Migranti climatici

Il Secolo Nomade, una migrazione ci salverà

Il cambiamento climatico di origine antropica è una realtà ormai sostanzialmente irreversibile. Nel suo libro, Gaia Vince propone soluzioni basate su mitigazione e adattamento al clima la cui mutazione riplasma la terra. Per salvarsi, l’umanità dovrà usare le sue principali risorse: flessibilità e creatività
25 Ottobre, 2023
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C’è una cattiva notizia e una buona. La cattiva è che la catastrofe climatica arriverà. Sarà presto e avrà un impatto maggiore di quanto possiamo temere. La buona notizia è che a questa valanga che viene giù e che comincia a far rumore già adesso, si può sopravvivere. Basta essere molto flessibili, adattabili e un po’ inventivi. C’è poi una notizia né buona né cattiva. Non si tratta tanto di elaborare una previsione, per quanto catastrofista possa sembrare, quanto piuttosto di descrivere, con buona approssimazione, come andranno le cose. La maggior parte dei fenomeni legati al cambiamento climatico, infatti, sono già sotto i nostri occhi. Alterazioni che comportano fenomeni meteo estremi, siccità spaventose alternate a inondazioni, che trasformano i tropici in un forno invivibile, il mediterraneo e le latitudini temperate in bacini tropicali. Ma anche i Paesi più freddi e persino i poli, in territori in prospettiva via via sempre più abitabili. Lo zoom allargato su come cambierà il globo a causa dell’azione umana entro il 2100 lo punta Gaia Vince, giornalista e divulgatrice scientifica, nel suo “Il secolo nomade. Come sopravvivere al disastro climatico”.

Un mondo diverso

L’autrice parte da un dato realistico: la temperatura salirà nei prossimi decenni ben al di là della soglia di 1,5 gradi – la soglia di sicurezza stabilità con gli accordi di Parigi del 2015 e poi ribadita a Glasgow – si attesterà presumibilmente intorno ai 4 gradi. E con questo dato di realtà, afferma Vince, dobbiamo fare i conti. Saremo quindi costretti ad arrenderci all’evidenza e smettere di ingegnarci per fermare riscaldamento globale e perdita della biodiversità? Non esattamente. Dobbiamo però renderci conto che il mondo che vedranno i ragazzi della generazione Greta e ancor di più quelli che nascono adesso, avrà davvero poco a che fare con l’assetto dell’era pre-industriale, sopravvissuto – per resilienza della terra, non certo per merito umano – fino alle soglie degli anni 2000. Il XXI secolo sarà quello che vedrà migrazioni climatiche di proporzioni bibliche, nell’ordine dei miliardi di persone, e del definitivo abbandono di alcune aree del globo a vantaggio di altre.

 

La giornalista scientifica britannica Gaia Vince (Foto: Wikimedia Commons)

 

Via dalle coste, a causa dell’innalzamento del livello dei mari nell’ordine di alcuni metri, al riparo anche dal caldo soffocante, l’umanità si dovrà concentrare al di sopra del 45esimo parallelo – che per capirci corre circa all’altezza del nostro Po – o magari in alta montagna, in aree fresche. Ma dovrà anche soprattutto compattarsi in megalopoli plasmate per l’integrazione di comunità migranti votate al consumo minimo di spazio (quindi palazzi altissimi e non case basse e diffuse), all’efficientamento dei consumi energetici, al riciclo e riuso di un bene essenziale per il genere umano come l’acqua.

Evitare l’Apocalisse

La lotta al cambiamento climatico non sarà abbandonata, anzi la decarbonizzazione dovrà se possibile accelerare. Questo perché, anche se il danno più grande è fatto, le “oasi metropolitane” del nuovo “nomade-cene” non potranno comunque forzare ulteriormente quel delicatissimo equilibrio di temperatura – tra i 10 e i 20 gradi – entro cui l’umanità vive e prospera. E che è stato distrutto da pochi decenni di utilizzo intensivo dei combustibili fossili.

Si pensi soltanto che la Co2 nell’aria ha oggi superato le 400 parti per milione, concentrazione più alta di gas serra da 2 milioni di anni.

Gaia Vince descrive un quadro spaventoso di come stanno andando le cose, ma fornisce anche soluzioni perché non si trasformi in un’apocalisse per il genere umano. Al di là delle singole scelte che si possono fare per arrivare ad uno sviluppo sostenibile, il senso generale della proposta è quello di andare oltre schemi che l’umanità stessa si è imposta. Per arrivare fino ad oggi, Homo sapiens ha vinto la sua sfida per la sopravvivenza grazie alla flessibilità che gli ha permesso di adattarsi a quasi ogni clima della terra. Dovrà fare altrettanto, spostandosi e favorendo le migrazioni in tutti i modi, adattandosi alle nuove aree abitabili e traendone il massimo. E sempre aguzzando l’ingegno per limitare il più possibile i danni dell’impatto antropico.

Vertigine

Non c’è dubbio che l’orizzonte che Il Secolo Nomade ci mette davanti fa venire le vertigini. Ma l’atteggiamento proattivo descritto da Vince è quello corretto. Per ascriverlo alla dicotomia di Umberto Eco: meglio essere “integrati” che “apocalittici”, di fronte alla catastrofe climatica. Altrimenti si rischia di affidarsi a un ecologismo poco concreto, arrendevole alla mole delle sfide che si presentano all’umanità. Ma che soprattutto si culla su scenari non realistici e di conseguenza su obiettivi impossibili da realizzare.

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