsabili noti dei massacri e dell’organizzazione, ma appare come una realtà sempre presente, in agguato nella pigrizia mentale, nell’inattività sociale e politica, nel delegare le scelte di vita ad altri, nell’usare la banalità e la mediocrità come alibi morali. Coloro che sono sfuggiti a questo meccanismo dimostrano, con la loro vita, il loro esempio e spesso il loro sacrificio, che quella capacità di giudizio che ci esime dal commettere il male, non deriva da una particolare cultura, bensì dalla capacità di pensare.

 

 

E dove questa capacità è assente, là si trova la “banalità del male”. La forza del testo risiede quindi non solo nei contenuti storici e filosofici a cui si fa riferimento (la nascita del Nazismo, le modalità dell’Olocausto, il processo di Norimberga), ma soprattutto nell’esempio morale offerto dalla Arendt osservatrice: un modello di equilibrio, di implacabilità nell’essere dolorosamente oggettiva e nel sottolineare duramente le verità taciute da entrambe le parti processuali.

Né il suo essere ebrea, né il suo essere tedesca, né il trovarsi di fronte a uno degli assassini di sei milioni di persone, altera la sua ricerca della verità e il suo sforzo di essere oggettiva.

È per questo che oggi, quando il grande potere dell’informazione pretende di rifare gli accadimenti, di determinarne la realtà, quando la menzogna intellettuale sembra prevalere nella comunicazione umana e lo spirito critico dei più sembra acquietarsi nella “confortante coerenza delle ideologie”, il passionale e lucido sguardo della Arendt rappresenta una lezione di estrema attualità.

 

Oggi la deresponsabilizzazione passa dalla rete

Lo spettacolo, nato per i banchi di scuola, come una lezione frontale tra professoressa e alunni, si sofferma sul personaggio Eichmann e la sua vita, perché attraverso i particolari e i dettagli, meglio si colgono i parallelismi e le similitudini tra i regimi totalitari e la situazione attuale, dove la deresponsabilizzazione dell’individuo, in nome della patria e dell’ideale, è molto simile alla capacità straniante della rete e dei social oggi.

La povertà del linguaggio e l’uso di “parole alate” ricordano purtroppo l’abisso di Twitter e di slogan politici e la Arendt si scaglia contro la velocità di smemorizzazione, pericolosamente vicina al negazionismo, per la necessità di un racconto inteso come memoria storica, perché «i vuoti di memoria non esistono: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare».

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